Da martedì sera, come già accaduto altre tre volte in appena due anni, la politica israeliana è appesa al pallottoliere. Per tutti i principali protagonisti delle elezioni del 23 marzo l’obiettivo è arrivare a quota 61. Ossia il numero minimo di parlamentari che, in una Knesset composta da 120 membri, occorre per avere una maggioranza. Il problema è proprio questo. Si guarda troppo ai numeri, molto poco alla sostanza politica. Perché la vera questione è che in Israele, ancora una volta, a una maggioranza numerica potrebbe non corrisponderne una di governo. Lo stallo, a questo punto, non è così lontano.

Non esiste una vera maggioranza

Anche in Israele potrebbero rischiarsi analoghe polemiche viste già dopo le presidenziali Usa sul voto a distanza. Qualcosa come 450mila elettori hanno espresso le preferenze via posta. Una cifra molto alta, anche centomila voti in più o in meno a favore di una lista potrebbero togliere o aggiungere seggi in parlamento. Hanno depositato la scheda dentro le apposite lettere sigillate i soldati, così come quei cittadini che, per via delle disposizioni anti Covid, non potevano permettersi di raggiungere i seggi. Su Hareetz, il giornalista Amir Tibon ha sottolineato l’inquietudine di parte dello staff del Likud, il partito del premier uscente Benjamin Netanyahu. Molti rappresentanti della formazione di centro – destra sarebbero pronti a denunciare brogli sul voto postale se qualcosa dovesse andare storto. Se cioè grazie al computo delle preferenze espresse per corrispondenza gli avversari dovessero guadagnare anche un solo seggio in più. Perché lo spettro è proprio quello: lo scrutinio dei seggi ha consegnato una Knesset spaccata in due. Il Likud ha la maggioranza relativa, ma si è fermato a 30 seggi. Deve allearsi con partiti in grado di dare a Netanyahu almeno altri 31 parlamentari. Considerando i tre partiti religiosi, Shas, Giudaismo Unito nella Torah e Sionismo Religioso, la coalizione raggiungerebbe quota 52. A questi si potrebbero aggiungere i 7 deputati di Yamina, formazione della destra religiosa che però in campagna elettorale non si è “promessa” a nessuna coalizione. Il pallottoliere così si fermerebbe a 59.

Il premier uscente deve quindi guardare oltre. In primo luogo al partito arabo Raam, guidato da Mansour Abbas, capace in extremis di raggiungere il quorum per accedere in parlamento e guadagnare 5 seggi. E qui sorge il primo dilemma: anche se la lista araba di Abbas è conservatrice, come può conciliarsi con le idee e le istanze dei partiti ebrei ultra ortodossi? E come Raam potrebbe convivere con la destra religiosa di Yamina? Un equilibrio delicato, in grado di essere definitivamente sconquassato anche da una singola variazione determinata dall’esito del voto postale.

Sul fronte avversario il pallottoliere è a quota 56. Ma dentro questo numero sono comprese liste e formazioni molto diverse, incapaci assieme di tradurre in maggioranza di governo una maggioranza numerica. Yair Lapid, leader di Yesh Atid che nel nuovo parlamento dovrebbe avere 17 deputati, sarebbe capofila di questa coalizione. Un raggruppamento definito impropriamente di centro – sinistra, in quanto al suo interno ci sono anche Avigdor Lieberman e Gideon Saar, rispettivamente a capo di Yisrael Beiteinu e Nuova Speranza. Il primo è un partito espressione della destra laica e nazionalista, il secondo invece è nato dopo una scissione dal Likud. Difficile vedere i loro nomi al fianco, in un eventuale governo, dei laburisti e di Meretz, storiche formazioni di sinistra. Molto remota anche l’idea di considerare in maggioranza gli arabi della Joint List. Cifre ballerine a parte, a prescindere dall’esito definitivo del voto che verrà comunicato solo venerdì, in Israele non sembrano esserci spazi per coalizioni in grado di formare un governo.

Arabi decisivi per il futuro governo?

C’è poi un’altra questione, ossia l’orientamento delle liste della comunità araba. Nelle ultime tornate i partiti arabi si sono presentati uniti, diventando terza forza della Knesset. In campagna elettorale si è consumato lo strappo. Abbas ha abbandonato la Joint List, strizzando l’occhio a Netanyahu. Adesso i suoi 5 parlamentari potrebbero essere decisivi per il premier uscente. Così come potrebbero invece regalare a Lapid il definitivo sorpasso sul centro – destra. Questo perché è stato lo stesso Abbas a rimarcare, nelle ore successive al voto, di non aver mai espresso una netta preferenza per l’una o l’altra coalizione. E c’è chi a Gerusalemme adesso sta notando riavvicinamenti con la Joint List e quindi la possibilità che anche Raam viri verso gli avversari dell’attuale premier. Anche qui però salterebbe fuori la considerazione precedente: come conciliare una visione conservatrice islamica con la destra laica e i partiti di sinistra?

La palla comunque la prossima settimana passerà in mano al presidente della Repubblica, Reuven Rivlin. Sarà lui a decidere a chi affidare l’incarico dopo le consultazioni. La strada per un nuovo governo è tutt’altro che in discesa.

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