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	<title>Roberto Scaini Archives - InsideOver</title>
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	<title>Roberto Scaini Archives - InsideOver</title>
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		<title>Roberto Scaini di MSF: «Qui a gaza non si vive, si sopravvive»</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/roberto-scaini-di-msf-qui-a-gaza-non-si-vive-si-sopravvive.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Carpinella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jan 2026 16:01:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1000" height="750" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/MSB250569_Medium.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Un veicolo di Medici Senza Frontiere a Gaza City" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/MSB250569_Medium.jpg 1000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/MSB250569_Medium-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/MSB250569_Medium-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/MSB250569_Medium-600x450.jpg 600w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p>Intervista a Roberto Scaini, di Medici Senza Frontiere: ecco ciò che resta di Gaza, testimonianze dalla Striscia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/roberto-scaini-di-msf-qui-a-gaza-non-si-vive-si-sopravvive.html">Roberto Scaini di MSF: «Qui a gaza non si vive, si sopravvive»</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1000" height="750" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/MSB250569_Medium.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Un veicolo di Medici Senza Frontiere a Gaza City" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/MSB250569_Medium.jpg 1000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/MSB250569_Medium-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/MSB250569_Medium-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/MSB250569_Medium-600x450.jpg 600w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p>Le macerie che circondano Gaza fanno il paio con le macerie emotive di chi è sopravvissuto all’inferno. A Gaza, oggi, è il tempo delle testimonianze. <strong>Roberto Scaini</strong>, capo medico di Medici Senza Frontiere, lo sa bene. È nella Striscia da due mesi, per la seconda volta. <a href="https://it.insideover.com/guerra/roberto-scaini-di-medici-senza-frontiere-rafah-e-linferno.html">C’era già stato nel 2024</a>: i suoi occhi avevano visto l’inferno in terra. Da dicembre è tornato, si trova a Gaza City. I suoi occhi forse erano preparati. Le sue orecchie no.</p>



<p>Dopo due anni, le persone con cui lavora hanno bisogno di parlare, di raccontare. Hanno bisogno di testimoni per la loro storia: una storia fatta di morte e di sopravvivenza. A questo, Roberto non era preparato.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" width="745" height="715" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/roberto_scaini.jpg" alt="Roberto Scaini, capo medico di Medici Senza Frontiere" class="wp-image-502536" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/roberto_scaini.jpg 745w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/roberto_scaini-300x288.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/roberto_scaini-600x576.jpg 600w" sizes="(max-width: 745px) 100vw, 745px" /><figcaption class="wp-element-caption">Roberto Scaini, capo medico di Medici Senza Frontiere</figcaption></figure>



<p><strong>Roberto, ci siamo sentiti a maggio 2024. Dopo quasi due anni sei di nuovo a Gaza. Cosa è cambiato?</strong></p>



<p>«È tutto diverso. I bombardamenti non sono finiti, ma non sono paragonabili alla ferocia scellerata che c’era prima del cessate il fuoco. E tuttavia le bombe sono solo un modo più rumoroso di uccidere. Non l’unico. Si muore di freddo. Si muore perché i corpi sono debilitati. E si muore per tutto ciò che, in condizioni di vita normali, sarebbe curabile. Si muore per tutto quello che non c’è più».</p>



<p><strong>Com’è la situazione degli ingressi degli aiuti umanitari?</strong></p>



<p>«Rispetto a prima entrano più aiuti, è vero. Ma non sono sufficienti, per un motivo molto semplice: se si creano deliberatamente bisogni talmente grandi, poi ciò che entra qui è — per ovvie ragioni — insufficiente. Alla popolazione è stato tolto tutto. I camion umanitari che entrano servono, ma non bastano. Senza considerare il fatto che una parte di ciò che entra è destinata al mercato, a un uso commerciale. Il sistema economico della Striscia di Gaza è stato distrutto. E non tutto quello che entra viene distribuito gratuitamente. Per questo tanti si inventano modi per racimolare un qualche guadagno: cercando tra le macerie qualcosa di rivendibile, raccogliendo plastica e spingendosi anche oltre i confini della cosiddetta zona sicura, che poi così sicura non è».</p>



<p><strong>La cosiddetta “linea gialla”, invalicabile e presidiata dall’esercito israeliano…</strong></p>



