Gentilissima Senatrice Liliana Segre,
abbiamo letto con molta attenzione e ancor più grande partecipazione l’intervista da Lei rilasciata al quotidiano la Repubblica, arrivata tra l’altro dopo una serie di prese di posizione di altri intellettuali ebrei e soprattutto dopo la toccante intervista rilasciata poco prima allo stesso quotidiano da uno scrittore (e padre di Uri, soldato caduto nel 2006 in Libano) quale David Grossman, che come pochissimi altri ha saputo sondare l’anima dell’Israele contemporaneo.
Le risparmiamo, qui, i giusti attestati di stima che Le vengono di solito tributati e che Le saranno ormai venuti anche un po’ a noia. Diciamo solo che, pur essendo evidente che nessuno può realmente calarsi nei sentimenti di una persona con le Sue esperienze alle spalle, crediamo di aver avvertito il grido silenzioso che fa l’eco alle argomentazioni offerte nell’intervista.
Eppure, in quella Sua intervista, c’è qualcosa che non ci convince. Intanto, l’affermazione sul “pericolo dell’uso strumentale e parossistico dell’anatema “genocidio” che fin dal giorno successivo al 7 ottobre viene fatto qui in occidente”. Intanto, non ci pare proprio che la questione del “genocidio” a Gaza, a parte qualche eccezione strillata dovuta al fanatismo o alla propaganda, sia stata seriamente presa in considerazione “qui in occidente” addirittura “fin dal primo giorno successivo al 7 ottobre”. Al contrario: per molti lunghissimi mesi in Occidente si è parlato quasi solo del “diritto di Israele a difendersi”, anche da parte dei Governi che ora, di fronte alle immagini provenienti dalla Striscia, si danno una ripassata alla coscienza con il riconoscimento dello Stato di Palestina, anche se sanno benissimo che ormai di una scelta puramente nominale e simbolica si tratta.
Per molti lunghissimi mesi, dietro la bandiera di quel “diritto” (che peraltro nessuno nega, tanto meno noi che abbiamo sempre parlato di Hamas come di un movimento islamista non di liberazione e delle sue stragi come feroci atti di terrorismo), la stragrande maggioranza delle voci ufficiali occidentali, dall’ultimo dei giornalisti al più potente dei politici, ha cercato di minimizzare la strage indiscriminata dei palestinesi della Striscia: prima accusando il ministero della Sanità del governo di Hamas di diffondere notizie false, poi tenendo il computo delle vittime inchiodato per un anno a un numero, 42 mila, che restava fisso mentre la gente moriva ogni giorno, e che era comunque sbugiardato da ricerche super partes come quella dei 99 medici americani che scrissero anche a Joe Biden o quella della rivista scientifica inglese Lancet. Anche adesso i giornali ripetono la cifra di 62 mila morti, quando tutti sanno benissimo che, nella migliore delle ipotesi, bisognerebbe almeno raddoppiarla. Insomma, tutto questo accanimento nel brandire il termine “genocidio”, con le terribili implicazioni che esso porta con sé, non ci è parso di vederlo.
In secondo luogo, Lei dice “per questo mi sono sempre opposta e continuo ad oppormi a un uso del termine genocidio che non ha nulla di analitico, ma ha molto di vendicativo”. E aggiunge: “L’abuso di “genocidio” che dal primo giorno viene fatto qui, il compiacimento, l’isterica insistenza per imporlo a chi non lo condivide – e in primo luogo a tutti gli ebrei – è un fatto morboso che, appunto, come avverte Grossman scaturisce da “sentimenti antisemiti”, magari inconsci”. È sicuramente possibile che ci sia “compiacimento”, o un antisemitismo appena velato in alcuni che usano a man salva quel termine. Però anche prendere la parte per il tutto e tramutare l’accusa di genocidio in un segnale di reale o potenziale antisemitismo rischia di essere profondamente strumentale.
Questo perché il concetto di genocidio, pur in tutta la sua immensa portata, non è dibattibile. Non è filosofabile. Come Lei sa, il concetto di genocidio fu definito dal lavoro dell’avvocato (ebreo polacco) Raphael Lemkin, che aveva coniato il termine già nel 1944. Il suo attivismo, e gli studi condotti sulla Shoah ma anche sul genocidio degli armeni, portò le Nazioni Unite a riconoscere il genocidio come un crimine internazionale nel 1946 e ad approvare nel 1948 la “Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio“, più tardi firmata tra gli altri Paesi anche da Israele.
La citiamo perché, a differenza di molti altri trattati, e grazie alla tenacia e alle campagna dell’avvocato Lemkin, la Convenzione parla chiaro. Perché si possa (e trattandosi di un crimine, si debba) parlare di genocidio si devono verificare le seguenti condizioni:
a) uccisione di membri del gruppo;
b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.
È difficile non vedere che, a parte l’ultimo, tutti gli altri punti caratterizzano l’azione e delle forze armate di Israele a Gaza e l’azione politica del Governo che le dirige. E la scarsità di cibo o fame o carestia indotta di cui si parla in queste ultime settimane è solo l’ultimo anello della catena, non quello che deve decidere se siamo al genocidio o no. Per cui, può anche darsi che le frange antisemite approfittino delle circostanze per farsi ancora più stupide e aggressive, può anche darsi che le responsabilità di Hamas finiscano con l’essere da qualcuno sottovalutate. Ma il punto non è questo. Il punto è che, secondo quasi tutti i criteri del diritto internazionale, c’è un genocidio in corso. E di questo non si può accusare chi ne parla ma solo chi ne è l’autore: il governo di Benjamin Netanyahu. Che con le sue azioni porta sulla spalle anche parte della responsabilità per l’eventuale rigurgito di antisemitismo che colpisce o potrebbe colpire l’occidente. Così come Hamas (e sia Lei sia Grossman lo sottolineate) porta parte della responsabilità per la tragedia che si è abbattuta sul popolo palestinese.
Sappiamo che Lei non sarà d’accordo con questo nostra affermazione. Infatti nell’intervista Lei dice: “Israele non è né l’erede né il rappresentante degli ebrei europei vittime della Shoah: non deve usare quello scudo per giustificare qualunque suo eccesso, ma non deve neanche essere usato come pretesto per tornare ad odiare il popolo ebraico e perfino le vittime di 80 anni fa”. È giusto, anche se molti rappresentanti dell’ebraismo italiano e internazionale dissentirebbero: non v’è forse chi dice che tutti gli ebrei sono israeliani, anche se non lo sanno?
Il problema, però, è che il premier che da ordine di uccidere decine di migliaia di donne e bambini, di radere al suolo scuole e ospedali, di sparare sulle tende dei campi profughi o sulle code per il cibo, il politico che progetta una deportazione di massa come alternativa alla decimazione, è lo stesso che nel 2018 ha fatto approvare una legge che definisce Israele come “lo Stato-nazione del popolo ebraico”, che stabilisce che l’arabo (lingua madre del 20% della popolazione) non è lingua ufficiale, che gli insediamenti (illegali per il diritto internazionale) sono un “valore nazionale”. In conclusione: noi non ebrei abbiamo di certo il problema di bloccare qualunque rigurgito di antisemitismo, qualunque tentativo di “odiare il popolo ebraico” mettendogli in conto, abusivamente e strumentalmente, ciò che va a carico solo di Netanyahu e del suo Governo. Ma sotto voce chiederemmo che il “popolo ebraico”, e soprattutto i suoi leader intellettuali e morali, dei quali Lei certamente fa parte, fossero chiari nel respingere ogni possibile giustificazione del tentativo di sterminio del popolo gazawi. Anche solo usando la parola “genocidio”.
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