Gli accordi di Abramo tra Israele ed Emirati Arabi Uniti rappresentano più che una pietra miliare nella storia recente delle relazioni internazionali, sono un punto di non ritorno. A partire dalla sera del 13 agosto 2020, in Medio Oriente, è cambiato tutto: avere relazioni con Israele, per un Paese a maggioranza islamica, non è più motivo di vergogna e, uno dopo l’altro, gli attori del mondo arabo stanno accettando il cambio di paradigma.

L’Arabia Saudita, in quanto reale artefice della rivoluzione diplomatica, ambisce anch’essa ad una normalizzazione in tempi rapidi, anche per via della necessità di approfittare quanto prima delle potenziali ricadute derivanti da un partenariato con Israele sul versante economico, tecnologico ed energetico, perciò sta accelerando il ritmo del programma di de-indottrinamento della propria opinione pubblica, allevata sin dalla fondazione al wahhabismo, all’antisionismo e all’antioccidentalismo.

Obiettivo: rimuovere i palestinesi dai cuori degli arabi

Il quotidiano israeliano Haaretz ha dedicato un lungo approfondimento alla campagna massiccia di ingegneria sociale che sta avendo luogo in Arabia Saudita, la reale artefice della rivoluzione diplomatica che sta rapidamente travolgendo il mondo arabo, scegliendo un titolo tanto duro quanto eloquente: “La campagna dell’Arabia Saudita per cancellare i palestinesi” (Saudi Arabia’s Campaign to Cancel the Palestinians).

La missione della famiglia reale, più nello specifico del riformatore conservatore Mohammad bin Salman (MbS), non è per nulla semplice: procedere ad una normalizzazione integrale con Israele in stile emiratino, ossia senza il previo consenso popolare, è impossibile e potrebbe essere causa di gravi tumulti. Il rischio maggiore, nell’ottica di MbS, è che i disordini possano essere sfruttati da quelle strutture del clero e della stessa famiglia Saud contrarie ad una svolta filosionista per alimentare un golpe.

Due sono i motivi che spiegano una tale animosità: il primo è che nelle terre sulle quali regna casa Saud vige la legge non scritta della sacertà, trattandosi del luogo in cui è nato l’islam e in cui si trovano la Sacra Moschea della Mecca (Al-Masjid al-Ḥarām) e la kaba, il secondo è che Riad è il cuore pulsante del wahhabismo, la corrente più eterodossa ed estremista dell’islam. Sulla base di questi punti, che hanno storicamente intitolato la famiglia reale a farsi carico del benessere e della protezione dei musulmani di tutto il mondo, l’opinione pubblica saudita è stata allevata sin dal 1948 all’odio contro Israele e l’Occidente.

Invertire in pochi mesi un indottrinamento all’odio più che settantennale non sarà facile, perciò i Saud stanno utilizzando ogni risorsa e mezzo disponibile per accelerare il ritmo del condizionamento: cultura, intrattenimento, spettacolo, internet, personaggi pubblici, clero. Gli stessi membri della famiglia reale, incluso il principe ereditario, stanno approfittando del proprio ruolo pubblico per influenzare i cittadini.

Le dichiarazioni più esplicite sono state fatte recentemente da Bandar bin Sultan, diplomatico di lunga data e appartenente alla vecchia generazione di Saud. Il principe, parlando in televisione dei politici palestinesi, li ha definiti dei “bugiardi, ingannatori e ingrati”; un linguaggio che, sottolinea Haaretz, ricorda quello “impiegato per decenni dalla destra israeliana contraria agli accordi di pace [con la Palestina]”.

Sullo sfondo delle prese di posizione dei reali, nel dopo-accordi di Abramo si è assistito ad un altro fenomeno di rilievo: la comparsa su Twitter di eserciti di troll, con base a Riad, aventi l’obiettivo di inondare la piattaforma sociale di messaggi a favore della normalizzazione mediata dall’amministrazione Trump e di natura denigratoria e demonizzatrice verso i suoi detrattori e gli stessi palestinesi. Come nota Haaretz, l’esercito di troll è stato riattivato in occasione dell’intervista di bin Sultan, anche in quel caso per riempire la rete di messaggi di supporto.

Ultimo ma non meno importante è il ricorso strumentale a blogger e influencer, ossia personaggi della rete che godono di seguito popolare particolarmente elevato tra le giovani generazioni. È il caso, ad esempio, dei blogger Mohammed Saud e Sultan20_30, entrambi seguiti da migliaia di persone e impegnati da oltre un anno a pubblicizzare la normalizzazione attraverso articoli, interviste e, per quanto riguarda Saud, persino un viaggio in Israele.

Riscrivere la storia

Il passo più importante dell’intera campagna di condizionamento dell’opinione pubblica è, probabilmente, quello riguardante la riscrittura della storia. Anche in questo caso il capofila dell’iniziativa è il principe Bandar bin Sultan. L’analisi di Haaretz, che risalta per imparzialità, definisce la strategia saudita come “basata sul metodo della propaganda grigia: mescolare mezze verità, decontestualizzare incidenti storici e creare delle narrative”.