<p>«È un confine oltre il quale non ci si può spingere, delimitato per lo più da blocchi di cemento gialli. Blocchi che vengono mossi, spostati verso l’interno, per mangiare sempre più terreno ai palestinesi. C’è chi la attraversa per cercare qualcosa tra le macerie: spesso sono bambini. Sappiamo che in più occasioni sono stati colpiti dai soldati».</p>



<p><strong>Come incide sul vostro lavoro il fatto che questa tregua sia solo parziale?</strong></p>



<p>«Anche noi dobbiamo prendere delle precauzioni. Non possiamo spingerci a meno di 500 metri dalla linea gialla. Dobbiamo restare in una zona che definiamo “zona arancione”. Ma gli attacchi israeliani si sono verificati anche nella cosiddetta zona sicura. Siamo andati a fare una valutazione in un’area che rientra nei confini consentiti, ma la gente che vive lì ci ha messo in guardia: “La sera qui non è sicuro, perché continuano gli attacchi”. Gli attacchi non sono rari, tutt’altro. Si verificano quasi ogni giorno».</p>



<p><strong>Secondo le stime disponibili, dal cessate il fuoco sono state uccise almeno 460 persone. Circa cento tra loro erano bambini.</strong></p>



<p>«Sono i morti causati direttamente dalle bombe e dagli scontri a fuoco. Ma non contiamo mai chi muore per le conseguenze dirette della guerra. Chi muore di freddo o perché impossibilitato ad assumere un farmaco banale, come quello per il diabete, è morto a causa della guerra. Non per altri motivi».</p>



<p><strong>Che effetto ti fa il silenzio mediatico? Non ci sono più le aperture dei telegiornali né le prime pagine per la Striscia di Gaza.</strong></p>



<p>«Non è più “sexy”. Non c’è più il missile che abbatte il palazzo. I feriti che arrivavano a centinaia su barelle di fortuna avevano più appeal rispetto ai pazienti ricoperti di scabbia o a quelli che vivono ammassati in una scuola o in quel che ne rimane».</p>



<p><strong>Ti capita mai di chiudere gli occhi e immaginare una Gaza diversa?</strong></p>



<p>«Sì. Mi capita quando sono vicino al mare. Le macerie sono alle spalle, e questo aiuta a immaginare uno scenario diverso. I colori del mare sono sempre quelli. Non ci sono però i suoni della normalità: la vivacità del mercato, le voci dei bambini che giocano. C’è il ronzio assordante dei droni, che pazientemente e incessantemente sorvolano ogni metro quadrato della Striscia».</p>



<p><strong>Dal punto di vista professionale, qual è la parte più difficile del tuo lavoro a Gaza?</strong></p>



<p>«Potrebbe sembrare banale, ma qui è stato distrutto tutto. La difficoltà maggiore è allestire le nostre cliniche mobili. Dove le tiriamo su? Al freddo? In mezzo alla strada? Non ci sono abbastanza edifici in piedi — e liberi — per farlo. Si potrebbe pensare alle tende da campo. Ma se le tende non le fanno entrare?».</p>



<p><strong>Qual è invece la parte più dura dal punto di vista umano?</strong></p>



<p>«Accettare tutto questo».</p>



<p><strong>E qui Roberto si commuove&#8230;</strong></p>



<p>«Non è capitato: è stato voluto. Ed è stato consentito. Due responsabilità ben diverse, ma entrambe gravissime. È difficile perché ora, che indubbiamente si sopravvive — non si vive — un po’ di più rispetto a prima, quando ci si “rilassa” semplicemente perché non si viene più bombardati ventiquattr’ore su ventiquattro, emerge il bisogno di raccontare ciò che si è vissuto. Di riflettere. Capita che i membri locali del nostro staff sentano la necessità di parlare. Comunichiamo in inglese, ma non è un vero dialogo. Io ascolto, ma non so commentare le loro indicibili tragedie. Non so rispondere alle loro domande. “Che futuro avrà mio figlio?”&nbsp;È&nbsp;la domanda più ricorrente. Io mi guardo attorno, e quel futuro non lo vedo. E allora non rispondo. Mi limito ad ascoltare. Mi ripeto che forse sono qui anche per questo».</p>



