Chi è Mohammad Bin Salman, il principe ereditario saudita

Mohammad bin Salman è il principe ereditario saudita, dunque il primo nella linea di successione del sovrano nonché padre re Salman. Si tratterebbe del re più giovane della storia del regno wahabita, nonché il primo a non essere figlio del fondatore Re ʿAbd al-ʿAzīz. La scalata di Mohammad bin Salman, conosciuto a livello internazionale anche con l’acronimo di Mbs, appare repentina e precoce ed inizia con l’arrivo del padre al potere nel 2015.

Mohammad bin Salman nasce a Riad il 31 agosto del 1985. Il regnante all’epoca è lo zio Re Fahd, uno dei più longevi della storia del regno essendo salito al trono nel 1982 ed essendovi rimasto fino alla sua morte avvenuta nel 2005. In quel periodo suo padre, Salman bin Abd al Aziz Saud, è uno dei più popolari membri del casato dominante. Non solo è a capo del governatorato di Riad, ma il suo carattere equilibrato e diplomatico gli permette di essere molto in vista tra i Saud. Quando in famiglia scoppiano polemiche o tensioni, in tanti si rivolgono a Salman per dirimere le controversie. È in questo ambiente che cresce Mohammad bin Salman, che è il primogenito tra i figli che suo padre ha con Fahda, terza moglie del futuro sovrano. Non è però il primogenito in assoluto, avendo tra gli altri anche un fratello di quindici anni più grande. Ma Mohammad è sempre apparso come un predestinato, il prediletto da parte di Salman.

In un articolo di Dexter Filkins per il New Yorker, un funzionario saudita racconta di un’infanzia dove Mohammad bin Salman sembra essere un bambino molto curioso, spesso attento alle dinamiche che accadono attorno a sé, educato con gli altri bambini ma anche consapevole di appartenere al casato regnante nel suo paese. Cresce nella villa di sua madre Fahda all’interno del quartiere delle residenze dei Saud, uno dei cinquanta servi a disposizione del suo ramo familiare ogni giorno lo accompagna a scuola. Nel deserto Mohammad bin Salman ha il suo primo “bagno” di personalità: si narra di come nel fine settimana invitasse tutti i suoi compagni in alcune tende piazzate tra le dune attorno a Riad. Lì i suoi amici a volte dedicano a lui poesie o lo incensano di regali per ringraziarlo delle feste sotto le stelle del deserto. Mohammad bin Salman cresce quindi come un ragazzo prodigio, quasi un predestinato.

C’è quasi un paradosso nel percorso biografico di Mohammad bin Salman. L’Arabia Saudita spende ogni anno miliardi di dollari per mandare centinaia di studenti nelle università occidentali più prestigiose. Ovviamente, anzi a maggior ragione, anche i membri della casa reale non fanno eccezione. Negli anni numerosi principi e figli di principi studiano ad Oxford od in altri campus e college di prestigio tanto in Europa, quanto negli Usa. A sfuggire a questa sorta di regola non scritta è Mohammad bin Salman. Lui è l’unico dei suoi fratelli, fratellastri e cugini a non aver studiato fuori dal regno. Rimane a Riad, prosegue i suoi studi nella capitale del suo paese ed appare molto legato all’Arabia Saudita. Ma, ed ecco in qualche modo il “cuore” del paradosso, tra i membri della famiglia reale è quello che si mostra più a suo agio con i vestiti ed i costumi occidentali.

A Riad, dopo aver sposato nel 2008 Sara bint Mashoor, diventa consigliere del padre ed entra quindi nel gabinetto di governo della capitale. Diversi funzionari sauditi descrivono il rapporto tra Salman e Mohammad come idilliaco. Il padre considera il figlio come un ragazzo di grande talento, in grado di appassionarsi in molti ambiti sia pubblici che privati, oltre ad essere un predestinato nel mondo della politica. Negli anni successivi ai suoi studi, al potere c’è Re Abd Allah, successore di Fahd. Salman non appare essere ancora tra i primi in ordine di successione. Il meccanismo di ereditarietà del trono saudita è molto complesso. A differenza che in Europa ed in molte casate nella storia, a succedere ad un sovrano non è il suo primogenito. Dal 1953, data della morte del fondatore del regno, una regola non scritta dona ad uno dei tanti figli del primo Re il trono. Ma, anche in questo caso, la successione non è automatica in base all’età od al livello di anzianità dei fratelli in questione. È lo stesso sovrano a scegliere, designando un principe ereditario.

