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Politica

Bruxelles e Kabul riprendono a parlarsi, ipotesi di dialogo sulla pelle dei rifugiati afghani

Mentre l'Europa valuta la riattivazione dei rimpatri verso l'Afghanistan, Bruxelles ha avviato nuovi contatti con i talebani.
Gendarme Francia attende aereo di rifugiati da Kabul (La Presse)

Per quasi cinque anni l’Europa ha cercato di mantenere le distanze dai talebani, condannando le violazioni dei diritti umani di cui sono autori e allentando i dialoghi istituzionali con le delegazioni afghane. Oggi, però, tra l’entità europea e l’Emirato Islamico si palesa una ripresa delle comunicazioni, avviate il 23 giugno 2026 con il ricevimento di 5 funzionari talebani a Bruxelles per discutere di rimpatri, flussi migratori e aiuti finanziari. 

Questi nuovi contatti sono espressione dell’accelerazione di un’agenda politica europea volta al ripristino delle espulsioni verso l’Afghanistan. Nell’ottobre del 2025, 19 membri dell’Unione Europea, insieme a Norvegia e Svizzera, hanno inviato una lettera congiunta all’Alta Rappresentante dell’UE per gli affari esteri Kaja Kallas e al Commissario Europeo per la Migrazione Magnus Brunner, con l’intento di revocare il blocco di fatto sui rimpatri verso Kabul, fino ad arrivare al maggio 2026, quando 20 Paesi UE hanno sollecitato percorsi concreti per l’espulsione di cittadini afghani privi di regolare permesso di soggiorno o considerati minacce alla sicurezza. Sebbene le misure sembrino rivolte a soggetti con condanne penali, i documenti negoziali e le comunicazioni ufficiali lasciano intendere il più ampio target verso cui queste politiche si applicano, interessando la platea generale dei richiedenti asilo le cui domande sono state respinte, stimata in circa 60.000 persone nell’UE.

Dopo la presa di potere da parte talebani nell’agosto 2021, oltre 500.000 afghani hanno presentato domanda di asilo nell’UE nel tentativo di sfuggire a un potere autoritario e repressivo che il Paese conosceva bene. L’Afghanistan è dunque diventato simbolo della protezione umanitaria, almeno fino a quando Paesi come i Paesi Bassi hanno modificato il proprio quadro normativo, concedendo solo permessi di soggiorno temporanei anziché la protezione permanente a rifugiati afghani ed ex collaboratori evacuati dopo il ritiro delle truppe USA. 

I negoziati riservati di Bruxelles

I governi europei e la Commissione europea, infatti, hanno intensificato i contatti con il regime talebano, nonostante l’assenza di un riconoscimento diplomatico formale dell’Emirato. Un’inchiesta del New York Times illustra gli esiti delle consultazioni “tecniche” e svela i dettagli dell’incontro a porte chiuse tenutosi il 23 giugno in un hotel nei pressi dell’aeroporto di Bruxelles: 20 funzionari europei, in rappresentanza di 15 Paesi, si sono interfacciati con la delegazione talebana guidata dal portavoce del ministero degli esteri Abdul Qahar Balkhi, per definire i criteri logistici da applicare sui rientri forzati. Allo stesso tempo, la Germania ha consentito a funzionari nominati dai talebani di operare direttamente presso i consolati afghani a Berlino e a Bonn per la gestione delle pratiche di espulsione, una pratica simile a quelle che Francia e Regno Unito starebbero valutando.

La pressione delle destre sulla questione migratoria

La svolta nell’approccio europeo sembrerebbe essere guidata dai recenti successi elettorali di forze conservatrici, sovraniste e di destra radicale, come nel caso della forte crescita dell’Alternativa per la Germania (Afd), ma anche in Danimarca, Paesi Bassi e Austria. Questa tendenza politica registrata in molti governi europei allude a restrizioni sulla “remigrazione” e sul contrasto all’immigrazione irregolare, dove i rimpatri diventano misure con cui dimostrare controllo delle frontiere. Tuttavia, come si poteva evincere dalle precedenti dichiarazioni circa l’identificazione dei destinatari delle espulsioni, dati governativi e varie inchieste evidenziano che le deportazioni hanno iniziato a coinvolgere anche uomini afghani senza alcun precedente penale.

