A pochi giorni dal primo luglio le incertezze sul piano di annessione della Valle del Giordano sono ancora tante e gli stessi alleati di Governo continuano a discutere del progetto e della sua attuazione. Benjamin Netanyahu aveva fatto dell’espansione territoriale israeliana uno dei suoi cavalli di battaglia durante la lunga campagna elettorale, insistendo sulla legittimità del suo piano e sapendo di poter contare sul sostegno degli Stati Uniti, soprattutto a seguito della pubblicazione dell’Accordo del secolo. Per Benny Gantz invece la questione non è così semplice. Il leader di Kahol Lavan non si può certo dire interessato ai diritti dei palestinesi – nonostante la breve e timida alleanza con i partiti arabi nei mesi precedenti la formazione del Governo – ma si è sempre espresso con scetticismo circa l’annessione del 30% della West Bank, senza però prendere una posizione definitiva. Il tempo dell’indecisione però sta per scadere.

Il problema di Gantz

A metà giugno il piano di annessione della Valle del Giordano è approdato sul tavolo dei ministri della Difesa Benny Gantz e degli Esteri Gabi Ashkenazi per riceve l’approvazione finale, ma la risposta dell’ex generale non era stata quella sperata dal primo ministro. Il leader di Kahol Lavan, infatti, aveva espresso la sua opposizione al progetto temendo che l’applicazione della “sovranità alle aree con una popolazione palestinese” avrebbe messo a repentaglio “il trattato di pace con la Giordania e le relazioni strategiche dello Stato d’Israele con gli Stati Uniti”. Il ministro aveva inoltre definito il progetto di Netanyahu “una mossa irresponsabile”. Nonostante il rifiuto espresso a parole, nei fatti Gantz ha continuato a lavorare con l’alleato di Governo e con il ministro degli Esteri al piano di annessione, valutando le diverse ipotesi sul tavolo. Opporsi del tutto all’espansione della sovranità israeliana nella Valle del Giordano non è un’opzione percorribile per l’ex generale: molti all’interno del suo stesso partito sono a favore del progetto di Netanyahu e in generale ci sarebbe ben poco da guadagnare a livello politico da una simile mossa. Nel tentativo di prendere tempo, Gantz ha quindi cercato di posticipare l’inizio dell’annessione per avere il consenso della comunità internazionale o per lo meno quello della vicina Giordania. In entrambi i casi i risultati sono stati deludenti, come era facile immaginare. Solo gli Stati Uniti hanno espresso il loro sostegno all’annessione – pur con delle riserve – mentre il re di Giordania ha più volte avvertito che l’annessione avrà delle conseguenze sulla stabilità regionale e sulle relazioni tra i due Paesi. Ad esprimersi contro il progetto israeliano sono stati anche la Lega Araba, l’Onu e l’Unione europea, rendendo le condizioni richieste da Gantz per procedere all’annessione un sogno impossibile da realizzare. Il ministro della Difesa ha quindi giocato la sua ultima carta per uscire da questa scomoda situazione: i palestinesi.

La proposta di dialogo

Nei giorni scorsi l’ex generale ha lanciato un ultimatum all’Autorità nazionale palestinese, avvertendo di essere pronto a sostenere l’annessione unilaterale. L’obiettivo del ministro della Difesa è aprire un tavolo negoziale con la controparte palestinese per ritardare il progetto del primo ministro e presentare la futura espansione israeliana come una mossa non più unilaterale. In questo modo Gantz spera di non alienarsi il favore degli altri Stati, evitando così di mettere a repentaglio la sicurezza di Israele stessa e giungendo a un compromesso per lui favorevole. Il suo progetto sembra però difficilmente realizzabile, come dimostrano le sue stesse parole. “Non possiamo continuare ad aspettare i palestinesi. Se continuano a dire di no a tutto, saremo costretti a procedere senza di loro”, ha affermato Gantz il 23 giugno, aggiungendo che in alternativa si può invece dar vita a un “processo ordinato” in coordinazione con l’esercito israeliano per evitare che la situazione sul territorio degeneri. Gli esperti temono infatti che l’annessione possa comportare lo scoppio di nuove proteste nella Cisgiordania e a Gaza: se così fosse, a dover gestire la situazione sarebbe lo stesso Gantz in quanto ministro della Difesa. Da parte dell’ANP non è però giunta alcuna apertura: a pochi giorni dalla fine di giugno, l’ex generale è sempre più solo e i palestinesi non andranno certo in suo soccorso.

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