Re Abd Allah non pensa a Salman come erede. Al suo posto gli preferisce il più anziano Sultan, che muore però nel 2011. A quel punto inizia la scalata di Salman: il sovrano lo chiama in posti importanti di governo e diventa ministro della difesa. Mohammad bin Salman rimane consigliere del padre e dunque inizia a prendere dimestichezza con gli affari che riguardano il governo nazionale. Adesso nella linea di successione vi è il potente principe Nayef, ma anche lui muore prima del sovrano: è il 2012 e Re Abd Allah designa Salman come principe ereditario. A quel punto la scalata attende solo l’ascesa al trono per la definitiva consacrazione. Salman ed il figlio Mohammad bin Salman sono pronti a prendersi il regno.

Nel 2015 muore Re Abd Allah, dunque a succedergli è per l’appunto il padre di Mohammad bin Salman. A questo punto il giovane ragazzo prodigio inizia ad essere inserito nei ranghi più importanti del governo. Diventa vice primo ministro, ma soprattutto ministro della difesa. L’Arabia Saudita in quei mesi appare ad un bivio: Salman è l’ultimo dei figli del fondatore del regno, come principe ereditario a Riad per la prima volta deve essere designato un appartenente della nuova generazione dei Saud. Il rischio è una pericolosa lotta per la successione. Ad essere nominato principe ereditario è Mohammad bin Nayef, di 55 anni. Potente ministro dell’interno, è molto popolare tra i cittadini sauditi ed ha la fama di equilibrato mediatore sia tra i Saud che all’estero. Dagli Usa spesso ci si rivolge a lui per avere informazioni utili sui terroristi sauditi. Ma, dietro di lui, scalpita Mohammad bin Salman.

Del resto Re Salman ha più di 80 anni e soffrirebbe di alzheimer, il suo regno non sembra poter durare a lungo. Ecco quindi che il figlio inizia ad imporre la propria linea sia all’interno del casato che nella politica dell’Arabia Saudita. È sua l’idea della guerra nello Yemen, è sua la linea della più feroce contrapposizione all’Iran, così come c’è il suo zampino in molte delle scelte in politica estera. Il ragazzo prodigio prediletto dall’anziano padre sovrano, non nasconde le sue velleità. In politica interna vuole passare come un riformatore, creando il cosiddetto progetto “Vision 2030“. Si tratta di un programma di riforme destinate ad incidere in tutti gli aspetti dell’Arabia Saudita: economia, società e costumi. Si parte dal presupposto del rischio derivante da un’eccessiva dipendenza del suo paese dal petrolio, per cercare quindi di diversificare l’economia tramite un ambizioso piano di trasformazioni in grado di abbracciare anche la società.

Creare nuovi investimenti privati, sviluppare nuovi mercati, accrescere le fonti di energia per l’Arabia Saudita, in modo da destinare il petrolio unicamente alle esportazioni, ecco alcun dei punti più importanti. Sotto il profilo sociale, si cerca di dare una parvenza di apertura verso le donne e di una certa diminuzione del potere religioso in mano ai wahabiti. Ma per fare questo, Mohammad bin Salman vuole per sé sempre più potere, il conflitto con Mohammad bin Nayef è dietro l’angolo.

A diciotto mesi dall’incoronazione del padre e dall’inizio della sua personale scalata, al di là dell’Atlantico avviene un fatto molto più che importante. Nel novembre 2016 Donald Trump viene eletto presidente degli Stati Uniti. Alla Casa Bianca fa il suo ingresso, come senior advisor del neo presidente, Jared Kushner. Si tratta del suo genero, marito della figlia prediletta Ivanka Trump. È a lui che il presidente affida una parte della gestione dei principali dossier mediorientali. Jared Kushuner inizia a scambiare mail con Mohammad bin Salman. I due iniziano a conoscersi e ad apprezzarsi a vicenda. Alcune fonti della Casa Bianca, descrivono il rapporto tra i due come quello tra soggetti che sanno di assomigliarsi molto e di avere una visione del mondo molto simile. In particolare, il delfino di Re Salman ed il nuovo rampollo della Casa Bianca hanno di sé stessi un’idea di giovani predestinati e capaci ognuno di poter cambiare il destino del rispettivo paese.

