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	<title>tara riva Archives - InsideOver</title>
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	<title>tara riva Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>La misteriosa epurazione digitale degli iraniani contro la guerra</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/la-misteriosa-epurazione-digitale-degli-iraniani-contro-la-guerra.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mossetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 06:04:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/iran-4.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="iran" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/iran-4.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/iran-4-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/iran-4-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/iran-4-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/iran-4-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/iran-4-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Secondo il politologo Vali Nasr, "esiste una parte della diaspora iraniana che vuole appartenere al mainstream della società Usa ed europea".</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/iran-4.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="iran" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/iran-4.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/iran-4-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/iran-4-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/iran-4-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/iran-4-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/iran-4-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Non è facile essere un iraniano contrario alla guerra di <strong>Trump e Netanyahu</strong>. Specialmente sulle bacheche di X, quel posto che una volta chiamavamo Twitter e che oggi sembra il laboratorio della censura algoritmica. Il fenomeno riguarda la diaspora iraniana, o meglio, quella parte della diaspora che non ha alcuna intenzione di farsi arruolare nella tifoseria del<em> regime change</em> e dell&#8217;escalation militare. Il caso centrale è quello di <strong>Atieh Bakhtiar</strong> (@UnboundedVoice), <a href="https://x.com/i/status/2032996049347031192">un&#8217;attivista</a> nota per le sue posizioni contrarie al conflitto, sospesa per qualche giorno con l&#8217;accusa di &#8220;account inautentico&#8221;. Una violazione arrivata senza violazioni effettive dei termini di servizio, nonostante colleghi e testimoni (tra cui l&#8217;account History Speaks) abbiano confermato l&#8217;identità reale della donna.</p>



<p>Anche <strong>Tara Riva</strong>, giornalista e studiosa italo-iraniana e voce tra le più originali tra quelle non appiattite sull&#8217;intervento armato, <a href="https://x.com/tara_riva/status/2032541816466092323">ha denunciato</a> una drastica limitazione della visibilità (<em>shadow-ban)</em> proprio in concomitanza con analisi sociologiche delicate sulla diaspora e riferimenti al dissenso all&#8217;interno della stessa. Insieme a loro, altri profili come <em>@ayatr0llah</em>, <em>@Godsbrfloor</em> e <em>@bob_esfanji1</em> sono stati oscurati contemporaneamente. Ora sembra essere tutto risolto. Se si tratta di un glitch, non sembra aver colpito quelli del fronte filoamericano.</p>



<p>La questione in realtà va ben oltre la tecnologia. Come <a href="https://it.euronews.com/my-europe/2026/03/19/italia-le-anime-della-diaspora-come-gli-iraniani-vedono-il-conflitto">spiega</a> su <em>EuNews </em><strong>Maria Luisa Fantappiè</strong>, esperta di Medio Oriente dell&#8217;<strong>Istituto Affari Internazionali</strong>, esiste una frattura profonda all&#8217;interno della comunità iraniana in Europa. &#8220;Si tratta in larga parte di una diaspora di classe media, composta da persone istruite e altamente qualificate&#8221;, dice la studiosa. &#8220;Molti di loro non hanno potuto trovare in Iran le opportunità adeguate al proprio talento e alle proprie capacità, a causa non solo della natura repressiva del sistema politico, ma anche di fattori come <strong>l’impatto delle sanzioni internazionali</strong>”.</p>



<p>Da una parte c&#8217;è una fazione monarchica molto rumorosa, capace di occupare lo spazio digitale con una forza d&#8217;urto sproporzionata rispetto ai numeri reali. Dall&#8217;altra, c&#8217;è una galassia di intellettuali, artisti e attivisti che si trova tra due fuochi: l&#8217;opposizione al regime di Teheran e il rifiuto netto della guerra. Questa &#8220;anima civica&#8221; è oggi l&#8217;obiettivo di una campagna di intimidazione che usa lo<em> shadow ban </em>e le segnalazioni di massa come manganelli digitali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La diaspora che vuole esser &#8220;bianca&#8221;</h2>



<p><strong>Vali Nasr</strong>, politologo della John Hopkins, ha provato a mappare durante la puntata di un <a href="https://www.youtube.com/watch?v=Ezq-fVXM0uI">podcast</a> il motore culturale di questo scontro: &#8220;Esiste una parte della diaspora iraniana che, per dirla in modo semplice, vuole davvero essere considerata &#8216;bianca&#8217;. Non vuole identificarsi con il Sud globale. Vuole appartenere al mainstream della società americana ed europea&#8221;.</p>



<p>Per questo motivo, spiega l&#8217;ex consigliere di Obama, niente affatto un estremista di sinistra, &#8220;l’adesione a Israele, l’abbraccio del sionismo, <strong>l’opposizione alle proteste contro la guerra a Gaza e il sostegno al movimento MAGA</strong> sono, in sostanza, il loro modo di integrarsi&#8230; un’immaginazione dell’identità iraniana che, di fatto, sostiene che la storia dell’Iran si sia fermata nel VII secolo, quando arrivarono gli arabi&#8230; Poiché gli americani e gli europei del <em>mainstream</em> sono pro-Israele e contrari a Gaza, allora anche noi siamo come loro&#8221;. Questo fenomeno esiste davvero ed è molto presente, ed è sfruttato in particolare dal movimento monarchico iraniano&#8221;.</p>



