Diventa fotoreporter IMPARA DAI PROFESSIONISTI

C’è chi ha le moschee, come la Turchia, c’è chi ha gli istituti confuciani, come la Cina, c’è chi ha l’industria dell’intrattenimento, come gli Stati Uniti, c’è chi può vantare una tradizione anticolonialista da sventolare nelle realtà postcoloniali, come la Russia, e c’è chi, paradossalmente, pur avendo a disposizione un vasto ventaglio di instrumenta regni impiegabili per proiettare Soft Power nel mondo, come l’Italia, non riesce a farne adeguata utilizzazione.

L’Italia, che figura undicesima nella classifica degli Stati per potere morbido potenziale, nonostante la perdurante instabilità politica, ricordavamo in un approfondimento sul tema, presenta “storia, tradizioni ed altri elementi culturali” che la rendono “molto attraente e in grado di risultare influente a livello globale”. La domanda a cui rispondere, esposti i livelli invidiabili del nostro potere morbido potenziale, è la seguente: la classe dirigente nostrana riesce a capitalizzare geopoliticamente quest’incredibile fascinazione italofila di portata planetaria? La risposta è no.

Cosa fare nei Balcani?

Il potere morbido sul quale l’Italia potrebbe fare leva nell’ex spazio coloniale africano è elevatissimo, come rammenta il continuo attaccamento dei popoli libico ed etiope al Bel Paese – perdurante e resistente nonostante il loro allontanamento dalla nostra orbita geopolitica avvenuto nell’ultimo decennio –, ed altrettanto notevole e coriaceo è quello sul quale potremmo contare nei Balcani, appendice naturale dell’italosfera.

La Turchia ha le moschee, la Cina ha gli istituti confuciani e gli Stati Uniti hanno Hollywood, si scriveva, ma l’Italia ha le chiese – ovvero il prezioso Vaticano, con il quale abbiamo tagliato traguardi riguardevoli durante la Prima Repubblica, divenendo il ponte tra Ovest ed Est ed una potenza umanitaria di primo piano –, i centri culturali, la sottovalutata e bistrattata Cinecittà – che, ai tempi d’oro, fece la storia del cinema mondiale –, la cooperazione allo sviluppo, la storia, l’arte, la gastronomia e la lingua – “l’italiano resta l’unica lingua che viene studiata senza ragioni commerciali, storiche e politiche”, (ci) ricorda Pagella Politica.

Perché in politica, per quanto la classe dirigente nostrana faccia fatica a comprenderlo, tutto è o potrebbe essere un’arma: dagli aiuti umanitari al cibo e dalla religione alle serie televisive. Una verità, quella di cui sopra, che pertiene sostanzialmente alle potenze dal passato e dalla forma mentis imperiali, come l’aquilina Turchia dell’era Erdogan – la cui influenza culturale nel mondo, musulmano e non, sta aumentando a vista d’occhio grazie ad una persistente e multidimensionale campagna di proiezione di potere morbido basata su moschee, centri culturali, serie televisive, film, cooperazione allo sviluppo e umanitarismo –, ma che può essere fatta propria da chiunque, persino dall’insospettabile Uzbekistan, che recentemente ha inaugurato una diplomazia dei limoni per conquistare il mondo corteggiandone il palato.

E l’Italia, i cui popoli hanno storicamente guardato ai Balcani come ad una seconda casa fin dall’epoca preromana, dovrebbe cominciare a trasformare quel potere morbido potenziale in influenza culturale effettiva, traendo vantaggio da quella fascinazione xenofila dura a morire – ma destinata ad appassire se non adeguatamente accudita e mantenuta salubre – per stregare dapprima le folle, indi l’elettorato, e dipoi condizionare i politici.

In Romania, ad esempio, dove nell’inno nazionale si parla di Traiano e di sangue romano nelle vene del popolo rumeno, l’Italia potrebbe e dovrebbe fare leva sul fattore della comune romanità per creare un gemellaggio culturale unico ed indissolubile. E la diaspora rumena in Italia, la più folta d’Europa – più di un milione di persone –, dovrebbe essere trattata con la dovuta importanza, dopo anni di colpevole trascuratezza, perché trattasi del più prezioso strumento di cui disponiamo per entrare (e restare) nella rumenosfera (Romania e Moldavia). E perché l’inglobamento della Romania nella sfera d’influenza italica sia importante dovrebbe essere chiaro: porto di Costanza, gas naturale, energie rinnovabili e un intero scheletro infrastrutturale in attesa di essere costruito, soprattutto strade, autostrade e metropolitane.

E in Albania, cuore pulsante della pivotale cintura delle Aquile, dove la Turchia fa leva sul comune passato ottomano e sulla fratellanza religiosa, l’Italia ha tutte le carte in regola per foggiare una strategia di seduzione culturale per fini politici di pari capacità di riuscita: le chiese per mantenere aperto il canale di dialogo con la popolazione cattolica, investimenti, commercio e cooperazione allo sviluppo per creare una crescita arricchente funzionale a migliorare il prestigio del Bel Paese nell’immaginario collettivo albanese, l’esaltazione della storia per non soccombere al revisionismo storiografico turco – Ankara ha Enver Pasha, Roma ha Giorgio Castriota –, la valorizzazione della diaspora e dell’antica comunità arbëreshë per avere dei ponti con Tirana e l’esportazione di prodotti di intrattenimento (dal cinema alla musica) per preservare la fascinazione italofila dall’ascesa dirompente dell’ottomania.

Come muoverci

Commercio, umanitarismo e cooperazione allo sviluppo potrebbero e dovrebbero essere impiegati per mantenere una presenza marcata nei Balcani orientali, nell’albanosfera e nell’ex Iugoslavia, dove Germania, Turchia e Cina vanno espandendosi a nostro detrimento, senza trascurare la rilevanza della “militarizzazione” di beni apparentemente apolitici ed innocui come il cibo, le serie televisive, i film, l’informazione, i centri culturali, la musica, le chiese e le scuole di lingua.

Spiegato altrimenti, in maniera più specifica, la nostra agenda estera per i Balcani dovrebbe prevedere l’esportazione di prodotti culturali seduttivi – e non soltanto commedie per famiglia –, la capitalizzazione geopolitica della dominanza commerciale e della cooperazione allo sviluppo, l’esaltazione della comunanza e/o della vicinanza storico-identitaria ovunque possibile e la promozione della cultura e della lingua italiane. Ma nulla di ciò potrà essere fatto finché l’Italia continuerà ad essere avvolta dal manto soporifero della fine della storia, che, addormentando le coscienze nazionali, impedisce a politici, strateghi e statisti di comprendere l’eterna, immutabile ed inalterabile importanza delle identità.

.
Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY