Era prevedibile che la Cina rispondesse al comunicato finale del G7 e alla nuova presa di posizione della Nato, che per la prima volta ha considerato Pechino il suo principale avversario strategico. Meno prevedibili erano invece i toni comunicativi che avrebbe utilizzato il governo cinese per ribattere alle accuse mosse dagli Stati Uniti. Date l’importanza della posta in palio (non solo di natura economica), le accuse mosse da Joe Biden all’indirizzo del gigante asiatico e le etichette impiegate per definire la Repubblica Popolare, non era scontato che la Cina si limitasse a diffondere un comunicato tutto sommato pacato. E invece è andata più o meno così.

Al termine di G7 e vertice Nato, nessun pezzo grosso del Politburo cinese, tanto meno Xi Jinping, ha aperto bocca per respingere le insinuazioni avanzate da Washington. La replica, diffusa sui media cinesi, è arrivata per bocca della missione cinese presso l’Unione europea. La delegazione si è concentrata sul concetto di “sfida sistemica“, affidandosi a dati e numeri, con l’intenzione di neutralizzare l’affondo americano. Chiaro l’obiettivo del comunicato: la Cina non è una minaccia, né una “sfida sistemica”. Anzi, a detta di Pechino, se proprio è necessario individuare una minaccia alla pace e stabilità, quella minaccia è rappresentata da altri attori.

La risposta della Cina

Dicevamo dei dati messi sul tavolo dalla Cina. Come ha sottolineato l’agenzia Xinhua citando il portavoce della missione cinese presso l’Ue, il bilancio della difesa cinese nel 2021 “è di circa 209 miliardi di dollari, ovvero solo l’1,3% del suo PIL, anche meno dei criteri minimi del 2% della Nato”. Dall’altra parte, ed è questo il piatto forte del comunicato, la spesa militare totale di 30 membri dell’Alleanza Atlantica “dovrebbe raggiungere quest’anno 1,17 trilioni di dollari, più della metà della spesa militare totale globale e 5,6 volte quella della Cina”.

Accanto alla razionalità delle statistiche, non sono mancati altri messaggi. “La gente del mondo può vedere chiaramente chi ha basi militari in tutto il mondo e chi sta flettendo i muscoli inviando portaerei ovunque”, ha detto il portavoce, riferendosi chiaramente a quanto sta accadendo nel Mar Cinese Meridionale e nello stretto di Taiwan. Per quanto riguarda il nucleare, “il numero di armi nucleari cinesi non è affatto allo stesso livello degli Stati membri della Nato, come gli Stati Uniti”.

Infine, Pechino ha chiarito quali sono i suoi principi, lanciando un paio di stoccate indirette a Washington: “La Cina segue sempre il principio del divieto di primo utilizzo di armi nucleari in qualsiasi momento e in qualsiasi circostanza e si impegna incondizionatamente a non utilizzare o minacciare di utilizzare armi nucleari contro stati non nucleari o zone prive di armi nucleari. La Nato e i suoi Stati membri, che lottano per “pace, sicurezza e stabilità”, possono assumere lo stesso impegno della Cina?”.

Fronte democratico vs Fronte autocratico

La risposta cinese si è chiusa con un mezzo avvertimento – “La Cina non presenterà “sfide sistemiche” a nessuno, ma non staremo a guardare senza fare nulla se le “sfide sistemiche” si avvicineranno a noi” – ma anche con la volontà di voler “compiere sforzi seri per promuovere la cooperazione e mantenere la pace e la stabilità globali e regionali”.

Il Dragone ha replicato concentrandosi per lo più sul lato militare. Un aspetto che, a dire il vero, non sembrerebbe essere al centro delle preoccupazioni occidentali. O meglio: l’ascesa della Repubblica Popolare spaventa gli Stati Uniti, ma lo fa soprattutto in ambito economico-commerciale. Anche perché, ad oggi, Washington continua ad avere un solido vantaggio militare nei confronti del gigante asiatico, tranne probabilmente – ritengono alcuni analisti – in scenari limitrofi al “cortile di casa” cinese.

In ogni caso, è doveroso sottolineare la recente spaccatura politica creatasi in seguito agli ultimi eventi. Una frattura che ha dato vita idealmente a due fazioni teoricamente contrapposte. Da una parte troviamo il Fronte democratico capitanato dagli Stati Uniti – dove però non tutti hanno ben chiaro cosa bisogna fare e come farlo – mentre dall’altro è stato creato il Fronte autocratico, incarnato da Cina, Russia e Paesi affini. La vera rottura, insomma, sembrerebbe essere di natura sistemica, politica e culturale.

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