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Nell’ultimo decennio, cioè a partire dalla caduta della Libia di Muammar Gheddafi, la grandeur italiana tra Balcani e Mediterraneo allargato ha osservato un processo di grave e inarrestabile erosione che, scaturito dall’albeggiare dell’era multipolare, è stato esacerbato in maniera significativa da una serie di carenze e problematiche di natura endogena, in primis la deteriorazione della qualità della classe politica e in secundis l’assenza di una visione di lungo periodo.

Roma, in sintesi, non ha saputo cogliere il cambio di paradigma, ovverosia il mutamento dei tempi, perché preda di una combinazione staticida di miopia strategica e abulia che, se non trattata adeguatamente, rischia di rendere la frattura insanabile e di trasformare il Bel Paese in una metternichiana espressione geografica. Frattura le cui manifestazioni sono già oggi visibili e palpabili in gran parte del nostro estero vicino, dalla Libia ai Balcani occidentali.

Ed è all’interno di questo campo minato, che con lo scorrere del tempo è divenuto crescentemente pericoloso, che la diplomazia nostrana è riuscita nell’impresa di trovare una via di fuga avente come meta la salvazione dell’Italia come potenza geopolitica e come Idea. Via che diplomatici e imprenditori dello Stivale hanno attraversato all’ombra delle competizioni egemoniche per Balcani e Mediterraneo allargato e che li ha condotti nelle steppe incontaminate dello sterminato mondo turcico (türk dünyası). Via che, sorprendentemente e imprevedibilmente, ha gettato le basi per la trasmigrazione dell’Italia dal Mediterraneo all’Asia inoltrata.

L’Italia degli anni Venti del Duemila, in breve, è tanto debole quanto forte, e tanto Urbe quanto Orbe, perché emancipata dalla sua diplomazia e dai suoi campioni nazionali da una dimensione prettamente europea ad una che non risponde alle logiche ingabbianti e costrittive della geografia. Una dimensione che l’ha trasportata tra Caucaso meridionale e Asia centrale, dall’Azerbaigian agli –stan postsovietici, e che la renderebbe in grado di giocare un ruolo-chiave nel Grande Gioco 2.0.

Gli americani fuori, l’Italia dentro?

Il 31 agosto 2021 è stato cerchiato con la matita rossa sul calendario delle cancellerie europee. Entro quel giorno, infatti, le truppe americane avrebbero dovuto lasciare l’Afghanistan, come annunciato da Joe Biden. Con i soldati statunitensi, anche le altre forze occidentali erano chiamate a completare l’evacuazione dal Paese, ormai finito nelle mani dei talebani.

Nonostante alcuni leader europei – tra cui Boris Johnson ed Emmanuel Macron – abbiano cercato di convincere Biden a spostare più avanti il termine del ritiro, Washington ha rispettato la tempistica stabilita dal presidente democratico, non senza scatenare polemiche per un ritiro a tratti apparso troppo approssimativo. In ogni caso, la de-americanizzazione dell’Afghanistan apre nuove porte a dinamiche geopolitiche da chiarire. Chi sarà il partner principale dei talebani? Quale sarà il ruolo ricoperto da Cina e Russia a Kabul? Il governo dei talebani rispetterà gli impegni presi di fronte alla comunità internazionale o continuerà a rappresentare una minaccia per il popolo afghano? E ultimo, ma non meno importante, qual è lo spazio di manovra dell’Italia in quello che è stato già definito il Grande Gioco 2.0?

Roma ha alcuni jolly da giocare, soprattutto per riunire i più importanti Paesi del mondo dietro ad un’unica bandiera. Negli ultimi giorni di agosto, il ministro italiano degli Esteri, Luigi Di Maio, ha spiegato che l’Italia avrebbe avuto un “ruolo internazionale di primo piano” nel dossier afghano. In vista della cosiddetta fase due, successiva al completamento delle operazioni di evacuazione, il Ministero degli Esteri italiano si è detto pronto “a coordinare la definizione di un Piano italiano a sostegno del popolo afghano, alla cui articolazione abbiamo già iniziato a lavorare e che intendiamo finalizzare nei prossimi giorni”.

Nel caso in cui non dovessero esserci intoppi, l’Italia è pronta a oliare un complesso meccanismo diplomatico per riunire allo stesso tavolo Stati Uniti, potenze europee, Cina, Russia e altri partner interessati alla ricostruzione (non solo economica) dell’Afghanistan. Resta da capire se Roma vorrà davvero giocare tutte le sue carte (sarebbe uno spreco, viste le potenzialità), o se preferirà centellinare ogni singola mossa, mantenendosi lontana dalla luce dei riflettori.

Quel che è certo è che il Grande Gioco 2.0 ha creato e creerà moltissime occasioni diplomatiche in cui l’Italia – o chi per lei – potrà inserirsi così da accrescere il proprio peso in una regione geopoliticamente rilevante in vista di un futuro sempre più spostato verso l’Asia. Anche perché la vicenda afghana è troppo complessa e spinosa per essere gestita in completa autonomia. E, dunque, un eventuale coinvolgimento in primo piano di Roma nella fase due in quel di Kabul, potrebbe consentirci di lavorare in concerto con altri attori locali, come i vari –stan, Russia e Cina, oltre che con Stati Uniti ed Unione Europea.