Si narra di come i due, nel loro primo incontro avvenuto di presenza a Riad, siano rimasti svegli fino all’alba per conversare delle riforme da intraprendere nelle proprie nazioni. Ma al di là di questo aspetto meramente umano, tra Jared Kushner e Mohammad bin Salman le convergenze arrivano anche dall’approccio in politica estera. In primo luogo l’obiettivo comune è l’Iran: Mbs vorrebbe arrivare ad uno scontro diplomatico frontale con Teheran, Kushner e Trump sostengono l’idea di ridimensionarne l’influenza iraniana anche su richiesta israeliana. E così i due intavolano importanti trattative, che culminano nel maggio 2017: a pochi giorni dal G7 di Taormina, Donald Trump fa uno scalo a Riad. È nella capitale saudita il primo viaggio all’estero del neo presidente. Qui gli Usa strappano un accordo da 110 miliardi di dollari per una maxi fornitura di armi ai sauditi. Ma non solo: Mohammad bin Salman ottiene il sostegno di Washington. Diventa lui l’uomo degli Usa in medio oriente. 

Non è un caso che, a pochi giorni dalla visita di Trump accompagnato da Kushner, la politica saudita viri vistosamente verso la linea voluta dal figlio del sovrano. Scatta l’embargo al Qatar, si intensifica la guerra nello Yemen, si accentuano gli scontri verbali con l’Iran. I sauditi mirano a diventare egemoni nella guida del golfo, Doha viene messa sotto pressione e, secondo alcuni funzionari Usa, MBS e Kushner avrebbero concordato un piano per invadere il Qatar, reo di non prendere le distanze dall’Iran. Un piano, quest’ultimo, che però incontra l’opposizione dell’allora segretario di Stato Tillerson e di altri funzionari a Washington. Si teme, nei dintorni del dipartimento di Stato, che si stia dando troppa carta bianca al più giovane dei Saud, la cui ambizione appare importante e ben sottolineata. Ma ancora questo è nulla. A giugno sulla tv saudita appare improvvisamente un video di ventiquattro secondi: Mohammad bin Salman bacia la mano di Mohammad bin Nayef. Sembra un commiato come tanti altri, in realtà bin Nayef augura buon lavoro al figlio del sovrano e preannuncia il suo ritiro a vita privata. Mohammad bin Salman diventa così ufficialmente erede al trono. Adesso la scalata sembra definitivamente completa.

Gli Usa di Trump scelgono dunque Mohammad bin Salman. L’appoggio da parte della Casa Bianca, anche per i rapporti personali tra il principe saudita ed il genero del presidente americano, sembra incondizionato. Da Washington arriva il via libera a tutte le azzardate mosse pianificate dall’erede al trono. Questo però indispettisce in tanti sia nella capitale statunitense che in quella saudita. Il pericolo principale è che uno sbilanciamento verso Mohammad bin Salman destabilizzi la situazione. Da Washington intanto Trump esulta ed afferma di aver strappato accordi storici con la “nuova” Arabia Saudita. In particolare, l’amministrazione Usa rivendica l’impegno preso dal principe ereditario nello stoppare i finanziamenti ai gruppi integralisti, in cambio della fornitura di armi. I media occidentali iniziano anche a “rifare il look” a MBS. In particolare, l’accento viene posto sulle prime timide riforme sociali: le donne possono avere la patene ed andare allo stadio, mentre i cinema vengono riaperti. Inoltre, viene anche ridimensionato il potere delle autorità religiose. Si tratta di piccoli passi avanti, pochi in realtà vista la rigidità del sistema wahabita che regge il regno dei Saud. Tanto basta però per presentare, in occidente, Mohammad Bin Salman come un potenziale riformatore.