<p>È una spinta identitaria potente, dove una fetta della diaspora cerca legittimazione abbracciando feticci quasi <em>neocon</em>. Da qui, come ricordano spesso studiose come <strong>Farian Sabahi</strong>, dell&#8217;Università dell&#8217;Insubria, o <strong>Marina Misaghi Nejad</strong><em> </em>attivista italo-iraniana e antropologa, spuntano degli sciami di troll che squalificano come traditore chiunque scriva che sanzioni e i bombardamenti potrebbero fare cilecca.</p>



<p>In poche parole, se non sei con i monarchici, se non invochi l&#8217;intervento straniero, allora sei un agente del regime. Peccato che <strong>Reza Palhavi Jr</strong>., figlio maggiore dell&#8217;ultimo Shah di Persia, dipinto da molti commentatori occidentali come potenziale leader per un governo fantoccio dopo l&#8217;inizio delle operazioni il 28 febbraio, potrebbe aver già perso il suo treno. Nonostante l&#8217;attacco israeliano porti il nome di Operazione Leone Ruggente, un chiaro omaggio alla monarchia dei Palhavi deposta nel 1979, l&#8217;intelligence Usa sembra aver concluso che l&#8217;erede presunto non disponte di una rete sufficiente all&#8217;interno del Paese per guidare un rovesciamento del regime. </p>



<p>&#8220;Non lo hanno mai preso così sul serio&#8221;, ha <a href="https://newyorkermag.visitlink.me/aS_7h7">detto</a> Nasr al <em>New Yorker</em>. &#8220;C&#8217;è differenza tra l&#8217;avere un&#8217;organizzazione sul campo e l&#8217;avere semplicemente persone a cui piaci. Se hai intenzione di aiutare a cambiare un regime, devi avere una strategia operativa sul territori&#8221;. <strong>Trump e i suoi collaboratori, secondo la prestigiosa rivista, chiamerebbe Palhavi il &#8220;principe perdente</strong>&#8220;.</p>



<p>Ma sarebbe un errore liquidare tutto come una rissa tra esuli benestanti. Quello che accade su X o alle voci dissidenti rispetto all&#8217;andazzo dominante è la naturale conseguenza di un processo di selezione distorto: quello di &#8220;voci&#8221; da Paesi lontani filtrate troppo a lungo in base a ciò che faceva piacere sentire ai gruppi dominanti, e ai decisori politici.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Pahlavi e non solo: i molti fronti dell&#8217;opposizione iraniana</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/pahlavi-e-non-solo-i-molti-fronti-dellopposizione-iraniana.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jan 2026 10:42:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Proteste in Iran]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1388" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112115233203_6ce902a2d2e419fc5fe02b64ef183a42.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112115233203_6ce902a2d2e419fc5fe02b64ef183a42.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112115233203_6ce902a2d2e419fc5fe02b64ef183a42-300x217.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112115233203_6ce902a2d2e419fc5fe02b64ef183a42-1024x740.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112115233203_6ce902a2d2e419fc5fe02b64ef183a42-768x555.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112115233203_6ce902a2d2e419fc5fe02b64ef183a42-1536x1110.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112115233203_6ce902a2d2e419fc5fe02b64ef183a42-600x434.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Uno degli elementi più rilevanti del caso iraniano è il ruolo centrale svolto da una pluralità di gruppi e movimenti nella società civile. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/pahlavi-e-non-solo-i-molti-fronti-dellopposizione-iraniana.html">Pahlavi e non solo: i molti fronti dell&#8217;opposizione iraniana</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1388" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112115233203_6ce902a2d2e419fc5fe02b64ef183a42.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112115233203_6ce902a2d2e419fc5fe02b64ef183a42.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112115233203_6ce902a2d2e419fc5fe02b64ef183a42-300x217.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112115233203_6ce902a2d2e419fc5fe02b64ef183a42-1024x740.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112115233203_6ce902a2d2e419fc5fe02b64ef183a42-768x555.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112115233203_6ce902a2d2e419fc5fe02b64ef183a42-1536x1110.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112115233203_6ce902a2d2e419fc5fe02b64ef183a42-600x434.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dopo aver approfondito<a href="https://it.insideover.com/politica/liran-alla-prova-delle-proteste-tara-riva-il-sistema-ha-perso-di-legittimita-per-buona-parte-della-popolazione.html"> in un precedente confronto con l&#8217;analista geopolitica <strong>Tara Riva</strong></a> gli scenari della protesta di piazza in Iran, in questa seconda parte del nostro dialogo affrontiamo il tema dell&#8217;opposizione al regime di Teheran: che equilibri disegnano per il fronte anti-Repubblica Islamica le settimane di proteste e la risposta interna e internazionale?</p>



<p><strong>Reza Pahlavi rivendica un ruolo di guida morale delle proteste. Quanto è credibile?</strong></p>