Tre sono gli eventi sui quali si focalizza la rivista israeliana: l’invasione iraqena del Kuwait, la presa di Gaza da parte di Hamas del 2007, Settembre nero.

Nel primo caso bin Sultan ha riesumato la storia della visita di Yasser Arafat a Saddam Hussein durante la prima guerra del golfo per convincere gli ascoltatori che i palestinesi “scommettono sempre sul perdente, e poi arriva il prezzo” e spiegando che si tratta di un evento-scuola, ossia che insegna molto sulla loro natura “ingrata e traditrice”. Alcuni anni dopo, infatti, Arafat si era recato in Kuwait in veste ufficiale allo scopo di scusarsi formalmente per aver sostenuto Saddam.

Il secondo caso riguarda le divisioni intestine avvenute nel movimento palestinese a partire dall’ascesa di Hamas nella Striscia di Gaza. La tendenza alla scissione e al conflitto interno tra i gruppi e i partiti di rappresentanza palestinesi sta venendo sfruttata da bin Sultan per promuovere l’idea che sia controproducente difenderli, essendo loro, in primis, divisi e incapaci di dialogare tra connazionali. Inoltre, come osserva Haaretz, sta venendo veicolata l’immagine dei palestinesi quali “intrinsecamente complottisti, ossessionati dall’accoltellarsi gli uni con gli altri nella schiena”.

Alla luce della loro presunta propensione al tradimento, palesata dal caso del Kuwait, e alla divisione, manifestata dalle scissioni nel movimento palestinese, bin Sultan ha inviato un messaggio breve ma conciso ai telespettatori: “Non dovremmo consentirgli di imporci il loro modo di trattare. [Noi] dobbiamo badare alla nostra sicurezza nazionale e ai nostri interessi”.

Il terzo e ultimo caso di revisionismo storiografico riguarda Settembre Nero, il gruppo terroristico filo-palestinese passato alla storia per il massacro di Monaco del 1972. La nuova versione, delineata da bin Sultan e diffusa attraverso stampa e televisione, stravolge e riscrive l’intera storia dell’organizzazione: non sarebbe nata “per liberare la Palestina, ma [per liberare] la Giordania”. Non sarebbe stato Israele la reale causa dell’instabilità che travolse il Medio Oriente negli anni ’70, ma i palestinesi: dalla guerra civile libanese all’arrivo del jihadismo in Egitto, passando per i tentativi di far cadere la monarchia giordana.

Gli altri strumenti: clero e televisione

Internet e personaggi pubblici sono dei mezzi importanti, ma in un Paese fortemente conservatore e religioso come l’Arabia Saudita è il clero che potrebbe fare la differenza. Questo è il motivo per cui MbS ha mobilitato i lealisti presenti nelle alte gerarchie dell’islam saudita con un obiettivo: de-radicalizzare il wahhabismo dando una lettura aggiornata e, possibilmente, incline all’ecumenismo e al dialogo interreligioso delle sacre scritture islamiche.

È in questo contesto che si inquadra quanto accaduto il 4 settembre, in occasione del sermone del venerdì santo celebrato dall’imam Abdul Rahman al-Sudais presso la Sacra Moschea della Mecca. Sudais aveva voluto dedicare una parte significativa della predica ai rapporti interconfessionali, più in particolare ai rapporti fra i musulmani e gli ebrei.

Sudais aveva spiegato che il profeta Maometto “ha compiuto l’abluzione con dell’acqua [proveniente da] dei politeisti ed è morto mentre il suo scudo era stato ipotecato ad un ebreo”. Il sermone era proseguito nella direzione preannunciata sin dall’inizio: l’imam aveva illustrato ai presenti che l’islam impone loro di rispettare le genti di diverso credo, di trattarle con dignità, e non impedisce di stabilirvi relazioni amichevoli e affaristiche. Infine, rigettando “le esplosioni e il terrorismo” e sensibilizzando i fedeli sulla necessità storica di “correggere e purificare la fede islamica da convinzioni false e sospette”, l’imam aveva concluso dicendo che fu la magnanimità di Maometto a permettergli di convertire all’islam i suoi vicini ebrei.

Ma gli eventi più significativi ed emblematici sono accaduti durante il Ramadan di quest’anno, entrato nella storia per le immagini iconiche della Sacra Moschea della Mecca stranamente deserta a causa della pandemia e per la messa in onda su MBS, il più canale satellitare più seguito del mondo arabo, di “Um Haroun” (La madre di Aron) e di “Makhraj 7“. Nel primo caso si è trattato di una serie televisiva ambientata nel Kuwait degli anni ’40 e avente come coprotagonisti dei personaggi di religione ebraica, dipinti in maniera positiva, nel secondo caso si è trattato di alcuni episodi dissacranti a carattere anti-palestinese.

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