Il mandato presidenziale è prossimo alla scadenza, il caso Russiagate è stato archiviato e sostituito dall’Obamagate, e lo scontro con la Cina ha ormai superato i confini delle schermaglie sul piano commerciale, convertendosi in una vera e propria guerra fredda combattuta a livello planetario. L’insieme di questi eventi ha spinto Donald Trump a recuperare uno dei suoi progetti iniziali, ossia la normalizzazione dei rapporti con il Cremlino in chiave anti-cinese. Le dichiarazioni sull’anacronismo del G7 e sul bisogno di un nuovo formato, che rispecchi la realtà multipolare del mondo ed includa anche Russia e India, si inquadrano in questo contesto di riavvicinamento strategico ma le incognite superano di gran lunga le certezze.

L’opinione del Global Times, ossia di Xi

Il 5 giugno il Global Times, il quotidiano-megafono del Partito Comunista Cinese (PCC), è intervenuto sulla questione dell’allargamento del G7, che Trump vorrebbe trasformare in un G11 che, includendo Russia, India, Australia e Corea del Sud, perderebbe la sua tradizionale natura occidentalo-centrica per assumere un orientamento asio-centrico.

L’obiettivo di Trump è chiaro: creare un cordone sanitario attorno la Cina, sfruttando lo schema del contenimento utilizzato con successo durante la guerra fredda per frenare le ambizioni sovietiche in Eurasia. Basta un mappamondo per comprendere quanto siano altamente geostrategiche le posizioni dei quattro paesi indicati dall’inquilino della Casa Bianca: Mosca potrebbe fungere da contraltare nell’Europa orientale e in Asia centrale, Nuova Delhi nell’Indosfera, Canberra in Oceania, mentre Seul consoliderebbe il triangolo dell’accerchiamento ad Est con Tokyo e Taipei.

Mentre l’adesione o meno degli ultimi tre paesi al G11 non aggiungerebbe nulla al loro attuale posizionamento nell’arena internazionale, che è filo-occidentale, il discorso è molto diverso per la Russia che, a partire dal 2014, si è, ed è stata, allontanata dalla comunità euroamericana per via della questione ucraina e ha trovato nella Cina un importante rifugio. È Pechino che ha permesso a Mosca di superare con relativa facilità lo strangolamento economico e di fronteggiare l’espansione occidentale nelle ultime sfere di influenza russa, da Belgrado all’Asia centrale, e al Cremlino vi è la consapevolezza di ciò.

L’opinione del Global Times, che può essere letta come l’aspettativa del PCC, è che la Russia declinerà l’invito ed altre offerte future di Trump che possano impattare in maniera negativa sulla qualità delle relazioni con la Cina. I motivi addotti dal quotidiano sono tre.

Il primo è che la Russia “è chiaramente cosciente che la bilancia del potere internazionale sta affrontando un cambiamento significativo” a detrimento del blocco occidentale, e le difficoltà dei G7 nel “governare gli affari globali” sarebbero la prova più evidente di questa realtà emergente ed inevitabile. Rientrare nella piattaforma di dialogo, che resterebbe comunque espressione dell’agenda globale di Washington, per Mosca significherebbe auto-limitare i propri margini di manovra nel mondo per soddisfare il volere di potenze che si sono dimostrate ostili nei suoi confronti, più volte nella storia.

Il secondo è che la Russia “non vuole ritornare agli anni ’90 […] quando [decise] di esporsi completamente verso Occidente ma non fu accettata e i suoi interessi nazionali furono minati grandemente. Questa storia di umiliazione agita ancora oggi i nervi della Russia”. Dal paragrafo eltsiniano ad oggi non è cambiato nulla: l’Occidente continua a dettare le regole del gioco ed è difficile credere che l’entrata nel G11 possa sancire l’inizio di un nuovo capitolo nella storia delle relazioni fra questi due mondi, incardinato sul mutuo rispetto e sull’uguaglianza.

Il terzo fattore è, ovviamente, rappresentato dalla Cina. Il G11 nasce con l’obiettivo di formalizzare l’accerchiamento di Pechino, Mosca è “ben consapevole delle intenzioni statunitensi” e, quindi, non potrebbe avallare un simile progetto per semplice pragmatismo. Inoltre, prosegue l’articolo, “gli Stati Uniti non possono offrire nulla [alla Russia]” che abbia un valore maggiore di quello è capace di dare la Cina.

Dalla Russia, finora, sono stati lanciati pochi e ambigui segnali. Le uniche dichiarazioni di spessore sono state rilasciate il 2 giugno da Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri, secondo la quale “senza la partecipazione della Cina” è difficile realizzare una seria governance globale.

Cosa potrebbe offrire Trump?

I più importanti alleati statunitensi hanno espresso perplessità all’allargamento del formato G7 e questo rappresenta indubbiamente un problema non di poco conto. Infatti, la normalizzazione strategica con il Cremlino sarà difficilmente realizzabile fintanto che le classi politiche occidentali continueranno a sposare la linea obamiana del neo-contenimento, agendo a livello domestico ed internazionale secondo schemi di pensiero da paura rossa maccartista.

Inoltre, lo stesso Trump, in questi quattro anni di presidenza si è dedicato con costanza tanto al contenimento di Pechino che di Mosca. Soltanto negli ultimi mesi si è assistito al ritorno delle forze armate statunitensi nell’Artico norvegese, per la prima volta dalla fine della guerra fredda, al lancio di un’offensiva sul piano della diplomazia energetica che dal gas naturale e liquefatto si è allargata al nucleare, e ad un protagonismo significativo nei “cortili di casa” del Cremlino, in primis Bielorussia e Asia centrale.

La domanda sorge spontanea: cosa potrebbe offrire Trump a Vladimir Putin? La realpolitik si basa ugualmente sulla forza strumentale e sulla capacità di scendere a compromessi, ossia sul “do ut des“. Il punto di partenza imprescindibile è la risoluzione definitiva della questione ucraina: la Casa Bianca potrebbe proporre la caduta del regime sanzionatorio ed il riconoscimento del nuovo status della Crimea. Non è detto, però, che gli alleati NATO siano d’accordo ed è, anzi, possibile che l’Unione Europea (UE) possa decidere di tenere il regime di sanzioni in vita autonomamente.

Un altro punto sensibile riguarda il Kosovo e la Serbia. Per il Cremlino è estremamente importante che si giunga ad una soluzione capace di soddisfare ugualmente serbi e kosovari e che, al tempo stesso, siano date garanzie sul futuro dello storico alleato balcanico, ossia che non venga allontanato in maniera traumatica dall’orbita russa in stile Euromaidan. Era dai tempi di Bill Clinton che il Kosovo non rivestiva un’importanza tanto centrale all’interno dell’agenda estera di una presidenza ma, di nuovo, affinché il piano funzioni è necessario che Washington chiarisca quali siano le sue reali intenzioni nei Balcani.

Non è da escludere che la Russia opti, infine, per la partecipazione all’evento. Si tratterebbe, comunque, di lanciare un importante messaggio di distensione, di una cortesia diplomatica che, al di là di cosa venga effettivamente proposto sul tavolo, potrebbe avere un impatto positivo nelle cancellerie occidentali, e sarebbe anche l’occasione per fare da portavoce alla Cina, che sarà sicuramente interessata a sapere l’argomento dei lavori.

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