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Politica

Israele: Netanyahu in un vicolo cieco, con la tentazione di uscirne attaccando l’Iran

Israele, l'ultima battaglia politica di Netanyahu tra post-voto e venti di guerra. Tel Aviv come la Roma di Mario e Silla?

I dati delle elezioni israeliane più partecipate da oltre un quarto di secolo producono, per ora, un solo risultato definito: il blocco di destra guidato dal Likud, il partito nazionalista e conservatore di Benjamin Netanyahu, aveva la maggioranza dei seggi prima del voto ed è destinato a non averla più dopo i suffragi.

Questo però non vuol dire che il primo ministro più longevo della storia di Israele sia fuori partita: la sua formazione, in calo rispetto al 2022, è sulla buona strada per confermarsi primo partito (da 32 seggi scenderebbe a 27, mentre è stata contata oltre la metà dei voti), il campo esteso alle formazioni ultranazionaliste e di destra religiosa per ora mantiene 55 seggi complessivi, meno della soglia per la maggioranza di 61 ma di più di quelli dell’opposizione (ferma a 49), con Yashar, la formazione di Gadi Eisenkot, a 21 seggi, e Insieme, il partito di Yair Lapid e Naftali Bennet, a 11, con la sinistra dei Democratici a 9. L’alta mobilitazione elettorale rende l’idea dell’articolata complessità della società israeliana e affida a futuri negoziati qualsiasi prospettiva di formazione di un governo, con l’exploit delle liste arabe ben raccontato da Mauro Indelicato che crea un “terzo polo” sulla carta decisivo per qualsiasi maggioranza. Ogni scenario finale andrà letto alla luce dei voti definitivi e delle indicazioni dei partiti, ma si possono segnalare diversi elementi sistemici di valore politico.


Il sistema politico israeliano sembra destinato a produrre un risultato incerto. Nel paper di Davide Malacaria per InsideOver potete scoprire le dinamiche con cui funziona. La guida al voto tornerà utile a maggior ragione ora che si entra nel vivo dello spoglio: qui potete scaricarla gratuitamente.


Netanyahu non ha più una maggioranza

Il primo è che anche dopo quattro anni di confronto interno serrato e di guerre su ben sette fronti, il feuiletton politico di Israele non cambia e prosegue il romanzo a puntate della divisione attorno a Netanyahu della politica israeliana. Una divisione che, va detto, negli ultimi anni ha preso la forma della polarizzazione sistemica e serrata sotto forma dello sdoganamento di forze politiche radicali e con afflati millenaristi che Netanyahu ha arruolato per cercare di blindarsi al potere e che, dopo il 7 ottobre 2023, hanno spinto per una torsione nazionalista interna allo stesso Likud. Lo scenario parla dunque di due blocchi che, sulla carta, non si dividono tanto sulle priorità sistemiche per il Paese, come l’individuazione dell’Iran come un nemico strategico o, oggigiorno, il rifiuto della concessione di uno Stato palestinese, quanto sulle modalità con cui risolvere i problemi, che secondo gli anti-Netanyahu la chimera politica costruita dal premier ha finito per complicare.

In secondo luogo, le alchimie politiche della democrazia parlamentare israeliana dovranno vincolarsi a una contingenza politica in evoluzione. L’analista Shaiel Ben-Ephraim all’uscita degli exit poll commentava su X diversi scenari possibili che, seppur evolutisi alla luce dei dati reali, includevano anche l’opzione di uno stallo che, a suo avviso, potrebbe favorire Netanyahu che resterà al governo finché Isaac Herzog, presidente della Repubblica, non troverà un candidato capace di arrivare a 61 seggi. E non è da dare per scontato che nonostante l’apertura delle liste arabe alla sostituzione di Netanyahu il cammino per Eisenkot sia spianato: l’ipotesi che resta sul tavolo è quella di un governo di minoranza aperto all’appoggio esterno delle liste arabe ma in cui dovranno essere unite forze politiche diverse, un ircocervo simile a quello della frastagliata maggioranza anti-Netanyahu guidata da Lapid e Bennett nel 2021-2022. Che alternativa offrire per il Paese? Dove proporre discontinuità, soprattutto nel contesto dell’arrocco nazionalista dello Stato Ebraico, laddove una dottrina comune alternativa non emerge?

Unità nazionale se riparte la guerra all’Iran?

Riguardo a ciò, è bene sottolineare che c’è un terzo elemento esterno da sottolineare. L’ipotesi, cioè, che un elemento esterno arrivi a perturbare la divisione rigida in blocchi e apra alla prospettiva di nuove alchimie politiche. In tal senso, l’insistente supporto di Donald Trump e degli Usa a Netanyahu e l’emersione di una voce crescente su possibili opzioni di unità nazionale per il post-voto devono essere valutate sia sul quadro interno che su quello geostrategico.

