Un soldato di carriera divenuto politico, un ex ufficiale duro nelle operazioni e in campo in quasi ogni conflitto combattuto da Israele per circa quarant’anni, un leader che denuncia la polarizzazione interna allo Stato Ebraico come un problema strategico: Gadi Eisenkot, già capo di Stato Maggiore dell’Israel Defense Force dal 2015 al 2019, sta emergendo come lo sfidante più serio di Benjamin Netanyahu e del suo Likud in vista del voto del 27 ottobre per il rinnovo del Parlamento nazionale, la Knesset.
Yashar, la sua formazione, guida un blocco di opposizione che è testa a testa con la coalizione nazionalista oggi al potere, in un voto dove l’ago della bilancia potrebbero essere i partiti arabi, ed è emersa negli ultimi mesi in un affollato blocco di centro facente riferimento a una visione moderata, democratica e centrista che ha visto formarsi anche partiti come Insieme, l’alleanza degli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid, e che mira a includere in un ampio arco politico sia i Democratici, eredi dello storico Partito Laburista, sia quelle formazioni di destra intransigenti sul fronte securitario ma ritenute capaci di un maggior pragmatismo rispetto alle componenti radicali del mondo nazionalista e religioso, come Focolare Ebraico dell’ex Ministro della Difesa Avigodr Libermann.
Eisenkot, l’anti-Netanyahu
Un fronte tanto composito trova in Eisenkot, 66 anni, la figura capace di fungere da punto di convergenza e, in tal senso, come principale credibile alternativa di governo a Netanyahu. La sua parabola racconta molto della politica e della società israeliana che, comunque vada, dovrà fare i conti con i dirompenti sviluppi della legislatura uscente, segnata dalle dinamiche conflittuali del Medio Oriente e dall’aumento della polarizzazione interna a seguito della controversa riforma della giustizia e del peso crescente delle formazioni più radicali della destra nazionalista e religiosa.
Parimenti, l’ascesa di Eisenkot è anche un paradigma della storia recente del Paese: chi sfida Netanyahu è un ex militare che ha combattuto in Libano nella guerra del 1982 nella prestigiosa Brigata Golani, in cui si è formato come ufficiale dopo l’ingresso nelle forze armate nel 1978. Eisenkot è arrivato a guidare la Golani nel 1997, e poi nel governo di Ehud Barak ha operato in Cisgiordania. Capo di Stato Maggiore nominato da Netanyahu durante la sua precedente esperienza di governo, come il predecessore Benny Gantz, ex compagno di partito e ex sfidante numero uno di Netanyahu, Eisenkot ha sostenuto la modernizzazione operativa dell’Idf.
Con lui, l’Idf si dotò per la prima volta dai tempi di David Ben Gurion di una dottrina securitaria esplicita. Leggendola, si può capire il distillato di pensiero a lungo termine dell’attuale sfidante di Netanyahu, che si disse fautore di un ampliamento delle capacità combattenti in un contesto in cui veniva promossa una “strategia difensiva, mirante a assicurare l’esistenza di Israele creando deterrenza, neutralizzando le minacce e allontanando il prossimo conflitto” unitamente a un “concetto militare offensivo” per “ottenere chiari risultati militari”, pur segnalando che “la forza deve essere attivata in modo da ottenere gli obiettivi politici”, non come fine in sé.
Eisenkot, tra realismo e critiche a Netanyahu
Un duro realismo, quello di Eisenkot, che si discosta dall’interventismo fine a sé stesso o dalla sindrome della fortezza assediata che spesso le frange più nazionaliste della politica hanno promosso e che va di pari passo con la sua visione politica. Nato da una famiglia ebraica di origine marocchina (se diverrà premier sarà il primo di origine non ashkenazita della storia israeliana), padre di cinque figli, uno dei quali è caduto nell’attuale guerra di Gaza, oggigiorno Eisenkot mira a ricucire, provando a separare la necessità per le opposizioni di andare oltre Netanyahu con l’indubbia evoluzione del teatro politico israeliano e regionale.
Ha duramente attaccato la capacità di Netanyahu di gestire la fase pre-7 ottobre 2023 e parlando col Times of Israel ha delineato la prospettiva futura di un suo eventuale esecutivo parlando dell’attuale premier come di un “anti-leader” in fuga dalle responsabilità, lo ha accusato di aver “smantellato la capacità delle forze armate di governare Giudea e Samaria”, ha annunciato che “ristabilirebbe gli ordini amministrativi per rimuovere legalmente i terroristi ebrei” dalla Cisgiordania e che sul fronte mediorientale “non possiamo guardare solo a Gaza”. Nel 2025 Eisenkot ha chiuso all’ipotesi di uno Stato palestinese ma parimenti riconosce la necessità di frenare l’assalto indiscriminato dei coloni alla Cisgiordania per ristabilire equilibrio con la comunità internazionale e innalzare lo standard di sicurezza di Israele.
