Durante la Conferenza degli Ambasciatori dell’UE, tenutasi a dieci giorni dall’attacco degli Usa e Israele contro l’Iran, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha osservato che l’Europa non può più svolgere il ruolo di «custode del vecchio ordine mondiale». Da qui l’auspicio di una politica estera più realistica e guidata dai propri interessi. Tale discorso, data la sua discrepanza con i valori fondanti dell’Unione, ha suscitato numerose critiche, tra cui quelle del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e della vicepresidente della Commissione Teresa Ribera. Tuttavia, queste critiche finiscono per eclissare un problema di fondo ancora più grave: anche qualora le istituzioni europee intendessero assumere posizioni più realiste a scapito dei valori dell’Unione, esse faticano a delineare un orientamento geopolitico coerente con i propri interessi. La (non) reazione degli alti funzionari UE e della stessa von der Leyen ai raid contro l’Iran è emblematica di questo paradosso.
Il boomerang dei doppi standard europei
Giuridicamente, l’operazione Usa-Israele contro la Repubblica Islamica non può che qualificarsi come un’aggressione e, in quanto tale, come violazione del diritto internazionale. Il divieto di minaccia e di uso della forza, sancito dall’art. 2 della Carta ONU, costituisce una delle poche norme perentorie del diritto internazionale (jus cogens) ed è uno dei cardini dell’ordine globale affermatosi dopo il secondo conflitto mondiale. Bisogna inoltre sottolineare l’illegittimità dei cosiddetti «attacchi preventivi» poiché, come osservato dal cardinale Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, in mancanza di un quadro legale sovranazionale, ogni nazione può ritenere di avere le proprie buone ragioni per condurre un attacco preventivo, con l’effetto che, accogliendo la legittimità di guerre preventive, si rischierebbe di «incendiare il mondo». Ad ogni modo, anche ammettendo la legittimità di guerre preventive in casi estremi, occorre constatare che né Israele né l’amministrazione Trump hanno fornito informazioni credibili riguardo ai rischi che questo attacco avrebbe scongiurato, specialmente all’indomani di importanti concessioni da parte di Teheran sul proprio programma nucleare.
Date queste premesse, vari governi, organi ONU e la Santa Sede non hanno tardato ad esprimersi contro i raid. I vertici delle istituzioni dell’UE, al contrario, si sono limitati a condannare la risposta iraniana. I post su X successivi ai bombardamenti dell’Alta rappresentante dell’Unione Kaja Kallas, della presidente della Commissione Ursula von der Leyen e della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola finiscono per rovesciare i fatti: condannano duramente la risposta iraniana, evitando però di pronunciarsi sull’attacco iniziale di Usa e Israele.
Alla Conferenza degli Ambasciatori dell’UE, quando era ormai evidente che l’attacco di Usa e Israele fosse stato condotto senza alcuna chiara pianificazione militare, né tantomeno politica, e senza il dovuto rispetto del diritto internazionale umanitario, i vertici europei non sono comunque riusciti a formulare alcuna condanna, per quanto tiepida, dell’aggressione. Nel suo intervento alla conferenza, von der Leyen ha perfino evitato qualsiasi riferimento all’operazione militare, preferendo ricorrere al consueto accenno alla «situation in the Middle East» (formula già da tempo collaudata per riferirsi alla guerra a Gaza). Allo stesso modo, le conclusioni adottate dal Consiglio europeo il 19 marzo non fanno menzione dell’attacco iniziale di Usa e Israele, pur condannando severamente la risposta iraniana. La dicotomia aggredito-aggressore, così cara ai vertici UE nel parlare della guerra in Ucraina, raramente si applica nel caso del Medio Oriente e ancor meno in quello dell’Iran.
Non condannare un’aggressione poiché diretta contro un regime equivale a voler stabilire, in maniera discrezionale, quali Paesi possono beneficiare del diritto internazionale e quali no, quali Paesi possono invece calpestarlo e quali no. Una logica del resto resa esplicita dal cancelliere Merz in un comunicato stampa all’indomani dell’attacco e ribadita implicitamente dalla presidente del Parlamento europeo in una recente intervista a L’Avvenire.
Questi doppi standard non riflettono solamente una carenza etica della nostra leadership, ma anche e soprattutto un’inadeguata percezione della realtà in cui essa opera. Essi infatti contribuiscono all’erosione del diritto internazionale che i leader dell’UE lamentano spesso, da ultimo per contrastare le ambizioni di Trump nei confronti della Groenlandia. Tornando al discorso di von der Leyen, appare quindi evidente che la salvaguardia dell’ordine mondiale e del diritto internazionale non costituisce un ostacolo al perseguimento degli interessi dell’UE in politica estera, bensì è funzionale al loro raggiungimento. In particolare, l’adozione di una retorica meno schierata e maggiormente fondata sul diritto internazionale rappresenta un passaggio chiave per ampliare gli spazi di manovra in un mondo sempre più multipolare.
Un attacco contrario agli interessi dell’UE
La mancata messa in discussione da parte dei vertici dell’UE dell’opportunità strategica dell’attacco dimostra non solo un completo asservimento verso partner sempre meno affidabili, ma anche una mancata comprensione della natura del regime iraniano, specialmente per quanto riguarda la sua struttura di potere collegiale. Difatti, l’effetto paradossale dei raid, e in particolare l’uccisione di Ali Larijani, capo del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale e figura chiave nell’establishment conservatore, è quello di accelerare l’avvento al potere di un’élite interna al regime più giovane e meno incline al compromesso, proveniente in larga parte dall’apparato delle Guardie rivoluzionarie, designate come organizzazione terroristica dal Consiglio dell’UE a febbraio. Tra le figure più influenti di quest’élite spicca il portavoce del Parlamento ed ex sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf, la cui ascesa è già sancita dalla sua nomina a capo delegazione per i negoziati a Islamabad. Raramente le azioni dei partner dell’UE sono state così manifestamente contrarie all’interesse europeo.
L’illegittimità dell’attacco, l’assenza di consultazioni preventive e l’approssimazione con cui esso è tuttora condotto avrebbero offerto ai vertici delle istituzioni UE l’occasione perfetta per affermare una propria linea autonoma a salvaguardia dei propri interessi. Ciò avrebbe rappresentato un passaggio verso quel profilo geopolitico indipendente auspicato da molti e necessario secondo il Rapporto Draghi alla competitività dell’Unione. Purtroppo, la retorica finora adottata dai suoi massimi funzionari lascia intendere che l’UE non abbandonerà la sua passività rispetto alle azioni dei suoi partner nella regione, per quanto esse possano risultare avverse ai suoi inter
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