Manca meno di un mese alle elezioni israeliane, ma stando agli ultimi sondaggi lo stallo tra il premier uscente Benjamin Netanyahu e il suo sfidante Benny Gantz è destinato a ripresentarsi. Nessuno dei due è riuscito a sottrarre voti all’altro durante l’ennesimo periodo di campagna elettorale e il rischio è che il Paese vada per la quarta volta alle urne. A determinare la formazione o meno di un nuovo governo saranno ancora una volta le alleanze che i partiti con il maggior numero di voti riusciranno a stringere con le altre formazioni che entreranno in parlamento. Ma la negoziazione si prospetta ancora una volta lunga e difficile, mentre sembra ormai del tutto tramontata l’opzione di un esecutivo Likud-Blue&White con Netanyahu e Gantz a ricoprire alternativamente il ruolo di primo ministro.

Gli sforzi di Netanyahu

Eppure Netanyahu ha fatto di tutto per aumentare il numero di voti in suo favore negli ultimi mesi, grazie anche all’aiuto di altri capi di Stato particolarmente interessati a rivedere il leader del Likud alla testa di Israele. Bibi – per fare un esempio – è riuscito ad ottenere dalla Russia la scarcerazione di Naama Issachar, la giovane israeliana detenuta nella Federazione russa per possesso di droga e condannata a sette anni e mezzo di prigione.

Ma le vere vittorie sono state altre. Nelle ultime settimane Bibi ha stretto forti legami con il mondo arabo, fino ad arrivare al cosiddetto “Patto di non aggressione” con i Paesi del Golfo in chiave anti-iraniana ed è stato al fianco del presidente americano Donald Trump durante la presentazione del tanto atteso “Accordo del secolo”. Il piano di pace Usa prevede l’annessione delle colonie israeliane in territorio palestinese, il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale dello Stato ebraico e tutta una serie di misure indubbiamente a favore dell’alleato israeliano. Eppure nemmeno il Deal of the century è bastato per far salire Netanyahu nei sondaggi, dimostrandosi invece un’arma a doppio taglio. Dopo aver svelato il Piano, il genero del presidente Trump, Jared Kushner, ha infatti frenato gli entusiasmi del premier uscente, rimandandone l’applicazione a dopo le elezioni. Ma c’è un’altra questione che può determinare il successo o la sconfitta di Netanyahu: Hamas.

Il ruolo di Hamas

Da tempo si parla di un accordo tra Israele e Hamas per mettere fine alle ostilità e sospendere l’embargo che pesa da 13 anni su Gaza, ma ad oggi non si è ancora arrivati a nulla di ufficiale nonostante delegazioni egiziane continuino a recarsi nella Striscia e a conferire con la controparte israeliana. Una svolta importante è stata però raggiunta il 13 febbraio, quando Hamas ha annunciato di aver sospeso unilateralmente qualsiasi attacco contro Israele con l’obiettivo di ottenere maggiori concessioni da Netanyahu. Un simile annuncio e la reale sospensione delle ostilità rischia di essere un’arma a doppio taglio per il premier uscente, proprio come il Piano di pace. Un aumento della violenza alla vigilia delle elezioni potrebbe infatti minare il sostegno degli elettori nei confronti di Netanyahu, accusato di non essere in grado di garantire la sicurezza del suo popolo nonostante l’evidente disparità di forze.

D’altro canto, un nuovo attacco dalla Striscia potrebbe confermare le intenzioni di voto di quella parte dell’elettorato che non crede nella pace con Hamas e che sostiene la linea dura contro la Striscia. Questa stessa fetta di elettori potrebbe voltare le spalle al leader del Likud nel caso in cui Netanyahu alleggerisse e infine sospendesse l’embargo su Gaza, dimostrandosi ai loro occhi debole nei confronti di un’organizzazione considerata terroristica. Eppure un simile scenario potrebbe convincere un’altra parte dell’elettorato a votare per l’attuale premier: una sospensione delle ostilità permetterebbe infatti a Netanyahu di presentarsi agli elettori come colui che è riuscito a garantire la sicurezza dei suoi cittadini. In tutti e quattro gli scenari quello che determinerà l’aumento o meno del sostegno nei confronti premier uscente sarà la prevalenza tra gli elettori del bisogno di sicurezza o il la volontà di proseguire nella “lotta al terrorismo”.

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