<p>&#8220;A differenza della<a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iran-chi-sono-i-mojaheddin-e-khalq-i-radicali-sostenuti-dai-falchi-usa-21065"> MEK (Mojahedin-e Khalq)</a>, che non gode di alcuna popolarità all’interno della società iraniana pur beneficiando di sostegni politici in diversi Paesi europei e negli Stati Uniti, <strong>Reza Pahlavi </strong>dispone quantomeno di una base di sostegno, seppur limitata, all’interno dell’Iran. A mio avviso, quando si parla di “monarchici” è utile distinguere almeno due piani diversi. Il primo è di tipo nostalgico e sentimentale: riguarda <strong>una memoria idealizzata e <a href="https://appunti.substack.com/p/liran-che-vogliono">selettiva </a>del periodo pre-rivoluzionario, spesso associata all’idea di un Paese meno isolato,</strong> con maggiore libertà di movimento e una percezione di stabilità e apertura internazionale, un po’ sul modello dell’Arabia Saudita o dell’Azerbaijan di oggi. In questa componente, però, non c’è necessariamente un attaccamento alla figura di Reza Pahlavi, né un progetto politico rigido e definito, e c’è apertura a una varietà di alternative. </p>



<p>Esiste poi una seconda componente monarchica, più ideologicamente strutturata, che vede nel ritorno della monarchia sotto la guida di Reza Pahlavi l’unica opzione possibile. Questo segmento presenta una <a href="https://www.aljazeera.com/features/2024/3/9/the-strange-alliance-between-iranian-monarchists-and-israel">convergenza politico-ideologica</a> più marcata, con tratti s<a href="https://www.jadaliyya.com/Details/46906/In-Pursuit-of-Whiteness-Why-Iranian-Monarchists-Cheer-Israel%E2%80%99s-Genocide">piccatamente di destra.</a> Reza Pahlavi, dunque, ha sicuramente qualche forma di supporto che si orienta fra questi due poli, in Iran. Nelle recenti proteste<em> una novità </em>è stata che, aneddoticamente, sembra che ci siano stati alcuni slogan a suo favore, sebbene i cori e gli slogan principali che sono emersi fossero altri. Va tuttavia ricordato che <strong>l’organizzazione legata a Reza Pahlavi non è in grado di operare all’interno dell’Iran </strong>e che lo stesso Pahlavi appare in larga misura disconnesso dalla realtà del Paese e dalle dinamiche delle mobilitazioni “dal basso” che si sono sviluppate negli ultimi anni&#8221;.</p>



<p><strong>Pahlavi ha contribuito alla genesi delle proteste?</strong></p>



<p>&#8220;<a href="https://www.ft.com/content/c930adea-b9f8-4bcd-bfe5-ad9dad497106">Non ha avuto alcun </a>ruolo nell’innesco delle proteste, che nascono da cause endogene e da problemi strutturali interni alla società iraniana. Piuttosto, tende a inserirsi a posteriori nel discorso pubblico, cercando di capitalizzare politicamente movimenti già esistenti. Già alcuni anni fa, <strong>Reza Khandan</strong> — noto attivista del movimento “Donna, Vita, Libertà” e marito dell’avvocata per i diritti umani <strong>Nasrin Sotoudeh</strong> — aveva espresso la sua preoccupazione in <a href="https://edition.cnn.com/2023/05/22/opinions/iran-button-protest-couple-nasrin-sotoudeh-reza-khandan-kaufman">un’intervista alla CNN</a>: <em>“La mia più grande paura è che questo movimento venga dirottato da un piccolo ma visibile gruppo di opposizione all’estero, concentrato attorno al figlio dello Shah, Reza Pahlavi. Hanno un accesso privilegiato ai media internazionali, sono molto ricchi e opportunisti e dispongono di reti di potere influenti. Eppure sono scollegati dalla società iraniana e dagli attivisti che portano avanti questo movimento sul terreno. Il rischio è passare da un regime teocratico a una dittatura laica”.</em> La posizione ufficiale di Reza Pahlavi, va sottolineato, è quella di proporsi come figura guida per una “fase di transizione” verso un sistema democratico. Tuttavia, una parte non marginale della sua base nella diaspora continua a spingere apertamente per la restaurazione della monarchia&#8221;.</p>



<p><strong>Che prospettive ha l&#8217;agenda politica dell&#8217;ex principe?</strong></p>



