Con una mano si punta il dito per condannare l’attacco ai curdi, con l’altra invece si fanno i conti in tasca per vedere in che modo poter neutralizzare la minaccia di Erdogan di inviare nel Vecchio continente migliaia di profughi siriani. L’Europa, nel contesto delle operazioni avviate da Ankara contro le milizie Ypg, non può far altro che prendere atto della sua marginalità: gli attori che stanno decidendo le sorti di questa battaglia sono altri: da Bruxelles e dalle varie capitali europee non emergono dati che possano in qualche modo indirizzare le scelte decisive di queste ore. Per cui, mentre ufficialmente si condanna l’ingresso dei turchi nelle aree curde, nei prossimi giorni i principali leader europei discuteranno soltanto di come limitare le minacce piovute da Ankara.
Le riunioni dei ministri della prossima settimana
Le novità degli ultimi giorni riguardano, come si sa, l’attacco della Turchia nel nord della Siria con l’obiettivo di creare una fascia di sicurezza tra le regioni a maggioranza curde del Paese siriano e quelle del paese anatolico. Le reazioni dell’Europa, come detto, sono volte a stigmatizzare l’intervento di Ankara ma, dalla capitale turca, Erdogan promette un invio massiccio di migranti verso le nostre coste se si continua a condannare l’operazione. E così gli ultimi due giorni proseguono tra inviti a fermare le attività belliche e convocazione di ambasciatori nelle rispettive capitali. Giovedì anche Luigi Di Maio, in qualità di ministro degli Esteri, ha convocato l’ambasciatore turco a Roma.
Ma adesso l’attenzione è puntata sugli appuntamenti della prossima settimana: lunedì si terrà il vertice tra i ministri degli esteri dell’Ue, giovedì invece il consiglio europeo. Due riunioni in cui certamente si parlerà di Siria e dell’intervento turco. Ed in cui però, come detto, verrà preso atto che dal nostro continente non potranno emergere azioni in grado di far cambiare idea ad Erdogan. Anzi, scatterà probabilmente una corsa a riparare i danni. Perché, in questo momento, la priorità è data all’evitare a tutti i costi che le minacce del presidente turco si tramutino in realtà.
Bruxelles costretta a ripiegare
Dunque, tra i vari ministri e capi di governo europei, non si potrà far altro che fare la conta e vedere cosa poter offrire ad Erdogan per evitare di vedere nuovamente profughi e migranti risalire la penisola balcanica. Una preoccupazione che, in primo luogo, è tedesca. Questo è uno dei motivi per i quali il fantomatico vertice di Malta, dove Berlino prometteva di aiutare Conte nel risolvere la questione relativa alle rotte del Mediterraneo centrale, è passato in secondo piano durante la riunione di martedì dei ministri dell’interno dell’Ue in Lussemburgo. In primo luogo c’è da comprendere come arginare la situazione nel Mediterraneo orientale. Anche perché è già da luglio che la situazione appare complessa: a partire da quel mese, come mostrano i dati rivelati da Atene, in Grecia si assiste ad un importante aumento degli sbarchi di barconi partiti dalla Turchia. Il tutto appare inserito nel contesto dell’altro fronte aperto con Ankara, quello cioè relativo allo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi a largo di Cipro.

Anche in quel caso dal governo turco arrivano velate minacce di riattivare le rotte orientali dei migranti nel momento in cui l’Ue, intervenuta con blande sanzioni a difesa di Cipro e Grecia, non dovesse riconoscere il diritto dei turco ciprioti di trivellare nello specchio d’acqua dove insistono i giacimenti. Dunque la questione, oltre ad essere complessa, non è nemmeno recente e non inizia con le esplicite minacce di queste ore di Erdogan. Lo dimostra il fatto che, proprio ad inizio mese, il ministro degli interni tedesco Horst Seehofer ed il commissario europeo all’immigrazione, Dimitri Avramopoulos, si sono recati ad Ankara per capire come concordare con il governo turco un altro accordo sui migranti.
In poche parole, sulla questione curda l’Europa non può fare altro che lanciare tweet di condanna ed al massimo convocare ambasciatori in segno di non condivisione della mossa di Ankara. Nel concreto, la prossima settimana si deciderà in che modo accontentare ancora una volta Erdogan pur di non far rivivere all’est ed al nord Europa quanto successo tra il 2015 ed il 2016, all’apice dell’emergenza della rotta balcanica.



