La polemica italiana sul “woke”, tutta interna alla sinistra, inizia dopo un’intervista del 9 agosto ad Alexandria Ocasio-Cortez. È il volto più famoso, dopo Bernie Sanders, della corrente socialista del Partito Democratico, nonché quello più pop, più fotogenico e social media-friendly. Torniamoci un attimo, su quell’intervista, perché è da lì che sono nati molti malintesi: alcuni in buona fede, altri opera di annebbiatori professionali. Parlando con l’emittente Abc delle posizioni controverse della candidata progressista Francesca Hong, una che voleva abolire la festa del Ringraziamento e che descrive il suo avere un figlio bianco e metà asiatico come “essere in prossimità della bianchezza”, Ocasio-Cortez, insomma, si è resa conto di avere davanti un disastro in arrivo (Hong perderà, seppur di poco). Così ha citato un consigliere di Brooklyn, Chi Ossé, che aveva definito il “Woke 1” folle. Ha usato parole d’altri, dunque, ma facendole evidentemente sue.
Chi ha seguito o vissuto, come il sottoscritto, la realtà statunitense sa che la versione beta di quel modello di rivendicazione identitaria caratterizzata da un certo fanatismo puritano, dalle gogne e dalle tempeste di merda online – il cosiddetto wokismo, appunto – ha origini già negli anni di Barack Obama, nel post-Occupy Wall Street. Ma lo scopo con cui AOC sposta in avanti le lancette del fenomeno è molto preciso, e lo coglie bene, con molta carità, il filosofo Mimmo Cangiano: l’espressione Woke 1 contiene una periodizzazione, perché presuppone un Woke 2, cioè una ripartenza. Un salvataggio del proverbiale bambino dopo lo scarico dell’acqua sporca.
Quello di Ocasio-Cortez (da ora in poi: AOC) era un riferimento ironico, ma non troppo, agli eccessi del solo periodo 2020-21, ossia quello delle proteste dopo l’uccisione di George Floyd nel bel mezzo della pandemia di coronavirus, con Donald Trump a picco nei sondaggi: il periodo in cui hanno iniziato a diffondersi lo slogan Defund the police e la moda degli inginocchiamenti degli sportivi contro il razzismo sistemico.
Capite: AOC non può permettersi di dire esplicitamente che dieci anni di woke contengano errori madornali. Non può allargare troppo le maglie della sua ironia. E, del resto, non dice neppure che quelle battaglie dell’epoca del Covid fossero tutte sbagliate. Però le sminuisce: le definisce “dibattito accademico”. E spiega che in quel periodo si era ampliata la cosiddetta finestra di Overton, cioè l’insieme delle idee considerate accettabili nel dibattito pubblico, e che da quella fase erano nate anche discussioni e proposte politiche troppo radicali o impopolari, poi riviste dai candidati.
La frase “Woke 1 was crazy” è, di fatto, una piccola abiura dell’intero wokismo. Ma non è certo un’abiura di tutte le idee progressiste che si sono accompagnate a quel movimento. È un riposizionamento politico: Ocasio-Cortez ha cercato di comunicare che il Partito Democratico del 2026 non è quello del 2020, anche in vista delle sue ambizioni future, forse presidenziali.
Il fatto che in Italia la frase sia spesso riportata in modo più drastico, andando al succo in modo brutale (Repubblica l’ha trasformata in un presunto “dietrofront a sinistra”, mentre Matteo Renzi l’ha associata all’idea di scegliere tra diritti civili ed economia: un tema che nell’intervista non era stato posto in questi termini) ha spinto molti commentatori progressisti a un atteggiamento tutto reattivo, tutto sulla difensiva. Addirittura alcuni hanno sostenuto che quella frase AOC non l’avesse mai pronunciata.
Il woke all’italiana
Una particolare dose di malafede si è vista quando nel dibattito si è inserito Giuseppe Conte, oggi leader di un Movimento 5 Stelle post-populista e decisamente più socialdemocratico di quello di Grillo delle origini. Con una lettera sul woke pubblicata da Repubblica e poi con un’intervista al Foglio, l’ex due volte premier è riuscito per la prima volta dopo mesi a svincolare l’opposizione dal dibattito sull’Ucraina. È un testo rozzo per chi si occupa di queste cose da anni con il gergo accademico della propria bolla, ma usa un linguaggio molto meno reazionario rispetto al M5S delle origini o alla media dell’elettorato italiano.
Si potrebbe persino dire che sia un intervento molto più conciliatorio sull’identity politics di quanto lo sia stato quello di Alexandria Ocasio-Cortez, nonostante sopravviva una forma di rancore progressista che si ostina a negare che AOC quella frase l’abbia detta davvero, o a sostenere che il woke in Italia non sia mai esistito. Come se un tentativo di adattare il linguaggio della sinistra americana alla fase politica attuale fosse un tradimento di qualsiasi istanza di lotta o il segno della trasformazione di chi ne parla in un opportunista.
Il debunking viene usato come gotcha moment per provare a chiudere la discussione. Secondo un articolo del sito di giornalismo Valigia Blu, per esempio, le dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez sarebbero state gravemente distorte da una stampa italiana in malafede (che si presume abbia condizionato persino i titolisti del Guardian o del New York Times) e la lettera di Giuseppe Conte non sarebbe altro che una variazione degli argomenti di Vladimir Putin. E come si fa a dire che il dibattito sullo schwa, i conduttori inginocchiati per George Floyd o i contratti editoriali a quattro zeri per certi “influattivisti” non siano stati una forma italiana, certo derivativa e forse limitata, di woke? Che certo convive, da noi, con i busti a casa La Russa o con La Zanzara di Cruciani e Parenzo: ma come si fa a sostenere che non ci sia stata, e non ci sia tuttora, un’ondata di quel tipo anche in Italia?
La verità è che una sinistra che abbia fiducia nelle proprie idee, che ricordi ancora come si dibatte e che non abbia paura persino della propria ombra non avrebbe difficoltà a tenere insieme l’autocritica e i principi. Basterebbe riconoscere che la sinistra identitaria degli ultimi anni aveva difetti strutturali gravissimi, i cui disastri possono essere superati senza diventare Diego Fusaro. Proprio come fa capire Alexandria Ocasio-Cortez, seppur con una buona dose di faccia tosta.
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