Più facile a dirsi che a farsi

Il puzzle afghano è molto più complicato di quanto si possa immaginare. Non dobbiamo pensare che il ritiro americano sia semplicemente sostituito dalla presenza in Afghanistan di un’unica e nuova potenza. Detto altrimenti, l’uscita di scena degli Stati Uniti non ha liberato le porte alla sola Cina. Semmai, la exit strategy di Washington ha creato i presupposti per una sorta di frammentazione di Kabul, ritrovatasi di colpo contesa da più governi desiderosi di espandere la loro influenza geopolitica in una prateria improvvisamente diventata vergine.

Il ritiro di Washington, indubbiamente, fa emergere rischi e opportunità. Per quanto concerne i primi, è inevitabile l’aumento del peso specifico in loco di altri attori, quali Cina e Russia. Il punto è che le loro ambizioni regionali potrebbero non coincidere con gli interessi dei Paesi occidentali, tra cui l’Italia. Ecco perché includere Pechino e Mosca nel tavolo delle trattative è quanto mai utile, se non altro per scongiurare di rimediare evitabili buchi nell’acqua. Non mancano, tuttavia, le opportunità, in parte già accennate. Anche se gli Stati Uniti continueranno, in qualche modo, a mantenere contatti in Afghanistan, se non altro a livello di intelligence, potrebbero aprirsi spazi interessanti da occupare a son di diplomazia. L’Italia ha le carte in regola per minimizzare i rischi e accrescere le opportunità.

L’Italia e gli -stan

Il Grande Gioco 2.0 è iniziato da parecchi anni, all’ombra della Guerra al Terrore e della nuova corsa all’Africa, e l’Italia, se lo volesse, potrebbe parteciparvi in qualità di co-protagonista. Forte di una lunga tradizione di equilibrismo tattico tra Occidente e Oriente, l’Italia potrebbe e dovrebbe attingere a quel legato inestimabile e sempreverde costituito dall’Ostpolitik vaticana, dalla Divopolitik primorepubblicana, dal vissuto di Enrico Mattei e dalla più recente diplomazia del cucù di berlusconiana memoria.

Realismo in luogo dell’idealismo, investimenti anziché promesse, pionierismo piuttosto che attendismo, muri al posto dei ponti e, soprattutto, coraggio invece della pavidità; questo è il corpus di comportamenti e attitudini che dovrebbe caratterizzare l’azione italiana nelle terre dell’eterno Grande Gioco. Perché l’alternativa ad una diplomazia orientata all’apertura e all’inclusività è uno scontro con i due titani che vigilano sull’Asia centrale, cioè Russia e Cina, dal quale usciremmo fortemente ridimensionati. Un’eventualità che l’Italia, privata del suo originario spazio vitale (il Mediterraneo), non può permettersi.

Passando dalla teoria alla pratica, l’Italia dovrebbe operare negli –stan all’insegna del si vis pacem para pacem, continuando a spronare i propri campioni nazionali ad investire nell’energia e nel minerario e scommettendo simultaneamente su quei settori che, trascurati da grandi e piccoli, potrebbero consentirle di allargare in maniera significativa la propria impronta in loco. Settori come il calcio, i trasporti, l’intrattenimento e la cultura. Settori dove la nostra presenza non è motivo di fastidio per il duo Mosca-Pechino, dove si parla di guadagni dai sei zeri in su e dove la concorrenza è assente o scarseggia.

L'”italianizzazione limitata” degli –stan che contano, cioè Kazakistan e Uzbekistan, non è fantapolitica, ma una realtà raggiungibile, un obiettivo al quale aspirare. Una meta verso la quale dirigersi all’insegna del motto “la Cina costruisce gli stadi, l’Italia li riempie” e che abbiamo l’opportunità storica di raggiungere oggi. Un’opportunità di cui si può comprendere l’effettiva realizzabilità soltanto con l’aiuto di fatti e numeri:

Il calcio, in sintesi, non è l’unica area in cui l’Italia potrebbe costruire una posizione dominante ed impareggiabile, diminuendo simultaneamente il rischio di esiziali animosità da parte dei due vigilanti dell’Asia centrale postsovietica, perché delle praterie altrettanto incorrotte sono rappresentate dalla sanità e dall’agricoltura sostenibile, dal cibo e dalla moda, dalla vetreria e dalla rubinettteria, dalla ceramica e dalla gomma, senza trascurare quel mercato germogliante che è l’energia pulita.

L’Italia può e deve formulare un’agenda per l’Asia centrale di natura composita e dall’orizzonte lungo, dunque, perché esercitare un’influenza rilevante su questo corridoio che unisce i due lati del supercontinente equivarrebbe a divenire il rappresentante in loco dell’Occidente – cosa che gli Stati Uniti gradirebbero particolarmente –, a recuperare ciò che è stato perduto nel periodo post-primorepubblicano a causa della ritirata dal Mediterraneo allargato e, non meno importante, a riconfermare ciò che siamo sempre stati: un ponte tra blocchi e civiltà, ed un insospettabile paciere in tempi di guerra fredda.

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