Il legame diretto con l’amministrazione Trump. I sempre più consolidati rapporti con la Cina, che vanno ormai ben oltre il mero lato economico. L’accordo di mutua difesa siglato con l’Arabia Saudita. La mediazione per far cessare la guerra in Iran e, soprattutto, la continua proiezione di potenza in Medio Oriente e nel continente africano. È un momento d’oro per la politica estera del Pakistan, passato in una manciata di mesi dall’essere considerato un Paese inaffidabile, arretrato e di secondaria importanza a diventare il principale negoziatore del conflitto tra Washington, Teheran e Tel Aviv, nonché ponte diplomatico tra gli Usa, le potenze del Golfo e gli ayatollah.
Cosa è successo a Islamabad? Per maggiori informazioni chiedere a Shehbaz Sharif e Asim Munir, rispettivamente primo ministro e capo dell’esercito del Paese, i due uomini – uno in abiti civili, uno in divisa militare – dietro l’ascesa internazionale della loro nazione. Mentre Munir è riuscito a ingraziarsi Trump e farsi temere dall’India, risvegliando così l’inespresso potenziale del Pakistan, Sharif ha rispolverato l’arte della diplomazia del suo Paese, dialogando con decine e decine di leader.
La guerra in Iran è stata la prova del nove che ha consentito alla premiata coppia Munir-Sharif di raccogliere quanto seminato nei mesi precedenti. Il Pakistan, che si è sempre considerato una specie di leader del mondo musulmano, ha così sfruttato l’occasione grazie all’accesso privilegiato a Trump, a un lungo confine condiviso con l’Iran e al fatto che al suo interno ospita il 15-20% di sciiti.

Il gioco di equilibri del Pakistan
Soltanto il tempo dirà se quella messa in atto dal Pakistan è vera diplomazia, ossia un tentativo razionale e ragionato volto a disinnescare il conflitto in Medio Oriente, o semplice adulazione nei confronti di Trump per ottenere un upgrade di immagine a livello globale. La sensazione, tuttavia, è che Islamabad abbia le giuste frecce nella faretra e che sia, da dietro le quinte, ben imboccato dalla Cina.
La posta in palio di questo complicato gioco di equilibri non potrebbe essere più alta. In caso di fallimento nei negoziati, e di ipotetica escalation militare sul campo, il Pakistan rischierebbe infatti di inimicarsi Teheran e i gruppi islamici più radicali. All’opposto, un successo diplomatico consentirebbe a Islamabad di capitalizzare gli sforzi sia con Washington che con Pechino, ma soprattutto di proseguire con la sua crescita internazionale. Una crescita che passa attraverso due regioni altamente strategiche per il governo pakistano: il Medio Oriente e il continente africano.
L’ombrello nucleare su Riad è un’interessante architettura di Difesa che, nella regione mediorientale, ha attirato anche l’interesse della Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Di pari passo, i recenti combattimenti andati in scena contro il rivale indiano hanno offerto all’esercito pakistano l’occasione di mettere in mostra armi e mezzi militari a fantomatici acquirenti africani. Il Sudan, per esempio, ha già strappato un assegno da 1,5 miliardi di dollari per ottenere aerei Karakoram-8, oltre 200 droni, sistemi di difesa aerea e, forse, anche i caccia multiruolo Jf-17 prodotti congiuntamente con la cinese Chengdu Aircraft Corporation.

L’esercito in prima linea
Se l’Africa rappresenta la possibile destinazione di armi e armamenti, il Medio Oriente coincide con il possibile, futuro, “cortile di casa” del Pakistan; una regione, insomma, nella quale espandere il proprio potere e la propria influenza insieme ai nuovi alleati locali. A dirigere le danze diplomatiche di Islamabad, in realtà, è Munir (ne abbiamo parlato qui) più che Sharif. Basta, del resto, dare un’occhiata al ruolo giocato in patria dall’esercito, nelle cui mani troviamo le redini dell’economia nazionale. Già, perché qualche anno fa le forze armate pakistane hanno istituito il Consiglio Speciale per la Facilitazione degli Investimenti, un organismo che di fatto gestisce gli investimenti stranieri e mette l’economia nelle mani dei militari.
Ma a cosa punta Munir? Prima di sognare una proiezione di potenza in Medio Oriente, il Pakistan dovrà garantire che Stati Uniti e Iran credano di poter ottenere un’uscita onorevole dal conflitto, così da ottenere un cessate il fuoco nella regione e la pace.
E dovrà cercare di farlo pure in fretta, visto che il Paese soffre di interruzione di corrente quotidiane per via della crisi mediorientale e le sue casse sono vuote. A proposito: Islamabad ha appena intascato un prestito di emergenza dal valore di 3 miliardi di dollari dai sauditi.

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