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Gli Stati Uniti erano sul punto di stipulare un accordo con il fondatore di WikiLeaks Julian Assange: patto che è stato fatto saltare dall’ex direttore dell’Fbi James Comey e dal senatore Mark Warner, che hanno ordinato la conclusione delle trattative dopo che Assange si era offerto di dimostrare che la Russia non era coinvolta nella fuga delle e-mail riservate e provenienti dal server comitato nazionale democratico (Dnc) del 2016.

A dimostrarlo, documenti alla mano, è un’inchiesta del giornalista investigativo John Solomon pubblicata su The Hill. L’accordo, discusso tra Assange e gli Usa, avrebbe concesso al capo di Wikileaks “un’immunità limitata” per consentirgli di lasciare l’ambasciata ecuadoriana a Londra, dove è esiliato da sei anni. In cambio Assange avrebbe accettato di limitare la diffusione di informazioni riservate. Solomon ha pubblicato una copia della bozza di accordo di immunità con Assange.

Ecco come James Comey ha sabotato la trattativa con Assange

Difficile dire con esattezza cosa abbia portato Comey a intervenire per sabotare i colloqui con Assange: ciò che è certo, tuttavia, è che l’ex capo dell’Fbi è intervento dopo che il capo di Wikileaks si era offerto di “fornire prove su chi non fosse coinvolto” nella fuga delle informazioni del Dnc, sostiene Solomon citando l’intermediario di WikiLeaks con il governo. Assange, dunque, stava offrendo a Washington le prove che la Russia non era la fonte di WikiLeaks nelle e-mail Dnc. “Come mi hanno riferito diverse fonti – sostiene il giornalista – un intervento inaspettato di Comey ha inacidito le trattative. Alla fine Assange ha così scatenato una serie di “fughe di notizie” definite dai funzionari di Washington “capaci di danneggiare le capacità informatiche degli Usa per un lungo periodo a venire”.

Il tutto risale all’inizio del gennaio 2017, quando il team legale di Assange si avvicinò all’influente avvocato americano Adam Waldman, noto per il suoi legami con i federali. Speravano che Waldman, ex funzionario del Dipartimento di Giustizia di Clinton, potesse fare qualcosa per il loro assistito. Waldman aveva aiutato l’oligarca russo Oleg Deripaska, che collaborò con l’Fbi. Waldman si mise al lavoro e contattò un funzionario della Giustizia, ed ebbe alcuni colloqui con Assange a Londra. Le parti, come racconta Solomon, erano dunque vicinissime all’accordo, che fu fatto saltare su ordine del senatore Warner e dell’ex capo dell’Fbi Comey, coinvolti nella trattative con Assange. Cosa temevano esattamente Warner e Comey? Che l’impianto accusatorio del Russiagate venisse definitivamente smontato?

La verità sulle e-mail Dnc

Un’indagine accurata del Veteran Intelligence Professionals for Sanity, che include tra i propri membri due ex direttori della National Security Agency, ha ripetutamente richiamato l’attenzione sul fatto che le e-mail Dnc non sono state “hackerate” dalla Russia o da chiunque altro.

Nel rapporto, il Vips scrive: “Analisi scientifiche del presunto hackeraggio russo nei computer del Comitato Nazionale Democratico rivelano che il 5 luglio 2016 i dati vennero divulgati (e non hackerati) da una persona con accesso fisico ai computer del Comitato e in seguito inquinati in modo da incriminare la Russia”.

Dopo aver esaminato dati relativi all’intrusione di “Guccifer 2.0” nel server del Comitato Nazionale Democratico, osservano, “diversi cyber investigatori indipendenti sono arrivati alla conclusione che si tratta di un “lavoro svolto dall’interno”: un membro interno ha copiato il materiale su un dispositivo esterno di memorizzazione e inserito segnali sospetti affinché la Russia venisse implicata nella questione”. L’iniziativa di Comey getta ulteriore ombre sulla narrazione ufficiale del Russiagate e sulla prova madre che proverebbe l’intrusione della Russia nei server democratici. E se, come affermato dagli ex veterani dell’intelligence, non ci fosse stato in realtà alcun hackeraggio?

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