L’incontro tra Joe Biden e Mario Draghi è andato “molto bene”. Sono queste le parole che sintetizzano il vertice bilaterale avvenuto in Cornovaglia tra il presidente degli Stati Uniti e il presidente del Consiglio italiano. Un colloquio tra due persone che da tempo fanno parte dell’establishment internazionale. Il premier italiano come ex presidente della Banca centrale europea e il leader della Casa Bianca come vice di Barack Obama rappresentano ormai da anni una costante della politica mondiale. E questo fattore permette a entrambi di “non avere segreti”. Si conoscono, anche se solo ora lo fanno come capi di Stato e di governo delle rispettive nazioni. E a nessuno è sfuggito il fatto che il cambio della guardia al governo in Italia sia arrivato anche per la virata democratica negli Stati Uniti e la ben poca fiducia riposta nel governo a trazione grillina durante l’esperienza Conte.

Le premesse per un rapporto solido tra Draghi e Biden ci sono tutte. Lo stesso premier italiano, presentando il proprio governo alle Camere, aveva chiarito immediatamente che atlantismo ed europeismo fossero le chiavi per comprendere l’agenda estera di Palazzo Chigi. E sotto questo profilo, diversi sono stati gli episodi con cui l’esecutivo ha cercato di mettere un punto ai tentennamenti di Roma su alcuni punti chiave e su alcune sirene orientali che a Washington non sono mai piaciuti.

Se la linea atlantista ed europeista di Draghi non può certo essere messa in dubbio, diversa però è l’idea che hanno Italia e Stati Uniti su come tutto questo possa concretizzarsi. Biden è arrivato alla Casa Bianca mettendo subito in chiaro che su Cina e Russia non avrebbe voluto dubbi da parte dei suoi alleati europei. Ma gli Stati Uniti parlano da una posizione nettamente diversa rispetto a quella dell’Italia, che invece è legata a livello economico, energetico e commerciale sia con Pechino che con Mosca. È dunque chiaro che se Washington può prendere posizioni più nette verso i suoi nemici strategici, Roma non può fare mosse senza mettere a rischio i propri interessi. Per questo Draghi cerca di evitare strappi repentini e senza alternative, in particolare con quella Cina con cui una parte consistente della maggioranza ha reso possibile la fuga in avanti della firma per la Via della Seta. Come riporta il Corriere della Sera, “sia fonti americane che partecipano al vertice, sia fonti delle istituzioni europee, raccontano una storia che non viene confermata dalla delegazione del premier: sia lui che la Merkel si sarebbero dimostrati più freddi, o moderati, degli altri membri del G7, sulle proposte di Washington contro Pechino”. Impossibile avere conferme, ma quello che sembra abbastanza certo è che da parte di Roma e Berlino vi sia stata un’accoglienza poco calorosa nei confronti della proposta di una task force del G-7 sulla politica da tenere con la Cina.

Sul tavolo anche il nodo Libia, tema cruciale per l’Italia. Un dossier che però gli Stati Uniti hanno molto spesso dimenticato nel corso di questi anni, nonostante il coinvolgimento nella guerra che ha scatenato la caduta di Muhammar Gheddafi insieme a Francia e Gran Bretagna. Washington sa perfettamente che Roma si aspetta da molto tempo un supporto politico per avere un ruolo maggiore nella transizione verso la stabilità del paese nordafricano. Ma dietro le promesse di un sostengo, di “cabine di regia” condivise e di ringraziamenti per gli sforzi dell’Italia, c’è un problema di fondo, e cioè che gli Stati Uniti queste cose non le hanno mai concesse. Segno che qualcosa non torna nelle richieste italiane o quantomeno in un reale ascolto americano. Anche le ultime mosse di Biden – che ha parlato anche con Emmanuel Macron – mostrano come da parte della Casa Bianca vi sia soprattutto l’interesse a evitare scontri tra partner europei, evitando quindi di sostenere apertamente una delle parti. E di mezzo c’è sempre la Turchia, paese che è coinvolto con uomini e mezzi in Tripolitania e che di certo per gli Stati Uniti rappresenta un problema strategico di primo piano. Fare a meno di Ankara, specialmente in una fase di recrudescenza nei rapporti con la Russia, non è una possibilità che piace al Pentagono. I turchi sono in Libia e nel Caucaso e controllano il Bosforo: elementi che finora hanno fatto sì che Biden si sia mosso con cautela dopo la durezza della condanna del genocidio armeno.

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