<p>&#8220;Al di là delle proprie opinioni individuali su Reza Pahlavi, il dato oggettivo è che dopo 47 anni lui non è riuscito a costruire in alcun modo un’opposizione ampia, plurale, strutturata e politicamente efficace. Questo appare dovuto sia ai suoi limiti evidenti di strategia e capacità organizzativa, sia al fatto che una parte significativa della sua base più “radicale”, soprattutto all’estero, è fortemente divisiva e poco incline al dialogo con altre componenti della diaspora stessa. Ciò che, a mio avviso, risulta particolarmente problematico è il carattere quasi incondizionato del sostegno proveniente dal segmento monarchico più radicale: <strong>Pahlavi continua a godere di appoggio a prescindere da risultati concreti o da un progetto politico chiaro.</strong> Proprio in quanto figlio di un monarca deposto che ha guidato un regime autoritario e repressivo, la costruzione di un’opposizione inclusiva, disciplinata e realmente pluralista avrebbe potuto rappresentare per lui un’occasione di legittimazione politica. Questa occasione, però, non è mai stata oggettivamente colta. Lo stesso <a href="https://www.reuters.com/world/americas/trump-questions-reza-pahlavis-ability-garner-support-iran-2026-01-15/">Donald Trump ha espresso dubbi </a>sulla capacità di Pahlavi di raccogliere un sostegno sufficiente per governare l’Iran — al netto del valore politico che si voglia attribuire alle sue dichiarazioni, che potrebbero variare nel corso delle prossime 24h. In questo contesto, l’unico ruolo realmente rilevante che Reza Pahlavi sembra poter esercitare nelle proteste è <strong>di natura soprattutto simbolica e psicologica</strong>: per chi è mosso da nostalgia o lo considera l’unica alternativa rimasta, può rappresentare una sorta di “polo di riferimento” in assenza di altre figure politiche organizzate&#8221;.</p>



<p><strong>Che scenari si profilano per le altre anime dell&#8217;opposizione iraniana?</strong></p>



<p>&#8220;A ostacolare in modo sistematico l’emergere di un’opposizione iraniana ampia, organizzata e capace di rappresentare un’alternativa inclusiva contribuiscono tre attori principali: <a href="https://www.dropsitenews.com/p/iran-protests-us-israel-islamic-republic">la Repubblica Islamica, Israele e gli Stati Uniti</a>. <strong>Nessuno di questi ha un reale interesse in un Iran democratico, sovrano e politicamente indipendente. </strong>Israele e gli Stati Uniti perché perseguono, per ragioni strategiche, l’obiettivo di un Iran indebolito, dipendente e, in alcuni scenari, potenzialmente frammentato. Non hanno, a mio avviso, alcun interesse nel vedere emergere un’opposizione unita, forte, organizzata, plurale, inclusiva e credibile nella diaspora, supportando segmenti e gruppi estremamente impopolari (per esempio, la MEK) o figure che, come Pahlavi, non sono state capaci di costruire un’alternativa credibile in decenni. Figure come Reza Pahlavi (ma questo vale anche per altri), a mio avviso, finiscono anche per essere funzionali a questa dinamica. Il segmento monarchico più radicale che lo sostiene è spesso impegnato in campagne <a href="https://cpj.org/2022/10/cpj-condemns-harassment-bomb-threat-against-iranian-american-journalist-negar-mortazavi/">sistematiche di delegittimazione</a> e in accuse infondate contro studiosi, accademici, <a href="https://www.politico.com/news/magazine/2023/04/22/iran-diaspora-harassment-00092598">giornalisti</a> e persino semplici utenti online iraniani che non condividono la loro linea politica, in particolare rispetto al sostegno alla strategia di “massima pressione” di Trump e, più recentemente, <strong>all’aperta legittimazione di ipotesi di regime change con un intervento militare. </strong>Si tratta di un <a href="https://x.com/mashabani/status/2012531505273159838?s=20">comportamento ormai ben noto </a>all’interno della diaspora iraniana, ma che raramente è accompagnato da prese di distanza chiare, scuse pubbliche o da tentativi concreti di disciplinare questi segmenti. Basti pensare che <strong>Yasmin Pahlavi </strong>(la moglie di Reza Pahlavi) ha in passato condiviso un’immagine con lo slogan<a href="https://x.com/tara_riva/status/1783425031692779771?s=20"> “morte ai Mojahed, ai mullah e alla sinistra”</a>, un episodio che ha contribuito ad alimentare ulteriormente le polarizzazioni e le <a href="https://x.com/tara_riva/status/1934248980117930385?s=20">divisioni</a> all’interno della diaspora&#8221;.</p>



<p><strong>Cosa frena l&#8217;emersione di una opposizione &#8220;ufficiale&#8221; interna?</strong></p>



<p>&#8220;All’interno del Paese, un’opposizione “ufficiale” unitaria, ampia e strutturata, dotata di una leadership riconoscibile, non è riuscita a emergere perché viene stroncata dalla Repubblica Islamica, che ha ogni interesse nel voler mantenere il potere. Tuttavia, uno degli elementi più rilevanti del caso iraniano è i<strong>l ruolo centrale svolto da una pluralità di gruppi e movimenti nella società civile </strong>— movimenti femministi, di lavoratori, studenti, attivisti ambientali e molto altro — che, nonostante le difficoltà che affrontano continuamente con le autorità della Repubblica Islamica, hanno alimentato e sostenuto molte delle mobilitazioni degli ultimi anni. Sta di fatto che, ad oggi, <strong>non esiste una figura in grado di guidare un fronte ampio e organizzato </strong>che possa articolare in modo coerente una linea politica condivisa, sia essa orientata alla “fine della Repubblica Islamica” o a una sua profonda trasformazione strutturale. Nonostante ciò, molti analisti concordano sul fatto che l’Iran sia entrato, da un paio d’anni, in una <a href="https://www.vox.com/politics/474763/iran-protests-trump-khamenei">fase di transizione latente</a>, sull’orlo di un potenziale cambiamento interno significativo. Il leader supremo Ali Khamenei ha 86 anni e, dopo la sua scomparsa, è prevedibile l’apertura di un vuoto di potere. In quel momento, una domanda che oggi circola già anche negli ambienti politici, ossia “che direzione prenderà l’Iran?” diventerà inevitabilmente centrale anche nello spazio pubblico. Inoltre, chiunque sarà il suo successore, difficilmente potrà godere, almeno nella fase iniziale, dello stesso livello di autorità personale e di controllo politico accumulato da Khamenei nel corso dei decenni. Questo indebolimento relativo del vertice <em>potrebbe</em> aprire spazi di manovra nuovi, creando potenzialmente le condizioni per cambiamenti profondi all’interno del sistema&#8221;.</p>