<p><strong>Cosa raccontano gli sguardi dei bambini di Gaza?</strong></p>



<p>«La loro è un’infanzia distrutta. Ma dai loro occhi la voglia di vivere non la sradichi nemmeno con le bombe. Hanno bisogno di contatto. Vogliono giocare: hanno bisogno di giocare. Quando scendi dall’auto ti corrono incontro, ti salutano. Ti sorridono e ti chiedono qualsiasi cosa».</p>



<p><strong>Roberto resta in silenzio per qualche secondo. Lo sguardo si fa più profondo. I suoi occhi raccontano il tormento di chi vorrebbe avere una soluzione per quei bambini che gli vanno incontro.</strong></p>



<p><strong>E, nel silenzio,</strong><strong>&nbsp;il ronzio dei droni.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Riprende fiato, decide di condividere un’immagine, quasi un manifesto.</strong></p>



<p>«Ero a Beit Lahia, una delle zone più remote in cui operiamo. I bambini — potrà far sorridere — mi hanno chiesto di organizzare un’attività con i clown. Ho detto sì. Sono bambini. A volte, il gioco cura più delle medicine».</p>
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		<title>Roberto Scaini di Medici senza Frontiere: “Rafah è l’inferno”</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/roberto-scaini-di-medici-senza-frontiere-rafah-e-linferno.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Carpinella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2024 05:21:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[guerra a gaza]]></category>
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<p>Parla Roberto Scaini di Medici Senza Frontiere, appena tornato dalla sua missione nella Striscia: "Negli ospedali a Rafah manca tutto, l'unico obiettivo della gente è restare vivi".</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/roberto-scaini-di-medici-senza-frontiere-rafah-e-linferno.html">Roberto Scaini di Medici senza Frontiere: “Rafah è l’inferno”</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Macerie ovunque, briciole di umanità sparse a terra, insieme a quel che resta della Striscia. Prima prigione a cielo aperto, ora Gaza è un inferno in terra, dal quale, come prima non c’è modo di uscire. Ce lo ha raccontato Roberto Scaini, responsabile medico di Medici Senza Frontiere, di ritorno dalla sua ultima missione. Sono dieci giorni che è rientrato in Italia, ma la sua mente è ancora lì. I suoi occhi sembrano essere lo specchio di quel che ha visto: troppa sofferenza e la consapevolezza di una desolata impotenza di fronte a tanto orrore. Già, perché in quel piccolo lembo di terra che va da Rafah alla costa, ora ci abitano oltre un milione di persone, sfollate con la forza dal nord della Striscia. Ammassati gli uni sugli altri vagano per strada in cerca di acqua potabile, cibo e qualche oggetto, magari un paio di scarpe da rivendere. Le giornate a Rafah si passano così: si va alla ricerca di quello che manca, e quindi di tutto, anche fosse solo per ingannare il tempo, che lì pare essersi fermato.</p>



<p><strong>Ci racconti del suo impatto con la Striscia di Gaza</strong></p>



<p>E’ una situazione semplicemente disumana. Qualsiasi limite è stato già da tempo superato e ogni giorno ti chiedi fino a che punto la crisi umanitaria possa deteriorarsi ancora. E’ un inferno che posso descrivere con un’immagine chiara: vivere nella Striscia è come trovarsi al settimo piano di un palazzo che va a fuoco. Non puoi scendere, e difatti da qui non puoi uscire. Devi aspettare e sperare che l’incendio si spenga, che arrivi un cessate il fuoco.</p>



<p><strong>Qual è la parte più difficile del vostro lavoro?</strong></p>



<p>Senza dubbio la consapevolezza di non poter fare abbastanza, che è difficilissima da digerire. Mi sono ritrovato spesso a dover abbassare gli occhi&#8230; non perché fosse colpa mia, ma perché ti chiedi come sia possibile tutto questo. Ho visto bambini mutilati, senza braccia o gambe, non fare una smorfia di dolore. Ecco, quando sul viso di queste vittime non compare neanche più lo strazio, quando la sofferenza entra a far parte della normalità, non si è molto distanti dall’inferno.</p>



<p><strong>Riuscite ancora ad assicurare un qualche servizio sanitario?</strong></p>