Nel novembre 2017 poi, vi è l’inizio di un’altra spregiudicata mossa del principe ereditario. Si attua infatti un giro di vite contro principi, ex ministri, imprenditori e uomini d’affari tra i più ricchi del paese. Decine di personalità in vista vengono arrestate e trasferite presso il Ritz-Carlton Hotel di Riad. Ufficialmente si tratta di una retata anti corruzione, volta a puntare il dito contro personaggi accusati di essersi arricchiti negli anni grazie ai rapporti privilegiati con alcuni membri di casa Saud e con gli apparati dello Stato. Ma in realtà il giro di vite ha altri due scopi ben precisi: da un lato, requisire i soldi (si parla di almeno dieci miliardi di Euro complessivamente) per rimpinguare le dissanguate casse saudite (che risentono delle spese militari nello Yemen e del calo del prezzo del petrolio), mentre dall’altro lato MBS mette fuori dai giochi alcuni dei suoi possibili oppositori.

Ma nei primi mesi del 2018 la scalata del principe ereditario inizia a subire battute d’arresto. In primo luogo, pesano i fallimenti della politica estera dettati dal principe ereditario. La guerra nello Yemen appare sempre più disastrosa, con migliaia di vittime tra i sauditi e con una popolazione locale ridotta allo stremo: il blocco dei porti imposto dai Saud, provoca la mancata diffusione di cibo, medicine e generi di prima necessita, si calcola che sette milioni di yemeniti patiscano la fame. A questo bisogna aggiungere i danni provocati dai combattimenti e dai bombardamenti. Sul fronte dell’embargo al Qatar invece, i Saud non ottengono l’effetto sperato: Doha ottiene solidarietà dalla Turchia, potenzia i suoi commerci con l’Iran, riesce in tal modo ad evitare l’isolamento ed anche con Washington si tornano a firmare contratti per forniture d’armi. Inoltre, la guerra in Siria (con i Saud impegnati a pagare le milizie islamiste anti Assad) vira verso la vittoria dell’esercito regolare ed anche in questo caso fa registrare un tonfo nella linea di MBS.

Se in politica estera si può parlare di fallimenti, in quella interna la situazione non appare delle più favorevoli. Al contrario, proprio l’anziano sovrano inizia a stoppare alcuni tra i più importanti capisaldi della politica del figlio. A partire dal progetto di messa sul mercato del 5% di Aramco, il colosso saudita del petrolio. Si tratta di un’operazione che, oltre a fruttare cento miliardi di Dollari per le casse di Riad, garantirebbe una solida base economica per l’intero progetto Vision 2030. Re Salman blocca il tutto, anche se recentemente Mbs ha parlato di un mero rinvio al 2021. Il sovrano fiuta, dicono da Riad, possibili malumori interni ai Saud per l’eccessivo potere dato al figlio e vuole dimostrare chi è ancora il sovrano.

Un’inattesa stoccata in queste settimane arriva anche dagli Usa. Donald Trump pubblicamente afferma infatti che, senza l’apporto americano, Re Salman ed il figlio non durerebbero quindici giorni e li invita a pagare maggiormente proprio per i servizi offerti per la loro sicurezza. È questo forse il segno che anche il presidente Usa si sta accorgendo di un eccessivo sbilanciamento verso MBS e dei danni che da esso possono derivare. In seno alla Casa Bianca inizia a diffondersi quella che appare come una vera premonizione lanciata da un ex ufficiale che ben conosce Mohammad Bin Salman: “Sa imparare dai suoi successi, ma non dai suoi fallimenti. Questo è il pericolo.”

Il caso Khashoggi appare poi come una sorte di colpo di grazia. Si tratta, come si sa, del caso inerente la sparizione del giornalista Khashoggi presso il consolato saudita di Istanbul. Entrato all’interno della struttura lo scorso 2 ottobre, da lì il cronista non è mai uscito. Khashoggi è noto per i suoi editoriali anti MBS, tanto da vivere in esilio negli Usa. Le recenti indagini parlano di una brutale uccisione del giornalista, il cui corpo è stato poi fatto sparire. Impelagati sarebbero i servizi segreti sauditi, il dito è puntato proprio contro Mohammad Bin Salman. Per il principe ereditario a livello mediatico lo smacco è molto forte: adesso da oltreoceano, ma anche da Riad, si ha tra le mani un caso in grado di delegittimarlo. Non a caso si inizia a parlare di sanzioni o di conseguenze anche da Washington. In poche parole, la scalata del principe prodigio verso il trono adesso non è poi così scontata. Anzi essa appare piuttosto traballante e ricca di insidie.