Le macerie che circondano Gaza fanno il paio con le macerie emotive di chi è sopravvissuto all’inferno. A Gaza, oggi, è il tempo delle testimonianze. Roberto Scaini, capo medico di Medici Senza Frontiere, lo sa bene. È nella Striscia da due mesi, per la seconda volta. C’era già stato nel 2024: i suoi occhi avevano visto l’inferno in terra. Da dicembre è tornato, si trova a Gaza City. I suoi occhi forse erano preparati. Le sue orecchie no.
Dopo due anni, le persone con cui lavora hanno bisogno di parlare, di raccontare. Hanno bisogno di testimoni per la loro storia: una storia fatta di morte e di sopravvivenza. A questo, Roberto non era preparato.

Roberto, ci siamo sentiti a maggio 2024. Dopo quasi due anni sei di nuovo a Gaza. Cosa è cambiato?
«È tutto diverso. I bombardamenti non sono finiti, ma non sono paragonabili alla ferocia scellerata che c’era prima del cessate il fuoco. E tuttavia le bombe sono solo un modo più rumoroso di uccidere. Non l’unico. Si muore di freddo. Si muore perché i corpi sono debilitati. E si muore per tutto ciò che, in condizioni di vita normali, sarebbe curabile. Si muore per tutto quello che non c’è più».
Com’è la situazione degli ingressi degli aiuti umanitari?
«Rispetto a prima entrano più aiuti, è vero. Ma non sono sufficienti, per un motivo molto semplice: se si creano deliberatamente bisogni talmente grandi, poi ciò che entra qui è — per ovvie ragioni — insufficiente. Alla popolazione è stato tolto tutto. I camion umanitari che entrano servono, ma non bastano. Senza considerare il fatto che una parte di ciò che entra è destinata al mercato, a un uso commerciale. Il sistema economico della Striscia di Gaza è stato distrutto. E non tutto quello che entra viene distribuito gratuitamente. Per questo tanti si inventano modi per racimolare un qualche guadagno: cercando tra le macerie qualcosa di rivendibile, raccogliendo plastica e spingendosi anche oltre i confini della cosiddetta zona sicura, che poi così sicura non è».
La cosiddetta “linea gialla”, invalicabile e presidiata dall’esercito israeliano…
«È un confine oltre il quale non ci si può spingere, delimitato per lo più da blocchi di cemento gialli. Blocchi che vengono mossi, spostati verso l’interno, per mangiare sempre più terreno ai palestinesi. C’è chi la attraversa per cercare qualcosa tra le macerie: spesso sono bambini. Sappiamo che in più occasioni sono stati colpiti dai soldati».
Come incide sul vostro lavoro il fatto che questa tregua sia solo parziale?
«Anche noi dobbiamo prendere delle precauzioni. Non possiamo spingerci a meno di 500 metri dalla linea gialla. Dobbiamo restare in una zona che definiamo “zona arancione”. Ma gli attacchi israeliani si sono verificati anche nella cosiddetta zona sicura. Siamo andati a fare una valutazione in un’area che rientra nei confini consentiti, ma la gente che vive lì ci ha messo in guardia: “La sera qui non è sicuro, perché continuano gli attacchi”. Gli attacchi non sono rari, tutt’altro. Si verificano quasi ogni giorno».
Secondo le stime disponibili, dal cessate il fuoco sono state uccise almeno 460 persone. Circa cento tra loro erano bambini.
«Sono i morti causati direttamente dalle bombe e dagli scontri a fuoco. Ma non contiamo mai chi muore per le conseguenze dirette della guerra. Chi muore di freddo o perché impossibilitato ad assumere un farmaco banale, come quello per il diabete, è morto a causa della guerra. Non per altri motivi».
Che effetto ti fa il silenzio mediatico? Non ci sono più le aperture dei telegiornali né le prime pagine per la Striscia di Gaza.
«Non è più “sexy”. Non c’è più il missile che abbatte il palazzo. I feriti che arrivavano a centinaia su barelle di fortuna avevano più appeal rispetto ai pazienti ricoperti di scabbia o a quelli che vivono ammassati in una scuola o in quel che ne rimane».
Ti capita mai di chiudere gli occhi e immaginare una Gaza diversa?
«Sì. Mi capita quando sono vicino al mare. Le macerie sono alle spalle, e questo aiuta a immaginare uno scenario diverso. I colori del mare sono sempre quelli. Non ci sono però i suoni della normalità: la vivacità del mercato, le voci dei bambini che giocano. C’è il ronzio assordante dei droni, che pazientemente e incessantemente sorvolano ogni metro quadrato della Striscia».
Dal punto di vista professionale, qual è la parte più difficile del tuo lavoro a Gaza?
«Potrebbe sembrare banale, ma qui è stato distrutto tutto. La difficoltà maggiore è allestire le nostre cliniche mobili. Dove le tiriamo su? Al freddo? In mezzo alla strada? Non ci sono abbastanza edifici in piedi — e liberi — per farlo. Si potrebbe pensare alle tende da campo. Ma se le tende non le fanno entrare?».
Qual è invece la parte più dura dal punto di vista umano?
«Accettare tutto questo».
E qui Roberto si commuove…
«Non è capitato: è stato voluto. Ed è stato consentito. Due responsabilità ben diverse, ma entrambe gravissime. È difficile perché ora, che indubbiamente si sopravvive — non si vive — un po’ di più rispetto a prima, quando ci si “rilassa” semplicemente perché non si viene più bombardati ventiquattr’ore su ventiquattro, emerge il bisogno di raccontare ciò che si è vissuto. Di riflettere. Capita che i membri locali del nostro staff sentano la necessità di parlare. Comunichiamo in inglese, ma non è un vero dialogo. Io ascolto, ma non so commentare le loro indicibili tragedie. Non so rispondere alle loro domande. “Che futuro avrà mio figlio?” È la domanda più ricorrente. Io mi guardo attorno, e quel futuro non lo vedo. E allora non rispondo. Mi limito ad ascoltare. Mi ripeto che forse sono qui anche per questo».
Cosa raccontano gli sguardi dei bambini di Gaza?
«La loro è un’infanzia distrutta. Ma dai loro occhi la voglia di vivere non la sradichi nemmeno con le bombe. Hanno bisogno di contatto. Vogliono giocare: hanno bisogno di giocare. Quando scendi dall’auto ti corrono incontro, ti salutano. Ti sorridono e ti chiedono qualsiasi cosa».
Roberto resta in silenzio per qualche secondo. Lo sguardo si fa più profondo. I suoi occhi raccontano il tormento di chi vorrebbe avere una soluzione per quei bambini che gli vanno incontro.
E, nel silenzio, il ronzio dei droni.
Riprende fiato, decide di condividere un’immagine, quasi un manifesto.
«Ero a Beit Lahia, una delle zone più remote in cui operiamo. I bambini — potrà far sorridere — mi hanno chiesto di organizzare un’attività con i clown. Ho detto sì. Sono bambini. A volte, il gioco cura più delle medicine».

