La geopolitica della corsa allo spazio
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La vittoria di Gustavo Petro in Colombia è una spina nel fianco per gli Stati Uniti. Non tanto o non solo per la portata simbolica del trionfo dell’ex guerrigliero di sinistra in un Paese dilaniato da un lungo conflitto civile e dalla grande frammentazione interna, quanto se non soprattutto per le sue concrete implicazioni strategiche.

Il campesino Petro è il vero e proprio intruso nel cortile di casa della superpotenza. Di cui per la prima volta viene violata da una forza politica non allineata a Washington il giardino meglio curato, la Colombia qualificata come alleato primario nella regione. Bastione militare degli States, incardinato tra gli alleati maggiori fuori dalla Nato per la superpotenza, ma in particolare esempio da seguire additato come modello al resto del continente.

Nella narrazione degli Usa, nell’ultimo trentennio la Colombia è sempre stata definita, assieme al Cile, l’alunno disciplinato da indicare al resto della classe come modello da seguire: ha eletto guide politiche moderate, si è accodata al trend della globalizzazione, ha sempre negoziato relazioni proficue con il sistema economico e politico a guida statunitense. In entrambi i casi mitigando le notevoli disparità interne con un livello di stabilità democratica e di sviluppo economico maggiore del resto dell’America Latina. Negli anni più duri del contrasto con il caudillismo del “Socialismo del XXI secolo” teorizzato da leader come Hugo Chavez ed Evo Morales mai Colombia e Cile sono state ritenute in grado di cedere all’onda rossa del sovranismo di sinistra. Ebbene, oggigiorno sono proprio questi due Paesi a esprimere la discontinuità: come la vittoria di Gabriel Boric in Cile quella di Petro in Colombia, in un certo senso, è ancora più pericolosa per Washington perchè avviene in un sistema ritenuto blindato per la liberaldemocrazia.

Astuto economista, ex sindaco di Bogota (2012-2015) e in passato membro del gruppo di guerriglia urbana M-19 Petro ha dribblato nell’ultimo decennio le accuse di identificazione tra la sua visione di sinistra, aperta all’emancipazione sociale, ambientalista e anti-liberista con quella del vicino Venezuela, da lui attaccato come “Repubblica delle banane”. La sua non è una Sinistra neo-castrista o terzomondista, ma una genuina espressione della società nazionale, come quella di Boric in Cile che ha chiuso la lunga eredità del regime di Augusto Pinochet. Una visione politica, nota Radio Popolare, “con solide radici nelle lotte per la difesa della terra e dei popoli indigeni e contro la corruzione e il narcotraffico”. In sostanza, dunque, “la sinistra dei movimenti di base e contadini che in Colombia è stata sempre schiacciata dalla guerra civile tra l’esercito e le varie guerriglie pagando un prezzo altissimo in vite umane”.

Il “Pacto Historico” di Petro, che ha vinto al ballottaggio per meno di un punto percentuale, è rappresentato anche dalla sua compagna di ticket, la prossima vicepresidente Francia Màrquez. Petro e Marquez sono figli della Colombia delle due coste, pacifica e caraibica, in cui si chiede discontinuità e una fine delle tensioni che da tempo separano istituzioni e campesinos, ricchi e meno abbienti, città e campagna. Gli Usa si accorgono, inaspettatamente, di non aver capito la mutazione di un Paese ritenuto fratello in cui per lungo tempo il potere politico è stato concentrato tra Bogotà e Medellìn, nella parte interna del Paese, in mano ai discendenti dei colonizzatori spagnoli. Un Paese ritenuto oasi di stabilità, presidio sull’area circostante il Canale di Panama di primario interesse Usa e laboratorio per operazioni strutturate come quelle contro il narcotraffico e la messa in pratica dei principi della liberalizzazione dei mercati nei Paesi in via di sviluppo.

La maggioranza della popolazione in un Paese spaccato vuole discontinuità. In forma credibile e pragmatica, ma la chiede. Petro, scrive Domani, vuole “porre fine alla guerra fredda con il vicino Venezuela (i due paesi sono praticamente senza relazioni diplomatiche), anche perché la Colombia è stata invasa da due milioni di profughi dal regime di Maduro; e soprattutto vuole rivedere alcuni capisaldi del rapporto con gli Stati Uniti, soprattutto in materia di lotta al narcotraffico”, due capisaldi che sono realistici e ancor più dell’esperienza del “Socialismo del XXI secolo” aprono a uno scenario inedito. Ovvero quello di un’America Latina che guida il distacco dai desiderata di Washington a partire dai Paesi ritenuti tradizionalmente più stabili, per di più quando negli Usa il potere è detenuto dal Partito Democratico, ritenuto meno ostile di quello Repubblicano verso le sinistre sovraniste dell’America Latina.

Segno che una fase dei rapporti tra gli Usa e i suoi alleati più vicini geograficamente e politicamente si è forse guastato per sempre. Per disinteresse prima ancora che per strappi conclamati. Petro, come Boric, incardina un’alternativa alla posizione allo stretto allineamento agli Usa più credibile di quella intrisa di revanscismo dei tribuni populisti di inizio secolo. E proprio per questo motivo disegna uno scenario ancora più complesso e imprevedibile per Washington. In attesa della madre di tutte le battaglie: la sfida in Brasile tra il presidente Jair Bolsonaro e un redivivo e combattivo Lula. Pronto a chiudere il cerchio del ritorno della sinistra al potere nell’America del Sud.

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