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Guerra

La misteriosa epurazione digitale degli iraniani contro la guerra

Secondo il politologo Vali Nasr, "esiste una parte della diaspora iraniana che vuole appartenere al mainstream della società Usa ed europea".
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Non è facile essere un iraniano contrario alla guerra di Trump e Netanyahu. Specialmente sulle bacheche di X, quel posto che una volta chiamavamo Twitter e che oggi sembra il laboratorio della censura algoritmica. Il fenomeno riguarda la diaspora iraniana, o meglio, quella parte della diaspora che non ha alcuna intenzione di farsi arruolare nella tifoseria del regime change e dell’escalation militare. Il caso centrale è quello di Atieh Bakhtiar (@UnboundedVoice), un’attivista nota per le sue posizioni contrarie al conflitto, sospesa per qualche giorno con l’accusa di “account inautentico”. Una violazione arrivata senza violazioni effettive dei termini di servizio, nonostante colleghi e testimoni (tra cui l’account History Speaks) abbiano confermato l’identità reale della donna.

Anche Tara Riva, giornalista e studiosa italo-iraniana e voce tra le più originali tra quelle non appiattite sull’intervento armato, ha denunciato una drastica limitazione della visibilità (shadow-ban) proprio in concomitanza con analisi sociologiche delicate sulla diaspora e riferimenti al dissenso all’interno della stessa. Insieme a loro, altri profili come @ayatr0llah, @Godsbrfloor e @bob_esfanji1 sono stati oscurati contemporaneamente. Ora sembra essere tutto risolto. Se si tratta di un glitch, non sembra aver colpito quelli del fronte filoamericano.

La questione in realtà va ben oltre la tecnologia. Come spiega su EuNews Maria Luisa Fantappiè, esperta di Medio Oriente dell’Istituto Affari Internazionali, esiste una frattura profonda all’interno della comunità iraniana in Europa. “Si tratta in larga parte di una diaspora di classe media, composta da persone istruite e altamente qualificate”, dice la studiosa. “Molti di loro non hanno potuto trovare in Iran le opportunità adeguate al proprio talento e alle proprie capacità, a causa non solo della natura repressiva del sistema politico, ma anche di fattori come l’impatto delle sanzioni internazionali”.

Da una parte c’è una fazione monarchica molto rumorosa, capace di occupare lo spazio digitale con una forza d’urto sproporzionata rispetto ai numeri reali. Dall’altra, c’è una galassia di intellettuali, artisti e attivisti che si trova tra due fuochi: l’opposizione al regime di Teheran e il rifiuto netto della guerra. Questa “anima civica” è oggi l’obiettivo di una campagna di intimidazione che usa lo shadow ban e le segnalazioni di massa come manganelli digitali.

La diaspora che vuole esser “bianca”

Vali Nasr, politologo della John Hopkins, ha provato a mappare durante la puntata di un podcast il motore culturale di questo scontro: “Esiste una parte della diaspora iraniana che, per dirla in modo semplice, vuole davvero essere considerata ‘bianca’. Non vuole identificarsi con il Sud globale. Vuole appartenere al mainstream della società americana ed europea”.

Per questo motivo, spiega l’ex consigliere di Obama, niente affatto un estremista di sinistra, “l’adesione a Israele, l’abbraccio del sionismo, l’opposizione alle proteste contro la guerra a Gaza e il sostegno al movimento MAGA sono, in sostanza, il loro modo di integrarsi… un’immaginazione dell’identità iraniana che, di fatto, sostiene che la storia dell’Iran si sia fermata nel VII secolo, quando arrivarono gli arabi… Poiché gli americani e gli europei del mainstream sono pro-Israele e contrari a Gaza, allora anche noi siamo come loro”. Questo fenomeno esiste davvero ed è molto presente, ed è sfruttato in particolare dal movimento monarchico iraniano”.

È una spinta identitaria potente, dove una fetta della diaspora cerca legittimazione abbracciando feticci quasi neocon. Da qui, come ricordano spesso studiose come Farian Sabahi, dell’Università dell’Insubria, o Marina Misaghi Nejad attivista italo-iraniana e antropologa, spuntano degli sciami di troll che squalificano come traditore chiunque scriva che sanzioni e i bombardamenti potrebbero fare cilecca.

In poche parole, se non sei con i monarchici, se non invochi l’intervento straniero, allora sei un agente del regime. Peccato che Reza Palhavi Jr., figlio maggiore dell’ultimo Shah di Persia, dipinto da molti commentatori occidentali come potenziale leader per un governo fantoccio dopo l’inizio delle operazioni il 28 febbraio, potrebbe aver già perso il suo treno. Nonostante l’attacco israeliano porti il nome di Operazione Leone Ruggente, un chiaro omaggio alla monarchia dei Palhavi deposta nel 1979, l’intelligence Usa sembra aver concluso che l’erede presunto non disponte di una rete sufficiente all’interno del Paese per guidare un rovesciamento del regime.

“Non lo hanno mai preso così sul serio”, ha detto Nasr al New Yorker. “C’è differenza tra l’avere un’organizzazione sul campo e l’avere semplicemente persone a cui piaci. Se hai intenzione di aiutare a cambiare un regime, devi avere una strategia operativa sul territori”. Trump e i suoi collaboratori, secondo la prestigiosa rivista, chiamerebbe Palhavi il “principe perdente“.

Ma sarebbe un errore liquidare tutto come una rissa tra esuli benestanti. Quello che accade su X o alle voci dissidenti rispetto all’andazzo dominante è la naturale conseguenza di un processo di selezione distorto: quello di “voci” da Paesi lontani filtrate troppo a lungo in base a ciò che faceva piacere sentire ai gruppi dominanti, e ai decisori politici.

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