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Politica

Le piazze di Belgrado agitano la Serbia e il futuro del Paese è in bilico

(Belgrado) – Il respiro profondo prima del balzo. Questa citazione tratta dalla saga cinematografica de “Il Signore degli Anelli” ben descrive la sensazione che ho avuto durante il mio soggiorno di poco più di una settimana in Serbia. Sebbene la...

(Belgrado) – Il respiro profondo prima del balzo. Questa citazione tratta dalla saga cinematografica de “Il Signore degli Anelli” ben descrive la sensazione che ho avuto durante il mio soggiorno di poco più di una settimana in Serbia. Sebbene la parte principale del mio viaggio sia stato a Belgrado, ho avuto la stessa sensazione a Novi Sad e a Subotica, nella provincia autonoma della Voivodina. E forse non potrebbe non essere così, visto che le manifestazioni che, da mesi, sconvolgono il Paese sono nate proprio in seguito al crollo di parte della ferrovia di Novi Sad, appena ristrutturata.

Ed effettivamente, il balzo è poi avvenuto, con la partecipata manifestazione antigovernativa avvenuta a Belgrado il 28 giugno, sfociata per la prima volta in violenti scontri con la polizia serba. Non solo: anche il 22 giugno la capitale balcanica è stata attraversata da cortei pro-Palestina, in questo caso taciuti da buona parte dei mass media europei. Non a caso, sebbene in molti parlino della piazza di Belgrado, evidenziando solo la presenta di manifestanti contro il governo, la situazione è più complessa e, forse, sarebbe più opportuno parlare delle piazze di Belgrado.

Uno dei primi ricordi che ho del mio arrivo nella capitale danubiana, oltre al caldo asfissiante e a un ritratto di Gavrilo Princip, è quello di un locale, a pochi passi dalla centralissima Trg Republike, alla cui vetrina erano affissi cartelli inneggianti lo scioglimento della NATO e una bandiera palestinese. Il luogo, con il suo costante andirivieni di persone, era evidentemente la sede di un collettivo intento a organizzare la futura manifestazione del 22 giugno. Anche i dintorni, tappezzati di stickers in solidarietà al popolo palestinese o con messaggi contro il Patto Atlantico, provavano la presenza di attività politica nella zona. L’Organizzazione serba per il sostegno al popolo palestinese, questo il nome del collettivo, avrebbe poi effettivamente organizzato, insieme ad altri gruppi studenteschi, la protesta del 22 giugno, denunciando una volta di più il genocidio in corso a Gaza e chiedendo a gran voce l’interruzione del commercio di armi con Israele.

Lo stop alla fornitura di munizioni e altro materiale bellico sarebbe poi arrivato il giorno seguente, 23 giugno, quando il Presidente Aleksandar Vučić avrebbe annunciato la decisione del governo, ufficialmente presa in seguito all’attacco israeliano all’Iran. Tra il 2023 e il 2024, infatti, la vendita di munizioni serbe a Israele è aumentata vertiginosamente, vedendo un balzo da 1.4 a 42.3 milioni di euro. Nonostante le denunce internazionali e l’evidenza del genocidio in corso, la decisione di Belgrado è stata presa ufficialmente solo in seguito al conflitto tra Tel Aviv e Teheran, quasi a volersi smarcare da questa situazione per evitare conseguenze spiacevoli. La straordinaria coincidenza temporale con le proteste del 22 giugno, tuttavia, potrebbe far pensare anche a un estremo tentativo di Vučić di accattivarsi qualche consenso, lanciando l’esca dell’interruzione della fornitura di materiale bellico all’IDF per cercare di rompere l’alleanza tra collettivi pro-Palestina e gli studenti che, da mesi, bloccano la Serbia con le loro manifestazioni.

L’alleanza, però, non sembra essere venuta meno e proprio i gruppi studenteschi, uniti ai collettivi e a numerosi lavoratori, hanno lanciato ufficialmente il guanto di sfida al governo serbo con la partecipata protesta del 28 giugno. La data scelta dal fronte anti-Vučić non è casuale. Il 28 giugno, infatti, la Serbia celebra il Vidovdan, importante festa religiosa in cui si commemora il martirio di San Vito. Non solo: questa data sembra essere una costante nella Storia serba, vedendo numerosi eventi fondamentali per il Paese. Il 28 giugno 1389, per esempio avvenne la Battaglia di Kosovo Polje, il cui seicentesimo anniversario, nel 1989, vide il discorso con il quale Slobodan Milošević avrebbe rivendicato l’origine serba del luogo, dando il via a quelle tensioni che sarebbero poi sfociate nella Guerra del Kosovo. E sempre il 28 giugno, ma del 2001, Milošević sarebbe stato trasferito al Tribunale de L’Aia, andando incontro al suo destino.