<p>Non c’è più alcun tipo di organizzazione. Sarebbe importante, ad esempio, riuscire a fare un triage, il primo passo, la valutazione iniziale dei pazienti, per capire le priorità e intervenire in maniera efficace. Ma non è possibile. Quello che dovrebbe essere un triage da noi è definito il tour degli orrori. Gli ospedali sono in preda al caos: c’è gente che vive lì, ci sono persone sdraiate a terra che non capisci se siano state medicate o meno. Ci sono corpi ovunque, e a volte si fa fatica a capire da dove iniziare. Del resto, nell’ospedale di Al-Aqsa ogni settimana arrivano in media 270 feriti e 150 morti: con questi numeri è impossibile mantenere un sistema organizzativo che non sia destinato a collassare.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="has-large-font-size"><strong>Medici Senza Frontiere raccoglie donazioni per sostenere la popolazione di Gaza vittima della guerra. <a href="https://www.medicisenzafrontiere.it/landing/gaza/">A questo link</a> la campagna per contribuire </strong></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><strong>Da quel che leggiamo e vediamo, a Gaza c’è bisogno di tutto&#8230;</strong></p>



<p>A livello organizzativo negli ospedali manca qualsiasi cosa. E quel che c’è non è sufficiente a tamponare le ferite di questo massacro.&nbsp; Paradossalmente, c’è una cosa di cui avremmo tanto bisogno, al pari delle garze e dei medicinali. Nella clinica di MSF a Rafah, vicino la costa, quando si poteva, un nostro operatore portava i bambini in attesa di essere visitati, a giocare fuori. Può sembrare banale, ma queste sono le attività che hanno più impatto sui bimbi e sui ragazzi che hanno perso tutto. Il loro mondo è stato distrutto, molti di loro non hanno più i genitori e non vanno a scuola da mesi. Ecco, distrarli con qualsiasi tipo di attività ludica è prezioso quanto la somministrazione di un farmaco.</p>



<p><strong>Da settimane si parla di un imminente attacco a Rafah. Come vivono i palestinesi questa attesa?</strong></p>



<p>E’ il grande inganno di questa guerra. Non si può fuggire, ma ti fanno spostare, da Nord a Sud come è accaduto in questi mesi. Se ci fosse un attacco a Rafah sarebbe un disastro, e non solo perché lì ci sono un milione e mezzo di sfollati. Sarebbero spazzate via, o comunque rese inagibili, anche tutte le strutture umanitarie che nel frattempo sono sorte. Un’incursione a Rafah vorrebbe dire far spostare nuovamente i civili, ma stavolta in direzione Nord, dove non c’è più nulla se non le macerie. La cosa assurda è che nelle scorse settimane alcune persone hanno persino provato a ritornare in quelle terre dove prima c’erano le loro case. Gli è stato impedito a colpi di fucile. Da noi sono arrivati feriti da arma da fuoco a cui avevano sparato ad altezza uomo. L’esercito israeliano spara persino alle barche a remi. L’ho visto con i miei occhi, dalla finestra al terzo piano della casa in cui dormivo, che era a duecento metri dalla costa. Le navi israeliane sparavano a queste piccole imbarcazioni, con due persone a bordo, che erano in mare per pescare.&nbsp;</p>



<p><strong>Ci racconti una giornata a Rafah&#8230;</strong></p>



<p>Una cosa che mi sorprende ancora (<em>Roberto Scaini è in missione con MSF dal 2011, n.d.r.</em>) &#8211; è come la vita continui ad andare avanti, anche nelle zone di guerra. A Rafah, il primo obiettivo della giornata è svegliarsi e restare vivi. Dopodiché le persone lasciano il giaciglio dove hanno dormito, e iniziano a girare per strada, in cerca di qualcosa. Che sia cibo, acqua potabile, o qualche oggetto di fortuna. Delle volte sembra di essere in un mercato brulicante, dove vengono allestite delle bancarelle di cartone su cui vendere scarpe vecchie e impolverate, forse dello stesso numero, chissà. Può sembrare un’immagine pietistica, ma non lo è. E’ un grande meccanismo di resilienza.</p>



<p><strong>Voi curate i corpi spezzati, i feriti. Ma che ne è delle persone apparentemente sane?</strong></p>



<p>Da Gaza non si guarisce. Nessuno si salva veramente da quel che sta vivendo qui. Ricordo bene il rumore assordante delle bombe, ma soprattutto quel che viene subito dopo: il pianto dei bambini. L’effetto collaterale delle esplosioni, anche di quelle relativamente distanti, è il terrore negli occhi dei bambini. In un futuro prossimo qui vivranno solo persone mutilate: chi nel corpo, chi nell’anima.</p>
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