Il recente viaggio di Vladimir Putin in Asia racchiude un importante messaggio e un piccolo memorandum che il presidente russo ha voluto inviare a due destinatari diversi. Visitando la Corea del Nord e, soprattutto, il Vietnam, Putin ha innanzitutto voluto dimostrare ai leader di Stati Uniti e Unione europea di non essere tagliato fuori dal mondo. Da almeno un paio di anni i media occidentali raccontano del presunto isolamento di Mosca, che in realtà dovrebbe essere tradotto come un allontanamento dall’Europa. Oltre i perimetri del Vecchio Continente esistono infatti Paesi ben lieti di stringere accordi, e talvolta fare affari, con il Cremlino nonostante le vicende ucraine. La Russia, non potendo più vendere le proprie risorse ai Paesi Ue, ha spostato il baricentro verso l’Asia: la regione economicamente più dinamica del mondo, terra di leader pragmatici e ricca di opportunità commerciali.
Si da però il caso che Mosca sia un attore alquanto ingombrante, e che nel continente asiatico esistano almeno altri due attori intenzionati a conquistare la massima influenza regionale. Uno di questi è l’India, l’altro la Cina. Tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese esiste una partnership senza limiti, che tuttavia rischia di andare in cortocircuito se tarata su alcuni dossier asiatici.
La scommessa di Putin
Putin ha scommesso sull’Asia per una questione economica e una politica. Solo che, in entrambi gli ambiti, il capo del Cremlino dovrà dimostrare di essere abile a non alterare più di tanto gli equilibri regionali precedentemente costruiti da Pechino.
Già con la visita in Corea del Nord, un Paese che Xi Jinping ha sempre considerato un partner ma da tenere a bada, Putin ha superato diversi livelli di guardia. Il rafforzamento del rapporto tra Mosca e Pyongyang potrebbe infatti offrire al presidente nordcoreano l’occasione giusta per alzare la temperatura intorno al 38esimo parallelo (dove, dal 1953, c’è una guerra congelata che di tanto in tanto rischia di tornare in auge).
Diverso il discorso relativo alla tappa vietnamita. Hanoi, vecchio alleato di Mosca ai tempi della Guerra Fredda, è oggi un player sempre più strategico, che può vantare di aver ospitato, nel corso dell’ultimo anno, i presidenti dei tre potenze mondiali: il cinese Xi, lo statunitense Joe Biden e il russo Putin. Ebbene, con il Vietnam, così come con altre nazioni dell’Asean, il Cremlino vorrebbe rafforzare la cooperazione nei settori energetici (dal petrolio al gas passando attraverso le energie rinnovabili).
La Russia asiatica
Ma per quale motivo, dunque, Putin ha messo nel mirino l’Asia intesa come regione indo-pacifica? Basta unire i punti di quanto fin qui messo in luce. Al netto delle necessità economiche e politiche di stringere partnership con le quali sopperire l’assenza dei vecchi clienti europei, Putin ambisce ad indebolire le alleanze statunitensi e i partenariati di sicurezza stretti da Washington in tutto il pianeta. Proprio come Pechino, Mosca è inoltre intenzionata a smembrare il sistema finanziario internazionale dominato dal dollaro.
Proponendo ai Paesi in via di sviluppo – o aspiranti Brics – scambi commerciali alternativi e meccanismi di risoluzione reciproca potenzialmente non controllabili dall’Occidente (leggi: a prova di sanzioni), la Russia cerca insomma di organizzare la propria rete di influenza in un territorio che non aveva più esplorato a fondo da almeno tre o quattro decenni.
Finché le mosse di Putin non intralceranno i piani cinesi – e anzi risulteranno essere complementari a quelli del Dragone – il Cremlino e Xi vivranno anni di intensa collaborazione. Quando e se, però, lo Zar dovesse fare qualche passo troppo in avanti, a quel punto il Dragone potrebbe iniziare a ruggire.
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