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È quasi tutto pronto per il “ritorno” degli Stati Uniti a Taiwan. Il prossimo 9 agosto il ministro della Salute americano, Alex Azar, guiderà una delegazione statunitense nella “provincia ribelle” rivendicata dalla Cina continentale. Si tratta di una visita storica, visto che Azar sarà il più importante funzionario della Casa Bianca che visiterà l’isola dal 1979, anno in cui l’America ha deciso di tagliare i rapporti diplomatici don Taipei.

Il nuovo contatto tra Washington e Taipei arriva in un momento molto particolare, contrassegnato dal braccio di ferro sino-americano nella regione Indo-Pacifica, dalle accuse rivolte da Donald Trump a Pechino per la gestione della pandemia e dall’ambiguo ruolo giocato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’intera vicenda sanitaria. Tanti, quindi, sono i punti di convergenza sui quali può giocare l’America per saldare i contatti con Taiwan e far imbestialire il governo cinese.

Dal punto di vista pandemico, Taiwan è riuscita a limitare i danni disobbedendo letteralmente ai consigli dell’Oms su come prevenire la diffusione del Sars-CoV-2. Non solo: Taipei, non fidandosi delle spiegazioni fornite dalla Cina all’inizio dell’epidemia, ha subito blindato i confini nazionali, piazzando rigorosi controlli e obbligando i viaggiatori a una rigorosa quarantena, e chiesto ai cittadini di indossare le mascherine protettive.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: appena 477 infezioni e nessun caso di trasmissione locale dallo scorso 12 aprile. L’inaspettato successo di Taiwan ha messo in imbarazzo l’Oms, accusata da Trump in persona di essere filocinese. Per questo la visita del ministro sanitario Usa equivale a un vero e proprio endorsement al modello Taiwan, da contrapporre alla narrazione offerta dalla Cina (e sposata dalla stessa Oms).

Il nodo Taiwan

Considerando inoltre che Taiwan non è membro dell’Oms, e che gli Usa hanno più volte definito il nuovo coronavirus “il virus cinese”, è facile leggere cosa si nasconde dietro alla visita del ministro Azar: un chiaro messaggio alla Cina. Quale? Che gli Stati Uniti si stanno riavvicinando a Taipei, realizzando così il peggior incubo di Pechino.

Ricordiamo, ad esempio, che nel dicembre 2016, da poco diventato presidente, Trump telefonò al presidente taiwanese Tsai Ing Wen, provocando la piccata reazione cinese. Il Dragone, infatti, considera Taiwan parte di una sola Cina. Uno degli obiettivi di Xi Jinping, tra l’altro, è quello di riannettere l’isola alla madrepatria entro il 2050. E ci sono numerosi indizi – a partire dall’approvazione della legge per la sicurezza di Hong Kong – che spingono a credere che il presidente cinese non stia affatto scherzando.

In ogni caso, la Cina ha minacciato “forti contromisure” alla prevista visita del segretario Usa alla Sanità Alex Azar. A dichiararlo è stato il portavoce del ministero degli Esteri, Wang Wenbin, sottolineando che ogni tentativo di negare o sfidare il principio della “unica Cina” si tradurrà in un fallimento.

Il significato della visita

Dietro alla trasferta di Azar a Taiwan c’è molto più di una semplice visita di cortesia. Prima di tutto il contatto tra Washington e Taipei servirà a rafforzare la partnership tra questi due Paesi, soprattutto in chiave di contenimento anti cinese. Lo stesso Azar ha spiegato in una nota le ragioni del suo imminente viaggio.

In primis troviamo il rafforzamento della cooperazione economica e di sanità pubblica tra gli Stati Uniti e l’isola. Dopo di che – ha aggiunto il ministro – la visita servirà a “sottolineare la nostra convinzione condivisa che le società libere e democratiche sono il migliore modello per proteggere e promuovere la salute”. Il precedente più vicino risale al 2014, quando l’allora presidente Usa Barack Obama inviò sull’isola Gina McCarthy, presidente dell’agenzia per la Protezione Ambientale americana.

L’agenda di Azar potrebbe cambiare da un momento all’altro; l’alto funzionario americano dovrebbe comunque incontrare la presidente taiwanese Tsai Ing Wen. Per riscaldare un clima già rovente, Azar ha dichiarato a Fox News che Taiwan è “un modello di trasparenza e cooperazione”. Anche in questo caso è chiaro il riferimento alla Cina, considerata da Washington una feroce dittatura.