Questo si inserisce in un contesto dove sarà importante il ruolo dei partiti arabi nel post elezioni. Joseph Mansour ha scritto un’analisi per l’Arab Center di Washington Dc in cui ricorda che “Eisenkot può vincere, ma non può governare senza i partiti arabi nella sua coalizione”, sottolineando che “è un calcolo politico che ha finora rifiutato di fare”, indicando che “la sua ambiguità è strategica” in un contesto in cui molte formazioni e gran parte dell’elettorato sono ostili a una partecipazione delle liste arabe a un futuro esecutivo.
La visione di Eisenkot sulla politica estera
Il fronte interno è un rebus. Sulla politica internazionale Eisenkot analizza per il futuro un contesto complesso e in cui l’ampia proiezione strategico-militare di Israele pone diversi scenari per la sua coalizione. Yonah Jeremy Rob sul Jerusalem Post ha analizzato come la dottrina di politica estera di Eisenkot potrebbe differire da quella di Netanyahu in caso di avvicendamento al potere. L’ampia analisi, meritevole di lettura, approfondisce teatro per teatro le mosse principali che Eisenkot potrebbe promuovere: focalizzazione sulla questione, prioritaria per Israele, della minaccia balistica iraniana piuttosto che sul solo tema del nucleare, ricerca di una linea di deterrenza in Siria capace di evitare lo scontro con la Turchia non senza chiudere a un’ipotesi di intesa per stabilizzare i rapporti col regime di Ahmad al-Sharaa, che secondo il JP “Eisenkot è convinto pienamente rimanga un jihadista”, apertura a una soluzione regionale per provare a applicare strategie per porre fine al governo di Hamas nella striscia di Gaza, rilancio del valore d’uso di Israele per gli Usa in Medio Oriente.
Sulla Siria, ad esempio, di recente Eisenkot ha notato che un accordo potrebbe essere possibile se ad uscire non fossero solo i turchi ma anche i russi, avversari di Washington, sulla cui presenza Netanyahu non si è mai sbilanciato. Non parliamo di stravolgimenti della politica estera di Israele, ma di un’accettazione dei risultati tattici consolidati per fare di un nuovo quadro strategico la premessa per la rinnovata stabilità di Israele e non del conflitto uno sfogo per sanare tensioni interne. Eisenkot si pone dunque l’obiettivo di unire e ricucire Israele, un Israele che rispetto all’ultima tornata elettorale del 2022 e al pre-7 ottobre è sicuramente più caratterizzata da un’enfasi securitaria e da profonde divisioni interne.
Israele, un Paese diviso
Impossibile ricondurre al solo Netanyahu la responsabilità per tali divisioni, che però la coalizione guidata dal Likud ha incentivato, cavalcato e rafforzato mentre prendeva la forma di governo di guerra. La disunione pregiudica la sicurezza, e anche per questo Eisenkot mira a mettersi alle spalle un sistema politico desideroso di porre fine a una stagione complessa e spartiacque per Israele. L’opinione pubblica è divisa a riguardo e il voto si preannuncia come uno di quelli critici per la storia del Paese. In fin dei conti, per Netanyahu, i cui sostenitori attaccano duramente l’ex capo di Stato Maggiore, e per Eisenkot la questione comune è la sicurezza di Israele. Le vie per raggiungerla differiscono radicalmente. E diverso potrà essere l’approccio di Tel Aviv agli scenari internazionali, dopo un voto attenzionato dalle cancellerie regionali, con ogni probabilità più dagli amici e dai partner di Israele che da avversari nei cui confronti cambierebbe la prassi, ma non la sostanza, dei rapporti di fondo con lo Stato Ebraico in caso di cambio della guardia all’esecutivo.
Fonti
- https://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/toi-poll-anti-netanyahu-bloc-regains-lead-eisenkots-yashar-comes-1st-with-likud-in-2nd-place/
- https://www.pbs.org/newshour/show/netanyahus-handling-of-oct-7-emerges-as-key-issue-in-israeli-election
- https://imeu.org/resources/resources/explainer-the-dahiya-doctrine-israels-use-of-disproportionate-force/175?ref=vashtimedia.com
- https://israelpolicyforum.org/2026/07/23/eisenkot-bibi-and-the-regional-arena/
- https://www.jpost.com/israel-election-2026/article-907531
- https://harici.com.tr/en/eisenkot-ties-syria-pact-to-withdrawal-of-russian-and-turkish-forces/
- https://www.telegraph.co.uk/world-news/2023/12/07/son-former-idf-chief-killed-gaza-bomb/
- https://www.inss.org.il/he/wp-content/uploads/sites/2/2017/04/IDF-Strategy.pdf
- https://www.reuters.com/article/economy/israel-warns-hezbollah-war-would-invite-destruction-idUSL3251393/
- https://forward.com/news/832580/gadi-eisenkot-israeli-elections-netanyahu/
- https://observer.co.uk/news/profile/article/gadi-eisenkot-the-retired-idf-chief-aiming-to-unseat-netanyahu-and-unite-israel
- https://www.haaretz.co.il/news/elections/2026-08-14/ty-article/.highlight/0000019f-fc51-df09-abff-ff77f2b30000
- https://arabcenterdc.org/resource/israels-election-and-eisenkots-arab-coalition-dilemma/
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