<p><strong>Il ruolo della diaspora è emerso profondamente in questi mesi. Come si posizionano gli iraniani all&#8217;estero rispetto alle proteste?</strong></p>



<p>&#8220;La diaspora iraniana è eterogenea e distribuita in diverse aree del mondo, in particolare negli Stati Uniti. Nel corso degli ultimi decenni si sono succedute più ondate migratorie, ciascuna con caratteristiche, esperienze e traiettorie diverse, che hanno inciso profondamente sulle identità politiche e sociali delle comunità all’estero. <strong>Si tratta di una realtà molto più complessa e plurale di quanto spesso venga rappresentato. </strong>I monarchici ne costituiscono certamente una componente, ma sono solo una tra le tante, anche se tendono a ricevere una visibilità sproporzionata nei media europei e statunitensi. Ciò che accomuna la stragrande maggioranza della diaspora è il dolore e la preoccupazione per quanto sta accadendo nel Paese, così come l’angoscia per la sorte di familiari, amici e connazionali. Al netto di chi, per convinzione ideologica o interesse personale, rimane fortemente legato alla Repubblica Islamica, <strong>il sostegno verso chi protesta è ampio e trasversale.</strong> Molti nella diaspora conoscono direttamente le condizioni materiali, le frustrazioni e le aspirazioni di chi protesta, e ne comprendono le legittime rivendicazioni. La solidarietà di molti iraniani con i concittadini in Iran è molto visibile in questi giorni. Le “divisioni”, quindi, non riguardano la solidarietà verso i manifestanti, ma il modo in cui vengono interpretate le<strong> cause strutturali </strong>della crisi attuale e, soprattutto, le s<strong>trategie ritenute necessarie per il futuro&#8221;.</strong></p>



<p><strong>Come si esplicitano tali divisioni?</strong></p>



<p>&#8220;Una parte della diaspora, ad esempio, ha avuto un ruolo centrale nel sostenere la politica di “massima pressione” promossa da Donald Trump. Se pochi anni fa il tema del <em>regime change </em>e di un intervento militare rappresentava ancora un tabù — e veniva spesso pubblicamente negato dai sostenitori della “massima pressione” — dopo l’aggressione militare israelo-statunitense è emerso con maggiore chiarezza che, per una parte di questo fronte, l’ipotesi di un intervento armato e di un cambio di regime imposto dall’esterno non solo è accettabile, ma apertamente auspicata. <strong>Per un’ampia fetta della diaspora, invece, questa posizione rappresenta una linea rossa. </strong>Le ragioni sono molteplici: il ricordo dei precedenti interventi di “regime change” nella regione e del caos che ne è seguito, il rischio concreto di una destabilizzazione interna prolungata, la possibilità di una guerra civile e il timore di una frammentazione territoriale dell’Iran. </p>



<p>Come già accennato, un’altra linea di frattura riguarda l’interpretazione delle cause strutturali che hanno portato alla situazione drammatica che osserviamo oggi. <strong>Per molti, il punto di rottura attuale è interamente attribuibile alla Repubblica Islamica</strong>: al modo violento con cui si è consolidata e ha mantenuto il potere, alla sua politica estera e alla sua incapacità di riformarsi in profondità e di affrontare le crisi ambientali, economiche, sociali e culturali del Paese. Altri, pur riconoscendo pienamente i crimini e le responsabilità del regime, ritengono che esista anche una <a href="https://www.micromega.net/iran-le-crisi-le-rivolte-e-leco-della-storia">responsabilità internazionale</a> significativa. Le sanzioni e l’isolamento, spesso presentati come strumenti di “sostegno” al popolo iraniano, <strong>hanno in realtà rafforzato nel tempo le componenti più rigide e autoritarie del sistema.</strong> Il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo nucleare (JCPOA) nel 2018, per citare un esempio, ha finito per rafforzare la narrativa di <strong>Ali Khamenei </strong>secondo cui Washington non sarebbe un interlocutore affidabile. Spesso, inoltre, il semplice sostegno a strumenti diplomatici come la JCPOA viene interpretato da alcuni segmenti della diaspora come una forma di “complicità” con la Repubblica Islamica. Si tratta però di una lettura semplicistica: è infatti possibile chiedere, allo stesso tempo, la fine delle sanzioni unilaterali statunitensi e sostenere l’adozione di sanzioni multilaterali approvate dalle Nazioni Unite, molto più mirate, e condizionate al rispetto di parametri concreti sui diritti umani (creando anche un “incentivo”). Queste sono alcune delle principali “faglie” che attraversano la diaspora iraniana. Il nodo centrale non è la solidarietà verso chi protesta, che rimane ampia e diffusa, ma il modo in cui si interpreta il percorso che ha portato fin qui e, soprattutto, le strategie ritenute più efficaci per il futuro&#8221;.</p>