I talebani hanno dunque compreso la strategia negoziale che permetterebbe loro di guadagnare legittimità e, se possibile, maggiori aiuti economici. Un aiuto finanziario è necessario, a detta dei funzionari dell’Afghanistan, se si vuole evitare che l’instabilità del Paese provochi un “diluvio” di migranti verso l’Europa. Presentandosi come attori inclini al rimpatrio dei propri connazionali, i talebani potrebbero puntare alla normalizzazione del regime assistendo un’Unione Europea dalle politiche migratorie sempre più conservatrici e favorevoli all’espulsione.

Le critiche delle organizzazioni umanitarie

In un contesto segnato da povertà assoluta e sfide sociali che affliggono milioni di persone, l’Afghanistan rimane il primo Paese per richieste di asilo nell’UE+ tra gennaio 2024 e novembre 2025, con circa 196.000 domande presentate e con una percentuale complessiva di esiti positivi dell’80% per le decisioni di primo grado adottate tra il 2022 e il 2024, includendo anche le forme di protezione umanitaria. Nel 2023-2024 è stato inoltre stabilito, dalle linee guida dell’EUAA e dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE), che le restrizioni discriminatorie e la segregazione di genere imposte dai talebani costituiscono di per sé atti di persecuzione che danno diritto allo status di rifugiato sulla base della sola nazionalità e del genere, innescando in questo modo un’ondata di domande di asilo reiterate da parte di donne afghane già residenti in Europa per convertire il proprio permesso in status di rifugiato.

La risposta degli organismi che operano in favore dei diritti umani non si è fatta attendere a lungo, in aggiunta alle denunce di organizzazioni come Human Rights Watch, Amnesty International, FIDH, ECRE e personalità come il Premio Nobel Malala Yousafzai. I Relatori Speciali dell’ONU sottolineano che l’espulsione di cittadini verso un Paese segnato da crisi umanitaria e azzeramento delle libertà espone i deportati al rischio di detenzioni arbitrarie, torture e trattamenti inumani, in palese contrasto con il principio di non-respingimento delineato nell’articolo 33 della Convenzione di Ginevra.

Come osservato da analisti politici e diplomatici, l’Unione Europea tenta di esternalizzare la gestione dei propri confini facendo affidandosi a Paesi da cui partono grandi numeri di migranti. Nel caso specifico dei colloqui con i talebani, la cooperazione con il regime assicurerebbe una potente leva di ricatto diplomatico e, in definitiva, potrebbe rompere l’isolamento internazionale a cui Kabul è sottoposta senza dover compiere alcuna concessione sui diritti umani o sulla condizione femminile.  

Fonti

Al Jazeera, “Afghan Refugees Face Uncertain Future as Europe Shifts to the Right”, 15 agosto 2026.

Consiglio dell’Unione Europea, Council Conclusions on Afghanistan, documento ST 7264/23, 20 marzo 2023.

European Union Agency for Asylum (EUAA), “Afghanistan: Taliban Consolidate Theocratic State While Humanitarian Crisis Deepens, EUAA Report Finds”.

European Union Agency for Asylum (EUAA), “Updated EUAA Country Guidance on Afghanistan Confirms Continuing International Protection Needs”.

ISPI, “The EU and the Taliban: Deportations Prioritised Over Human Rights”.

New York Times, “Europe and the Taliban Negotiate Deportations of Afghan Migrants”, 12 ottobre 2026.

The Guardian, “EU Faces Fierce Criticism over Plans to Host Taliban in Brussels”, 23 giugno 2026.

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