Una data quindi fortemente simbolica, nella quale, quest’anno, gli studenti serbi hanno deciso di porre un ultimatum al Presidente Vučić: elezioni anticipate, da proclamarsi entro le 21:00 del 28 giugno, o inizio della disobbedienza civile. Il Presidente serbo non ha atteso la scadenza, annunciando già nel pomeriggio che l’ultimatum non sarebbe stato accolto e reiterando la sua volontà di non portare il Paese a nuove elezioni prima della fine del 2026. Piazza Slavija, luogo di ritrovo dei manifestanti, è stata quindi invasa da un numero consistente di persone: secondo le autorità, il ritrovo avrebbe coinvolto 36.000 persone, mentre secondo gli organizzatori il totale sarebbe stato pari a 140.000. Oltre a chiedere le elezioni anticipate, gli studenti serbi protestano contro la corruzione e per una riforma dell’istruzione, aumenti salariali nel settore e la tutela dell’autonomia delle università serbe, colpite dalla vendetta del governo, il quale ha imposto forti tagli agli stipendi dei professori che percepiscono ora solo un ottavo del proprio salario per l’indisponibilità del governo di pagare le lezioni non effettuate a causa dei blocchi e delle occupazioni studentesche, per non tener conto dei professori licenziati per aver espresso solidarietà con i loro studenti.

Alla scadenza dell’ultimatum, la protesta è degenerata in violenza, vedendo forti scontri con le forze dell’ordine, al termine dei quali sono risultati feriti 48 poliziotti e 22 manifestanti, mentre il numero di arresti è stato pari a 77. Alla repressione poliziesca, gli studenti serbi hanno risposto innalzando barricate a Belgrado, occupando strade e ponti fino alla mattinata di lunedì 30 giugno, mentre Aleksandar Vučić ha bollato chi ha preso parte alle proteste come terrorista al soldo di potenze straniere, promettendo ulteriori arresti che andranno a colpire chi vuole destabilizzare il Paese.

A ulteriore testimonianza del clima teso, sta il fatto che, il passato 28 giugno, Belgrado non è stata attraversata solo da manifestazioni contro il governo. Al contrario, nella capitale serba si sono radunati anche i membri del gruppo “Studenti 2.0”, organizzazione vicina a Vučić che, dal marzo di quest’anno, esprime il proprio dissenso contro i colleghi che bloccano il Paese, impedendo il regolare svolgimento delle lezioni. Da aprile, inoltre, questo gruppo protesta contro i blocchi…bloccando una vasta parte della città che va dal Pionirski Park, di fronte al Parlamento, fino al Ministero degli Esteri, sulla strategica arteria Kneza Miloša. A “Studenti 2.0” si sono uniti Miloš Vučević, attuale segretario del Partito Progressista Serbo ed ex Primo Ministro dimessosi proprio in seguito alle proteste studentesche, e un nutrito gruppo di motociclisti, giunto appositamente da Novi Sad per sostenere i veri studenti e tutti coloro i quali, in occasione del Vidovdan, desiderano difendere la Serbia.

Le piazze di Belgrado, quindi. Attraversate non da un’unica anima, quella del sentimento anti-Vučić, ma da più sensibilità. A complicare il quadro della situazione, inoltre, sta il fatto che la Serbia, così vicina eppure a volte così distante, può sembrare indecifrabile ai più, sfuggendo agli schemi con i quali, talvolta, siamo abituati a leggere il mondo. Un Paese in cui, come ci ricorda Diana Mihaylova nel suo reportage dell’aprile di quest’anno, il fronte anti-Vučić sfila con bandiere contro la NATO, denunciando l’Unione Europea collusa con la Presidenza contro la quale protestano e mostrano un sentimento tutt’altro che europeista. Un Paese in cui, al contrario, il leader conservatore cerca un aggancio con Bruxelles, anche grazie all’alleato Viktor Orbán che proprio dell’integrazione dei Balcani nel blocco europeo si fa alfiere.

Un Paese, quindi, dalle mille anime: quella più aperta e internazionale di cui mi ha parlato un artista di Novi Sad, ungherese della Voivodina, regione da sempre abituata alla convivenza di più etnie, e quella più chiusa e nazionalista. O ancora quella giovane e progressista, che unisce la propria battaglia a un sentimento generalizzato contro la NATO, memore dell’aggressione subita dal Patto Atlantico, e che proprio per questo mostra solidarietà al popolo palestinese e che lancia un nuovo Fronte Sociale per unire studenti e lavoratori. Un Paese, infine, che rischia di vedersi riaprire vecchie ferite, tutt’altro che cicatrizzate.

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