<p><strong>Come giudicare l&#8217;approccio delle cancellerie internazionali alla protesta iraniana? Che posizione ritiene debbano prendere Italia e Europa?</strong></p>



<p>&#8220;Vale la pena ricordare che pochi anni fa l’Unione Europea aveva svolto un ruolo centrale nei negoziati che portarono alla firma della JCPOA. Anche dopo il<a href="https://www.parlamento.it/application/xmanager/projects/parlamento/file/repository/affariinternazionali/osservatorio/approfondimenti/PI0139_App.pdf"> ritiro unilaterale di Donald Trump dall’accordo</a> e la reintroduzione delle sanzioni statunitensi, l’Unione Europea ha tentato di reagire rafforzando strumenti già esistenti, come la <a href="https://finance.ec.europa.eu/eu-and-world/open-strategic-autonomy/extraterritoriality-blocking-statute_en">Blocking Statute</a>, per proteggere le imprese europee dalle cosiddette sanzioni secondarie e per salvaguardare i rapporti commerciali con l’Iran. In questo contesto sono stati creati anche meccanismi innovativi per facilitare le transazioni, come<a href="https://it.euronews.com/2019/02/01/instex-contro-le-sanzioni-usa-un-nuovo-canale-commerciale-tra-paesi-europei-e-iran"> l’Instrument in Support of Trade Exchanges</a> <em>(per approfondire, suggerisco la lettura del paragrafo <strong>“Extraterritorialità: l’asimmetria del potere nelle sanzioni unilaterali”</strong> di </em><a href="https://kritica.it/politica/il-caso-sala-abedini-e-le-asimmetrie-imperialiste-del-potere/"><em>questo</em></a><em> articolo).</em> Fino a pochi anni fa, dunque, l’Europa mostrava una maggiore consapevolezza della necessità di controbilanciare (seppur in modo limitato) alcune pressioni statunitensi, anche (ma non solo) sull’Iran, cercando di preservare almeno una parziale autonomia rispetto all’alleato atlantico.   </p>



<p>Dopo l’aggressione militare russa contro l’Ucraina – una grave violazione della Carta delle Nazioni Unite – il rapporto fra Teheran e Mosca può aver contribuito al deterioramento delle relazioni. Tuttavia, non credo proprio questo elemento, da solo, possa spiegare il riposizionamento radicale dell’Europa nei confronti dell’Iran. A mio avviso, questo cambio di rotta è il riflesso di dinamiche più ampie, che vanno oltre il caso iraniano in sé e che riguardano molto più l’Europa che non l’Iran: (1) da un lato della fase storica, culturale, politica e identitaria che l’Europa sta attraversando internamente; (2) dall’altro, <strong>la progressiva erosione di qualsivoglia autonomia strategica che l’Unione Europea aveva tentato, in passato, di ritagliarsi rispetto agli Stati Uniti.</strong> Per questo ritengo che tale riposizionamento dipenda in modo davvero marginale da ciò che accade in Iran o dalle scelte compiute da Teheran. Ad esempio, negli scorsi giorni l’Unione Europea ha annunciato l’intenzione di chiedere agli Stati Membri di procedere con la <a href="https://x.com/EP_President/status/2011449949955694752?s=20">designazione dei IRGC </a>come organizzazione terroristica. Per anni questo è stato uno dei punti di frizione con gli<a href="https://www.congress.gov/bill/118th-congress/house-resolution/288/text"> Stati Uniti,</a> sull’Iran. Si tratta chiaramente di una scelta eminentemente politica, e non è evidente in che modo una simile misura possa tradursi in un reale “sostegno” alla popolazione iraniana. Le iniziative presentate come “a favore del popolo iraniano”, sia negli scorsi giorni che negli ultimi anni, sembrano riflettere molto <strong>più una volontà di segnalare il proprio allineamento con Washington che un impegno coerente </strong>nell’applicazione di strumenti contemplati dal diritto internazionale o delle raccomandazioni avanzate da <a href="https://www.ohchr.org/en/documents-listing?field_content_category_target_id%5B182%5D=182&amp;field_entity_target_id%5B1304%5D=1304&amp;view_mode=document-list">organismi delle Nazioni Unite</a> e da organizzazioni per i diritti umani come <a href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2026/01/iran-massacre-of-protesters-demands-global-diplomatic-action-to-signal-an-end-to-impunity/">Amnesty International</a>&#8220;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Insomma, se c&#8217;era un treno è stato perso tempo fa&#8230;</h2>



