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Politica

Il dialogo con l’Iran e il nodo Houthi: perché il Pakistan si lancia in una nuova mediazione in Medio Oriente

Il Pakistan è stretto tra l’alleanza militare con l’Arabia Saudita e la necessità di mantenere aperto il dialogo con l’Iran.

Adesso per il Pakistan non ci sono più scusanti. Con l’Arabia Saudita travolta dagli attacchi degli Houthi, lo Stretto di Hormuz ancora in ebollizione e l’intero Medio Oriente ridotto a una polveriera, Islamabad è costretta, ancora una volta, a giocare la carta della diplomazia. Una diplomazia che dovrà necessariamente tenere conto del freschissimo accordo di mutua difesa siglato con Riad e comprendente una clausola precisa: un’eventuale aggressione contro un membro dell’alleanza viene considerata alla stregua di un attacco rivolto contro tutti gli altri.

Si tratta di un vincolo spinoso che rischia di essere una vera e propria spada di Damocle sulla testa del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif e, soprattutto, su quella del capo delle forze armate, il feldmaresciallo Asim Munir. Già, perché se la situazione dovesse degenerare i sauditi si aspettano un intervento del Pakistan a loro sostegno contro i ribelli yemeniti sostenuti dall’Iran.

La posizione del Pakistan

Proprio Munir ha esortato, intanto a parole, l’Iran a frenare i raid degli Houthi contro l’Arabia Saudita. Gli attacchi hanno preso di mira diverse città del Regno interrompendo infrastrutture energetiche chiave e contribuendo a far salire i prezzi globali del petrolio (per la precisione ai livelli più alti mai toccati dallo scorso maggio).

I funzionari di Islamabad per il momento si sono limitati a lanciare un avvertimento a Teheran: informate i ribelli yemeniti di non alimentare un’escalation perché, qualora Riad invocasse la clausola dell’accordo di mutua difesa sopra menzionata, a quel punto il Pakistan sarebbe costretto a intervenire. E non più soltanto a parole o con messaggi indiretti.

“L’Iran sostiene che si tratti di una disputa tra Arabia Saudita e Yemen ma sembra anche che l’escalation serva alla politica iraniana nella regione”, ha riferito una fonte pakistana al Financial Times. Munir, non a caso, un mese fa è volato in Iran per incontrare il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Di recente pare abbia avuto anche diverse conversazioni telefoniche con il ministro degli Esteri di Teheran Abbas Araghchi.

Un’altra (difficile) mediazione

A sua discolpa l’Iran sostiene che gli Houthi agiscano in modo completamente indipendente da Teheran. Il tenente generale Ahmed Sharif Chaudhry, portavoce principale dell’esercito pakistano, è stato tuttavia chiarissimo: “Il Pakistan sostiene pienamente il Regno dell’Arabia Saudita, sia sul piano diplomatico che militare. Arriveremo a qualsiasi limite. Siamo presenti e continueremo a difendere il Regno dell’Arabia Saudita da qualsiasi aggressione”.

Islamabad ha già una presenza considerevole nel Regno visto che all’inizio dell’anno ha schierato circa 8.000 soldati, uno squadrone di caccia JF-17, droni e un sistema di difesa aerea HQ-9. Le autorità pakistane hanno poi fatto sapere che gli attacchi contro i luoghi sacri dell’Arabia Saudita rappresentano una “linea rossa” e che il governo intende attuare gli accordi di difesa con Riad. “Quando, come, dove e quale forza verrà utilizzata contro quali obiettivi, e altre questioni che implicano la riservatezza operativa, ci impongono di mantenere una certa discrezione in questa fase”, ha dichiarato un funzionario pakistano al FT.

L’accordo di difesa con l’Arabia Saudita rappresentava una grande vittoria strategica per Munir: Riad avrebbe fornito a Islamabad miliardi di dollari tra investimenti e prestiti, in cambio di un sostegno militare pakistano e di una difesa nell’improbabile caso (all’epoca del patto) di un attacco diretto contro il suo territorio. L’avanzata degli Houthi rappresenta adesso il primo vero banco di prova per l’accordo di difesa congiunta della Mecca.

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