L’analista dell’Institute for National Security Studies della Tel Aviv University Danny Citrinowicz ha scritto su X che “il vicolo cieco politico di Netanyahu potrebbe essere l’anticipazione della prossima guerra con l’Iran” e che il primo ministro “potrebbe vedere un altro confronto con l’Iran come un’opportunità per cambiare radicalmente gli equilibri politici” in un contesto in cui Bibi, per motivi contingenti (i numerosi processi) e strutturali (il cambio radicale imposto alla postura di Israele dalla sua leadership negli ultimi anni), non intende rinunciare a guidare il Paese e “un’emergenza di sicurezza nazionale potrebbe esercitare un’enorme pressione sui suoi rivali politici affinché si uniscano a un governo di unità nazionale sotto la sua guida”. Fintanto che lo stallo politico prosegue e la leadership del governo, oltre alla possibilità di garantire continuità al comando sulle forze armate, resta nelle sue mani, Netanyahu può potenzialmente giocare questa carta. A maggior ragione considerato il fatto che negli Usa Donald Trump e la sua amministrazione non chiudono all’ipotesi di un rinnovato scontro con Teheran a cui, peraltro, anche la Repubblica Islamica sembra essere intenta a prepararsi.

Israele come la Roma di Mario e Silla

In tal senso il pensiero di politica estera e securitaria del primo ministro ha tracciato un solco profondo per Israele su cui ogni successore dovrà, inevitabilmente muoversi. E di recente, scrive il Jerusalem Post, in colloqui avuti prima del voto “Netanyahu avrebbe detto ai funzionari statunitensi di ritenere Eisenkot il partner migliore qualora le ostilità tra Israele e Iran dovessero riprendere“, puntando sulla possibile convergenza con l’ex capo dell’Israel Defense Force su questo dossier strategico.

In conclusione, la partita resta aperto e lo stallo politico è una realtà in un Paese diviso e polarizzato attorno al ruolo di un uomo che ha dominato la politica nazionale ma a cui tutti fanno, inevitabilmente, riferimento. Israele è come la Repubblica Romana all’epoca di Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, divisa tra chi, da un lato, pur detenendo il potere da un lungo periodo si propone come il titolare della possibilità di difendere la popolazione dalle minacce, il “Mister Sicurezza” che ha voluto fare della politica interna una continuazione della guerra con altri mezzi e della guerra un fattore dirimente della politica interna stessa e, dall’altro, l’erede dell’establishment desideroso di rimettere ordine e garantire continuità definendo le strategie per la sopravvivenza di una nazione percepita sotto perenne attacco esterno.

Quelli che ai tempi della Roma tardo-repubblicana erano i socii italici che chiedevano voce sono oggi i partiti arabi che rappresentano un’ampia fetta di popolazione fedele allo Stato israeliano e che chiede rappresentanza in un clima più polarizzato. Oltre duemila anni fa, il dualismo tra Mario e Silla segnò l’inizio del deterioramento della Roma repubblicana, lo strappo costituzionale elevato a norma, l’avvio di un’era di vendette politiche e conflitti civili interni. Ora questi conflitti sono tali solo sul piano politico mentre il percepito senso d’assedio della nazione permane e l’obiettivo resta quello di ricucire un sistema complesso in cui c’è in gioco la stessa tenuta nazionale di un Paese tanto arroccato nella regione di riferimento quanto polarizzato sul piano interno.

L’ultima battaglia di Netanyahu

L’ultima battaglia di Netanyahu sarà quella per capire se ci sarà ancora spazio per lui in un Paese che ha radicalmente trasformato, che ha votato avendo in testa innanzitutto la possibilità di una sua permanenza al potere e le cui politiche di sicurezza sono oggi in cima all’agenda di tutti i potenziali decisori che, da un lato, accusano Bibi di aver compromesso le prospettive del Paese ma, dall’altro, non possono prescindere dalle sue mosse. Chi avrà 61 seggi per formare un governo nella prossima Knesset dovrà saper anche normalizzare politicamente il Paese e rompere il dualismo tra stato di confronto permanente interno ed esterno e cicli politici israeliani.

L’obiettivo è far sì che ogni elezione non diventi una battaglia esistenziale, ma torni a essere un normale processo del gioco democratico israeliano. Sanare questa problematica sarà decisiva per la natura stessa dell’Israele di domani e per la sua posizione in un Medio Oriente caotico e segnato da tensioni e conflitti la cui evoluzione impatta direttamente sulla percezione dei cittadini sul futuro del Paese. Eisenkot, già comandante militare dell’Idf, ha in tal senso la possibilità di dare uno strappo politico importante: saprà passare il Rubicone di un dialogo con i partiti arabi tale da inaugurare una nuova era e superare un paradigma dove domina soprattutto il principio securitario? La sfida potrebbe essere decisiva, e anche in questo caso l’elefante nella stanza resta il potere di Netanyahu, i cui destini personali si saldano nettamente con quelli politici di Israele. Un dualismo che da oltre un decennio nessun voto politico ha rotto. E il cui superamento potrebbe essere strategicamente decisivo.

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