<p>Un’azione politica concreta e realisticamente alla portata dell’Europa, durante la “guerra dei 12 giorni”, sarebbe stata quella di proporsi come attore diplomatico centrale per favorire una de-escalation. Questo non solo non è avvenuto, ma in alcuni casi — come nelle <a href="https://www.middleeasteye.net/opinion/germany-israel-dirty-work-merz-exposes-orientalist-roots-genocidal-zionism">dichiarazioni di Merz</a> — si è assistito a un endorsement <em>de facto </em>dell’aggressione militare israeliana, che è una violazione della Carta delle Nazioni Unite. Negli scorsi giorni, inoltre, il lavoro diplomatico più intenso per evitare un’escalation e una possibile invasione statunitense in Iran è stato portato avanti da attori regionali, come l’Arabia Saudita e la Turchia (contrariamente agli Emirati Arabi Uniti e Israele). <strong>L’Unione Europea, invece, ne ha semplicemente approfittato per fare ulteriori concessioni agli Stati Uniti. </strong>Se proviamo ad alzare un po’ l’asticella, un altro passo possibile sarebbe stato quello di condannare in modo fermo e inequivocabile la repressione e il massacro perpetrato dalle autorità iraniane, accompagnando questa posizione con <em>l’impegno concreto</em> a sostenere immediatamente il lavoro degli organismi internazionali incaricati di indagare sulle violazioni, fare chiarezza sui fatti e attivare meccanismi di responsabilità. </p>



<p>Allo stesso tempo, per mantenere un minimo di credibilità politica e diplomatica, sarebbe stato necessario richiamare tutti gli attori al rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Iran, ribadendo che un’aggressione militare è una violazione della Carta ONU e che le <strong><em>presunte</em></strong> operazioni di infiltrazione esterna — a cui hanno fatto riferimento esponenti statunitensi e israeliani e che, indipendentemente dalla loro veridicità, hanno fornito al regime un alibi per giustificare i massacri — rischiano di aggravare ulteriormente la drammatica situazione nel Paese. Il fatto che una posizione di questo tipo — <strong>diplomatica, ancorata al diritto internazionale e con qualche possibilità in più di risultare concretamente “utile” </strong>nel tentativo di ridurre le tensioni, ma <em>ribadendo</em> e <em>applicando</em> in modo concreto il sostegno europeo ai meccanismi di responsabilità — oggi ci appaia come qualcosa di lontano o persino difficilmente immaginabile dovrebbe far riflettere più gli europei che gli iraniani. Siamo entrati in una fase in cui la diplomazia e il multilateralismo — oltre allo sforzo di non delegittimare apertamente il diritto internazionale — stanno velocemente svanendo dalla cultura politica europea&#8221;.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/pahlavi-e-non-solo-i-molti-fronti-dellopposizione-iraniana.html">Pahlavi e non solo: i molti fronti dell&#8217;opposizione iraniana</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>SAFE Ue: esercito europeo o ombrello Nato? Nè l&#8217;uno né l&#8217;altro ma spendendo di più</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/safae-ue-esercito-europeo-o-ombrello-nato-ne-luno-ne-laltro-ma-spendendo-di-piu.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mossetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Apr 2025 11:03:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Patto atlantico (Nato)]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/nato.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="nato" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/nato.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/nato-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/nato-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/nato-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>L'Europa vuole rafforzare la Difesa e guadagnare in autonomia strategica ma resta integrata nella Nato a guida americana. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/safae-ue-esercito-europeo-o-ombrello-nato-ne-luno-ne-laltro-ma-spendendo-di-piu.html">SAFE Ue: esercito europeo o ombrello Nato? Nè l&#8217;uno né l&#8217;altro ma spendendo di più</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/nato.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="nato" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/nato.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/nato-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/nato-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/nato-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>L&#8217;idea di un esercito comune europeo non è nuova, ma il dibattito sulla sua effettiva realizzazione si è intensificato negli ultimi anni. L&#8217;apparente &#8220;disimpegno&#8221; degli Stati Uniti e il crescente senso di instabilità geopolitica hanno spinto alcuni leader europei a chiedere una <a href="https://it.insideover.com/politica/la-germania-cambia-postura-dopo-il-riarmo-le-truppe-in-lituania.html">maggiore autonomia</a> nel settore della Difesa. Ma si tratta davvero di un passo verso l&#8217;indipendenza strategica o, piuttosto, di un tentativo di rafforzare l&#8217;ombrello della Nato con fondi e risorse europee?</p>



<p>La Commissione ha partorito per ora il <strong>Security and Action for Europe (SAFE)</strong>, un nuovo strumento finanziario dedicato a supportare gli investimenti per la difesa degli Stati membri. Con un importo fino a 150 miliardi di euro in appalti comuni, il progetto vuole essere un bazooka di Ursula Von der Leyen per rafforzare l’industria militare europea usando l’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell&#8217;Unione Europea. </p>



<p>Secondo <strong>Tara Riva</strong>, esperta di Relazioni internazionali, sentita da <em>InsideOver</em>, il problema principale è il contesto in cui si colloca questa iniziativa: <em>&#8220;Io, in linea di principio, non sarei contraria a un esercito europeo comune. Il problema, qui, è il contesto.&#8221;</em></p>



