Sudan, Ciad, Niger, Mali, Burkina Faso, Guinea. Da ovest ad est, uno dietro l’altro, come se fossero una filastrocca. In Africa, o per meglio dire nel Sahel, si è formata una striscia di Paesi che attraversa il continente, disegnando un’ideale linea orizzontale lunga circa 3.500 miglia. È quella che molti analisti hanno soprannominato “cintura dei colpi di Stato“, visto che i sei Paesi che la formano sono adesso governati da leader entrati in carica dopo aver preso il potere con la forza.

Dal punto di vista cronologico, la nuova fonte di instabilità regionale coincide con il Niger, trasformatosi in enigma per l’Occidente intero. Nel continente nero c’è ancora spazio di manovra per gli Stati Uniti e i governi europei? A giudicare dal golpe militare di Niamey, dove il presidente nigerino Mohamed Bazoum, alleato statunitense e democraticamente eletto, è stato rovesciato (e arrestato) da Abdourahamane Tiani, il capo della guardia presidenziale che ora sostiene di detenere il potere, la risposta sembrerebbe essere negativa.

In realtà non ci sarebbe troppo di cui preoccuparsi, considerando che la maggior parte delle nazioni africane ha sempre vissuto seguendo un’oscillante altalena di tensioni e colpi di Stato. Tuttavia, è fondamentale analizzare a fondo le reali cause che hanno generato l’effetto domino nella suddetta cintura. Un conto, infatti, è dare per scontato che i golpe militari siano mossi da dinamiche interne – etniche, politiche o economiche – un altro è collegare l’effetto domino che sta destabilizzando l’Africa a ipotetiche intrusioni o, meglio ancora, a influenze esterne di altri Paesi. L’ambasciata francese a Niamey è stata presa d’assalto da migliaia di manifestanti che, tra l’altro, hanno distrutto e sostituito la targa della struttura diplomatica di Parigi con bandiere russe, in scene simili a quelle viste recentemente anche in Burkina Faso.

Le conseguenze per l’Occidente

Come ha spiegato il New York Times, fino a poche settimane fa il Niger rappresentava la pietra angolare della strategia regionale del Pentagono. Almeno 1.100 truppe americane sono stanziate nel Paese, dove l’esercito americano ha inoltre costruito basi di droni a Niamey e nella città settentrionale di Agadez, al costo di decine e decine di milioni di dollari. Al netto degli affari e dei business in fumo, per gli Usa, la Francia e, più in generale per i governi occidentali, l’estensione della cintura del golpe all’interno del Sahel solleva interrogativi urgenti. Se Washington resta interessata, in prima battuta, a come arginare le manovre, sempre più profonde, di Russia e Cina in Africa e alla lotta contro i militanti islamisti, gli europei sono particolarmente preoccupati per il dossier immigrazione.

Mappa di Alberto Bellotto

Lo scorso agosto, InsideOver illustrava il nuovo piano orchestrato dall’amministrazione Biden per rilanciare l’impegno statunitense nel continente nero, a partire dalla riorganizzazione del personale all’interno della Casa Bianca. L’ex funzionario della Cia, Judd Devermont, era appena entrato a far parte del Consiglio di sicurezza nazionale (Nsc) come consulente speciale appositamente per aiutare a creare la suddetta strategia, nello specifico nel ruolo di direttore senior dell’Nsc per gli affari africani. Scendendo nei dettagli, gli obiettivi generali dell’agenda Biden in Africa, tecnicamente validi ancora oggi, risultavano essere numerosi: il rafforzamento della democrazia, della governance e della sicurezza in loco, il focus sulle opportunità economiche, su come affrontare la crisi climatica e la transizione energetica e, infine, l’affiancamento, agli impegni militari, di una crescente attenzione per la diplomazia e lo sviluppo.

Ebbene, il susseguirsi di golpe e rivolte ha creato scompiglio in tutto il Sahel, compromettendo la manovra pensata dagli Usa. Un eventuale, brusco, stop statunitense potrebbe concedere carta bianca per le manovre cinesi e russe. Per non parlare, poi, delle questioni legate a terrorismo e immigrazione. Con spazi d’azione ridotti, gli occidentali si chiedono infatti come poter monitorare una regione dove i gruppi legati ad Al Qaeda e allo Stato islamico stanno guadagnando terreno a ritmi allarmanti, spostandosi dal deserto verso il mare. L’instabilità politica, infine, potrebbe amplificare i flussi migratori diretti verso un’Europa già in ginocchio.

migranti niger libia mappa
Mappa di Alberto Bellotto

Le manovre di Russia e Cina

Non sappiamo se dietro al terremoto politico che ha scosso il Sahel ci sia la longa manus del Cremlino. Certo è che, in occasione del summit Africa-Russia di San Pietroburgo, Vladimir Putin ha proposto di liberare i Paesi africani dal “colonialismo e neocolonialismo“. Ricordiamo, inoltre, che Mosca ha fin qui operato in Africa – e la sensazione è che continuerà a farlo tuttora – mediante l’attività militare del gruppo Wagner, con i mercenari di Yevgeny Prigozhin in prima linea nel supportare governi e colpi di Stato, in cambio di affari legati a business lucrosi, come quelli di oro e diamanti.

Mosca intende senza ombra di dubbio fare leva sul sentimento anti coloniale ancora vivo in molti dei Paesi africani per dimostrare di non essere isolata. Dall’altro lato, la presenza della Cina è molto più silenziosa e discreta, con Pechino che ha investito in tutta l’Africa centinaia di miliardi di dollari nella costruzione di infrastrutture di ogni tipo, nell’ambito della Belt and Road Initiative. Da questo punto di vista, le turbolenze che agevolano la Russia potrebbero alla lunga danneggiare gli affari della Cina.

Prendendo in esame i sei Paesi che formano la cintura dei colpi di Stato, il Dragone ha ampi interessi in ciascuno di essi soprattutto nelle industrie minerarie e petrolifere. Prendendo invece soltanto il Niger, qui i cinesi sono i secondi più grandi investitori stranieri dopo i francesi; negli ultimi due decenni, il gigante asiatico ha investito miliardi di dollari nella nazione, principalmente per l’esplorazione di petrolio e uranio.

In definitiva, mentre l’Occidente è chiamato al più presto a risolvere il rebus africano, Cina e Russia stanno sfruttando l’instabilità del Sahel in due modi opposti e, per il momento, tra loro complementari: mentre il Cremlino auspica semplicemente di rafforzare la presenza nella regione, legandosi alle varie giunte militari salite al potere o ai governi attualmente in carica, Pechino continua a costruire la sua rete infrastrutturale e diplomatica. Sperando, nel prossimo futuro, di collegare la propria base militare di Gibuti con punti d’appoggio sul fronte opposto dell’Africa, a ridosso dell’Oceano Atlantico (sono del resto già in corso discussioni con la Nigeria che hanno preoccupato Washington).

E questo a dimostrazione di come la differenza tra i due approcci, quello russo e quello cinese, dipenda dal fatto che Pechino ragiona con una una visione a lungo termine. Caratteristica invece assente nel modus operandi di Putin. La manovra a tenaglia sino-russa è insomma pronta a chiudersi su quel che resta dell’Occidente nel Sahel.