Il 20 maggio a Taiwan non sarà un giorno come gli altri. Inizierà ufficialmente la presidenza di Lai Ching Te, meglio noto come William Lai, attuale vicepresidente dell’isola e pronto a raccogliere le redini del potere dalle mani della due volte premier Tsai Ing Wen.
Tsai e Lai fanno parte dello stesso partito, il Partito Progressista Democratico (PPD), ed entrambi lavorano per rendere Taipei sempre più indipendente dalla Cina. Pechino considera però l’intero territorio taiwanese parte integrante della Repubblica Popolare Cinese, da unire con la forza alla terraferma, se necessario.
Ad oggi, inoltre, ci sono soltanto 12 Paesi che riconoscono Taiwan alla stregua di uno Stato sovrano (i più importanti coincidono con Vaticano e Paraguay. I rimanenti sono piccole nazioni del calibro di Isole Marshall, Saint Kitts e Nevis, Palau e Belize).
E il resto del mondo? Indipendentemente dalle dichiarazioni rilasciate dai vari leader in carica nei rispettivi Paesi, Taiwan non è riconosciuta, de iure, né dagli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU oltre alla Cina (e cioè Stati Uniti, Russia, Regno Unito e Francia), nonché dal Canada, dal Giappone e dagli altri Stati dell’Unione europea. Eppure l’”isola ribelle” c’è, esiste e coincide con uno degli epicentri più caldi del pianeta.
I dolori del “giovane” Lai
Il contesto in cui si troverà ad operare William Lai non potrebbe essere peggiore. Innanzitutto i media di Pechino lo hanno definito un “pericoloso separatista”, mentre la Cina ha intensificato le esercitazioni militari per incrementare la pressione sull’isola e, forse, testarne la prontezza alla guerra.
Allo stesso tempo Lai dovrà fare i conti con un parlamento interno fratturato, in cui nessun partito detiene la maggioranza. Già, perché se alle elezioni presidenziali del 2016 e del 2020 i taiwanesi avevano premiato Tsai con più della metà dei voti espressi, assegnando così al PPD maggioranze legislative senza precedenti, in occasione dell’ultima tornata elettorale è emerso un verdetto contrastante.
Lai ha tecnicamente vinto, ma il partito di opposizione più favorevole alla Cina, il Kuomintang (KMT), in parlamento è riuscito a controllare un blocco più ampio del PPD. Non solo: se, prima del voto, il KMT avesse concluso con successo un accordo di coalizione con il Partito Popolare di Taiwan (TPP) di Ko Wen Je, allora per Lai sarebbe stato game over.
Tornando al presente, Lai dovrà muoversi con estrema cautela visto che la sua vittoria non simboleggia la riscossa dell’indipendentismo taiwanese. Il popolo dell’isola, voti alla mano, risulta confuso. Il motivo non è difficile da immaginare: pochi cittadini, forse, hanno davvero intenzione di alimentare le tensioni con il Dragone rischiando di scatenare una guerra che provocherebbe un disastro senza precedenti.
Un posto nel mondo
Lai non potrà dunque utilizzare il playbook adottato da Tsai. Dovrà, sì, continuare a lavorare per smarcare il più possibile Taiwan dalla Cina. Ma sarà chiamato anche a fare i conti con la realtà, prendendo atto delle divisioni politiche interne del parlamento taiwanese e cercando di preventivare le possibili reazioni di Pechino ad ogni sua mossa.
L’obiettivo del nuovo presidente dell’isola, allora, dovrebbe essere uno soltanto: fare in modo di posticipare la data di qualsiasi potenziale conflitto con la Repubblica Popolare Cinese il più lontano possibile nel tempo, nella speranza che il panorama politico internazionale possa cambiare così da risolvere definitivamente la questione taiwanese attraverso una soluzione pacifica.
Lai, in passato convinto attivista per l’indipendenza taiwanese dalla Cina, al momento ha riposto le parole chiave del PPD. La tattica sembrerebbe però non esser sufficiente a placare le ire del Dragone. L’Ufficio cinese per gli affari di Taiwan continua a ripetere che il “nuovo leader della regione di Taiwan” è chiamato a fare una scelta chiara tra lo sviluppo pacifico o il confronto. “L’indipendenza di Taiwan è incompatibile con la pace nello Stretto di Taiwan”, ha spiegato il portavoce dell’Ufficio, Chen Binhua.
Lai, durante il suo mandato, cercherà in tutti i modi di ritagliare per l’isola un posto nel mondo che non infastidisca Pechino, e che non sia troppo lontano dall'”ombrello” degli Stati Uniti. La leadership taiwanese proverà a puntare sul turismo, con l’auspicio di rendere Taipei una meta appetitosa per i viaggiatori occidentali, spingerà sulla tradizione culinaria locale – uno dei pochi strumenti di soft power sui quali poter fare leva – e continuerà ad investire nel settore dei semiconduttori giocando di sponda con gli altri player globali.
La missione di Lai è però complessa. Come se non bastasse, parte della sua riuscita dipenderà dal fattore Usa. Nel caso in cui Washington dimostrerà di comprendere la precaria posizione dell’erede di Tsai e le tensioni interne alla politica taiwanese – evitando l’invio di armi e altri segnali bellicosi – allora ci sarà spazio per la pace. Almeno ancora per un po’. In attesa di capire le reali intenzioni di Xi Jinping.

