Mansour Abbas, leader di Ra’am, era tra i più attesi all’uscita di uno degli alberghi più lussuosi di Ramat Gan, sobborgo di Tel Aviv. Qui si è tenuta la riunione che ha sancito definitivamente la nascita di una nuova coalizione di governo in Israele. Il suo appoggio si è rivelato decisivo: grazie ai 4 deputati della sua formazione, il nuovo esecutivo anti Netanyahu può contare su 62 parlamentari, uno in più del numero minimo per avere la maggioranza. Parlando con i giornalisti, Abbas ha subito fatto riferimento a una delle promesse strappate a Yair Lapid, principale artefice della nuova coalizione: “Abda, Khashm al Zena e Rakhma – ha dichiarato – saranno riconosciute finalmente come entità comunali”. La sua frase può sembrare un dettaglio, ma non lo è: quei tre nomi corrispondono a tre comunità beduine situate nel deserto del Negev fino ad oggi non considerate dallo Stato. Per capire la storia di Ra’am, primo partito arabo-israeliano a prendere parte a un governo, occorre partire proprio da qui.

La scissione del 1996 del Movimento Islamico

Il leader di Ra’am ha rivendicato l’accordo con il quale il futuro governo dovrebbe riconoscere le tre comunità beduine. E non è un caso. Il Negev si trova nel sud del Paese, regione dove il partito di Abbas è nato e dove ancora oggi è maggiormente radicato. Buona parte dei voti nelle elezioni del 23 marzo sono arrivati dagli arabi residenti nella regione meridionale di Israele, legati al partito per un motivo ben preciso: nel 1996 l’allora Movimento Islamico si è scisso in due, il Movimento Islamico settentrionale e il Movimento Islamico meridionale. Il primo non ha mai concepito una piena integrazione nel quadro politico israeliano. Il secondo invece, ha da subito caldeggiato l’idea di presentare proprie liste alle elezioni. Abbas è stato tra i fautori di questa scissione, assumendo il ruolo di leader del Movimento Islamico meridionale, il quale si è presentato da allora e fino al 2013 assieme al Partito Democratico Arabo. Le due formazioni hanno creato la “Lista Araba Unita”, nota poi con l’acronimo ebraico di Ra’am.

Abbas, nel traghettare il partito dentro il futuro governo israeliano, non ha voluto dimenticare le origini. Almeno è questo il senso della sua comunicazione. La formazione è nata a sud e ai suoi elettori l’ha voluta presentare come principale forza in grado di portare avanti le istanze degli arabi presenti in questa parte di Israele. Il riconoscimento delle comunità beduine dovrebbe essere solo un primo tassello. Il leader di Ra’am ai giornalisti ha parlato anche di investimenti a favore dei comuni a maggioranza araba e di maggiori attenzioni alle condizioni di vita degli arabo-israeliani. La svolta di Abbas non è giunta comunque a sorpresa. Nel 2015 Ra’am è stato compreso all’interno della Joint List, formata da altre tre partiti arabi. Un’unione che ha portato gli elettori arabofoni a contare su più di 10 deputati nelle ultime legislature. Un peso politico importante, ma mai poi tradottosi in un’attiva partecipazione al governo. Per questo nel gennaio scorso Ra’am è fuoriuscita dalla Joint List per correre da sola. Abbas, con il senno di poi, ha vinto la sua scommessa: dopo le promesse di partecipazione a un governo con Netanyahu, adesso ha aderito alla nuova coalizione capeggiata da Lapid. Per la prima volta dal 1948 un partito arabo-israeliano sarà quindi forza di maggioranza.

Le posizioni di Raam

Il Movimento Islamico in Israele, formazione da cui è partita l’avventura di Ra’am, ha sempre rappresentato una costola dei Fratelli Musulmani. L’attuale partito di Abbas è considerabile quindi molto vicino al cosiddetto “Islam politico“. L’ideologia originaria non è così dissimile da Hamas, il movimento islamista al potere nella Striscia di Gaza e protagonista di una recente escalation militare contro Israele. Anche Ra’am ha una visione molto conservatrice della società e vede nella religione musulmana l’unico elemento caratterizzante la vita politica e quotidiana dei Paesi islamici. Con Hamas però il partito non ha in comune ovviamente la visione sul futuro in Israele: i miliziani di Gaza ne vorrebbero la distruzione, Ra’am invece siede alla Knesset e opera all’interno delle istituzioni dello Stato ebraico. Il Movimento Islamico, di cui la formazione di Abbas costituisce uno dei rami, ha comunque sempre considerato il sionismo come un’entità occupante chiedendo contestualmente il ritorno a casa dei profughi palestinesi.

La sfida dei vertici di Raam è quindi adesso coniugare le istanze islamiste con la prospettiva di essere forza di governo in Israele. Abbas non è intervenuto né sui recenti disordini militari a Gaza e né sugli scontri tra ebrei e arabo-israeliani verificatisi in diverse città a maggio. Il leader del partito islamista ha preferito guardare unicamente a calcoli di natura politica, presentandosi come unico difensore delle istanze arabe all’interno delle istituzioni. Per alcuni è un tradimento, per altri rappresenta un’occasione storica: soltanto il futuro e la durata della nuova coalizione di governo darà in tal senso un significativo responso.

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