<p>Nonostante l&#8217;impressione di un minore coinvolgimento statunitense negli affari europei, la realtà è che l&#8217;Europa continua a essere profondamente integrata nella Nato, un&#8217;organizzazione che rimane sotto il controllo strategico degli Stati Uniti. Già l&#8217;amministrazione di Joe Biden aveva mostrato un atteggiamento apparentemente favorevole a un rafforzamento della Difesa europea, ma sempre all&#8217;interno del sistema atlantico. <em>&#8220;Gli Stati Uniti non si sono mai distanziati molto dalle vecchie 3D, che qualsiasi iniziativa europea sulla difesa è tenuta a rispettare: no diminution, no discrimination, no duplication</em>&#8220;, spiega Riva.</p>



<p>In altre parole, Washington accetta che l&#8217;Europa si assuma maggiori responsabilità in materia di difesa, <strong>ma solo se ciò non riduce il ruolo della Nato</strong>, non discrimina gli alleati extraeuropei e non crea strutture parallele a quelle dell&#8217;Alleanza Atlantica. Un&#8217;Europa capace di agire autonomamente, ma sempre all&#8217;interno del quadro Nato-centrico, rappresenta un vantaggio per gli Stati Uniti, che possono così ridurre il proprio impegno diretto senza perdere il controllo strategico.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Complementarità o alternativa?</h3>



<p>Le timide manifestazioni di autonomia avanzate negli ultimi anni, in particolare dopo la prima presidenza <strong>Donald Trump,</strong> sono state sapientemente incanalate da Biden in modo da rafforzare il ruolo dell&#8217;Europa senza che questa si sganciasse dall&#8217;influenza americana. Dice Riva: <em>&#8220;I vari progetti che sono emersi negli anni mirano a una maggiore presa di responsabilità da parte dell&#8217;Europa, ma sempre all&#8217;interno della sfera d&#8217;influenza Nato-centrica. Mai come reale alternativa.&#8221;</em></p>



<p>La domanda fondamentale, quindi, è se l&#8217;Europa stia cercando di assumersi maggiori responsabilità all&#8217;interno del sistema Nato o se stia cercando di costruire una vera alternativa. Secondo Riva, la risposta è chiara: <em>&#8220;Se puntiamo sulla complementarietà, l&#8217;esercito comune europeo non potrà mai competere o sostituire la Nato. Rischiamo di restare ancorati alla sfera d&#8217;influenza statunitense, spendendo ancora di più nella difesa senza però guadagnarci in termini di autonomia.&#8221;</em></p>



<p>L&#8217;unica soluzione, secondo questa prospettiva, sarebbe quella di <strong>concepire un esercito comune europeo come una vera alternativa alla Nato</strong>, in grado di operare in modo indipendente rispetto alle direttive di Washington. Ma questa visione si scontra con la realtà politica: gli Stati Uniti hanno sempre lavorato per mantenere l&#8217;Europa sotto la loro influenza strategica, e difficilmente tollererebbero un&#8217;Europa realmente autonoma in ambito militare.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il dilemma Trump-Biden</h3>



<p>L&#8217;approccio degli Stati Uniti verso l&#8217;Europa varia a seconda dell&#8217;inquilino della Casa Bianca, ma la sostanza non cambia. Biden ha usato il metodo dell&#8217;abbraccio per contenere le spinte autonomiste europee, <strong>mentre Trump preferisce il bastone</strong>, minacciando di ridurre l&#8217;impegno americano nella Nato se gli europei non aumentano la spesa per la difesa. Ma entrambi gli metodi mirano allo stesso obiettivo: mantenere l&#8217;Europa saldamente ancorata alla sfera d&#8217;influenza statunitense.</p>



<p><em>&#8220;La complementarietà non è molto distante da quanto chiede Trump. Se siamo &#8216;più autonomi&#8217; ma complementari, siamo ancora dipendenti dagli Stati Uniti</em>&#8220;, commenta Tara Riva. <em>&#8220;L&#8217;idea che emerge è che stiamo cercando di accollarci le spese pur di restare sotto l&#8217;ombrello statunitense, che è ben diverso dall&#8217;essere autonomi</em>&#8220;.</p>



<p>L&#8217;idea di un esercito europeo alternativo alla Nato richiederebbe decenni di lavoro, enormi investimenti e una coesione politica che oggi appare lontana. Tuttavia, <strong>se l&#8217;Europa vuole davvero diventare un attore autonomo sulla scena globale</strong>, questa è la strada da percorrere. Il rischio, altrimenti, è quello di finire per finanziare una struttura militare che, invece di rafforzare l&#8217;indipendenza europea, serva solo a consolidare ulteriormente la dominanza statunitense.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/safae-ue-esercito-europeo-o-ombrello-nato-ne-luno-ne-laltro-ma-spendendo-di-piu.html">SAFE Ue: esercito europeo o ombrello Nato? Nè l&#8217;uno né l&#8217;altro ma spendendo di più</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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