Se serviva, ancora una volta, la certificazione del fallimento dell’Unione europea, ci ha pensato Recep Tayyip Erdogan. In poche ore ha preso le redini della guerra in Siria, invaso il nord per annientare i curdi, e minacciato l’Europa: “Attenti o vi riempio di rifugiati”. Tutti hanno tuonato contro il Sultano, ma intanto, dopo giorni di operazioni, la conta dei morti è arrivata a più di 400 (questo il dato del ministero della Difesa turco) e Ankara è pronta ad accogliere il segretario della Nato Jens Stoltenberg con l’aria di chi può anche fermarsi, come chiedono a gran voce i suoi partner atlantici, tanto ormai quello che il governo turco voleva ottenere l’ha ottenuto. Non certo con le buone.

L’Europa ha chinato il capo. La Germania ha deciso di bloccare l’export di armi. ll ministro degli Esteri Heiko Maas ha detto alla Bild am Sonntag che “la Germania non rilascerà più alcun nuovo permesso all’esportazione di attrezzature militari che possano essere utilizzate dalla Turchia in Siria”, ma lo ha fatto dopo che la stessa cancelliera ha chiesto di non calcare troppo la mano e soprattutto lo ha fatto singolarmente, così come avvenuto per l’Arabia Saudita in Yemen. Del resto Angela Merkel, oramai non più regina di quest’Unione europea alla deriva, non può certo dire a qualcuno come comportarsi ma soprattutto non può dettare legge a chi dell’Europa ha in mano le chiavi. Con il fiume di rifugiati pronto a investire in continente europeo e soprattutto con gli accordi politici e militari tra Ankara e i governi europei, i turchi sanno perfettamente come confrontarsi con il Vecchio continente. E Berlino può minacciare fino a un certo punto.

Insomma, l’Europa capitola. Cede di fronte a un leader che di fatto ha imposto la sua linea a un conflitto che da anni devasta la Siria e che rappresenta la grande spada di Damocle del Medio Oriente e del mondo. L’Europa non solo capitola ma si spacca. Jean Claude Juncker ha alzato la voce (da presidente della Commissione uscente) al pari di tutti i leader continentali. Eppure nessun sembra voler parlare a una sola voce: gli accordi sono tra singoli Stati e Erdogan, in questi anni, ha saputo intessere una fitta rete di interessi e di minacce per cui nessuno, singolarmente, può “dichiarare guerra” al Sultano. E quell’Ue che ha sostenuto i curdi, pagato i turchi e che pontifica quale insieme di potenze faro della civiltà, non ha mosso un dito.

Colpo di grazia di Erdogan? No, non è il solo. Perché mentre la Turchia smorza i già fragili sogni di gloria europei, Donald Trump, dall’altra parte dell’Atlantico, non smette di lanciare segnali inequivocabili. Tra la sfida ai partner europei di prendersi i foreign fighter dell’Isis in Siria alla guerra dei dazi che ha investito Bruxelles e soci, l’America First di The Donald si scaglia contro l’Europa con una forza che è in grado tranquillamente di piegare ogni singolo Stato europeo. E mentre l’Unione europea prova a fronteggiare la minaccia dei dazi trumpiani, nessuno, ancora una volta, sa fare gli interessi dell’Europa: tantomeno l’Unione europea. Del resto, chi può fare gli interessi dell’Europa se è stato proprio l’asse franco-tedesco, quello dei cosiddetti paladini dell’Ue, a scatenare le ire del presidente Usa? Sono i continui accordi tra Francia e Germania e la politica commerciale tedesca )per i loro singoli interessi) ad avere ampliato lo scontro tra le due sponde dell’Atlantico. E gli Stati Uniti, che dal loro punto di vista vedono nell’Ue un mercato in cui sono tagliati fuori dalla Germania, non potevano non reagire. Soprattutto perché nessuno è riuscito a imporsi come Europa, ma tutti come singoli Stati e sotto, espressamente, all’asse franco-tedesco.

A questi attacchi esterni, si aggiunge la crisi interna. Il colpo di grazia infatti potrebbe non calare dall’altra sponda del Bosforo o dell’Atlantico, né da quella Russia che Bruxelles considera da sempre una minaccia (salvo poi, anche qui, singolarmente farci affari che arricchiscono tutti tranne gli Stati che devono subire le sanzioni). L’Unione europea, mai come questa volta, appare spaccata nelle sue gerarchie politiche con una Commissione europea che è nata debolissima e fatica anche a formarsi, una Ursula von der Leyen in piena crisi di consenso, una Merkel debole e un Emmanuel Macron che appare sempre più guardingo nei confronti dell’Ue e sempre più palese nel suo nazionalismo e nei suoi sogni di grandeur.

Altro che Europa, se la Germania invade il mondo con i suoi prodotti per sperare di evitare la spirale di crisi economica, la Francia continua a fare di testa sua in Libia, in Medio Oriente, nel Sahel e nel resto del mondo. Parigi vuole guidare la diplomazia e la Difesa europea e vede nel continente solo un moltiplicatore di potenza. Senza aver capito che ormai l’Ue assomiglia sempre più a una barca alla deriva in cui i sepolcri imbiancati che la guidano credono di poter gestire il lento e (apparentemente inesorabile) naufragio. Del resto, se nessuna superpotenza ha più interesse nell’Ue (a meno che non faccia i suoi  e se i suoi paladini sono in fondo esclusivamente legati alle logiche franco-tedesche,m è chiaro che l’Unione sia destinata a finire o, forse più realisticamente, a rimanere un sistema fragile e fondamentale in grado di garantire solo alcuni interessi.

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