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	<title>Irving Kristol Archives - InsideOver</title>
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		<title>Lev Trotsky, il rivoluzionario che la Russia di Putin vorrebbe (ma non può) dimenticare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 09:28:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Sovietica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1798" height="1333" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Trotsky" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky.jpg 1798w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-300x222.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-1024x759.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-768x569.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-1536x1139.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-600x445.jpg 600w" sizes="(max-width: 1798px) 100vw, 1798px" /></p>
<p>La figura di Trotsky resta attuale perché le contraddizioni contro cui combatté continuano a produrre conseguenze. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/storia/lev-trotsky-il-rivoluzionario-che-la-russia-di-putin-vorrebbe-ma-non-puo-dimenticare.html">Lev Trotsky, il rivoluzionario che la Russia di Putin vorrebbe (ma non può) dimenticare</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1798" height="1333" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Trotsky" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky.jpg 1798w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-300x222.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-1024x759.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-768x569.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-1536x1139.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/Trotsky-600x445.jpg 600w" sizes="(max-width: 1798px) 100vw, 1798px" /></p>
<p>L’anniversario è passato da pochi giorni: il 21 agosto 1940 <strong>Lev Trotsky </strong>moriva a Città del Messico, assassinato da un agente sovietico. Sono trascorsi 86 anni, l’Urss è scomparsa e la Russia di Putin ha abbandonato il comunismo. Eppure Trotsky torna nel dibattito mentre le guerre di oggi riaprono conflitti sepolti: in Ucraina, dove eserciti e nazioni combattono anche per la propria memoria storica; in Medio Oriente, dove identità, territori e narrazioni del passato sono parte stessa dello scontro. <strong>La memoria non è dunque soltanto ciò che resta delle guerre: è spesso ciò per cui si combatte. </strong>E Trotsky ne è una delle figure più ingombranti</p>



<p>In Russia l`avversione non è soltanto nei libri di storia. Nel 2024 il patriarca <a href="https://it.insideover.com/schede/religioni/chi-e-kiril-il-patriarca-di-mosca.html" type="schede" id="346515">Kirill,</a> nella Lavra Aleksandr Nevskij di San Pietroburgo, indicava Trotsky come uno degli ispiratori della «terribile rivoluzione» che avrebbe tentato di cancellare la fede ortodossa e la tradizione russa. Lenin, secondo Kirill, avrebbe sviluppato soprattutto le sue idee: costruire una società senza classi, giusta e prospera, ma «senza Dio, senza la Chiesa». Subito dopo il patriarca raccontava la propria visita alla casa di Trotsky in Messico e <strong>contrapponeva al rivoluzionario morto in esilio la rinascita dell’Ortodossia </strong>e Vladimir Putin, definito il primo presidente autenticamente ortodosso della Russia.</p>



<p>Questa lettura di Trotsky come cospiratore contro la società, la fede e l’Impero trova una sorta di sintesi mistica nella serie russa <em>Trotsky</em>, prodotta nel 2017 e poi distribuita da Netflix: un concentrato di stereotipi antitrotskisti, con Trotsky trasformato in un criminale errante e una velata componente antisemita.</p>



<p>È difficile immaginare un contrasto più netto. Da una parte Trotsky, che voleva fare della rivoluzione russa soltanto l’inizio di una trasformazione mondiale. Dall’altra una Russia che, attraverso Putin e il patriarcato, racconta se stessa come il recupero di una continuità storica spezzata dalla rivoluzione: <strong>Stato, territorio, Chiesa, esercito, memoria e potenza.</strong></p>



<p>Trotsky era nato nel 1879 a Janovka da famiglia di religione ebraica, nell’allora governatorato di Cherson, nel territorio dell’odierna Ucraina. Era un uomo dell’Impero russo che sarebbe diventato uno dei protagonisti della rivoluzione destinata a distruggerlo. Ma non fu un nazionalista ucraino: <strong>il suo orizzonte era l’internazionalismo rivoluzionario.</strong></p>



<p>La teoria della rivoluzione permanente partiva da un presupposto: la Russia, arretrata e prevalentemente contadina, non poteva costruire isolatamente una società socialista compiuta. La rivoluzione doveva oltrepassare i confini russi e trovare nel proletariato internazionale la propria continuazione</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il punto decisivo dello scontro con Stalin</h2>



<p>Il «socialismo in un solo Paese» rappresentava una risposta opposta. Dopo la sconfitta delle speranze rivoluzionarie europee e il fallimento delle rivoluzioni in Germania, <strong>la priorità divenne consolidare lo Stato sovietico,</strong> industrializzarlo e trasformarlo in una grande potenza capace di sopravvivere in un ambiente ostile.</p>



<p>Trotsky vide correttamente la burocratizzazione e degenerazione della rivoluzione, ma non colse fino in fondo la trasformazione dello Stato sovietico. Stalin divenne la figura dominante di quella classe burocratica che trasformò la Russia da tappa della rivoluzione mondiale in una delle superpotenze del Novecento. Per Trotsky la Russia era il luogo da cui la rivoluzione doveva partire; <strong>per Stalin era sempre più il centro di una potenza imperiale russa in salsa sovietica.</strong></p>



<p>Ridurre lo stalinismo a uno zarismo «verniciato di rosso» sarebbe però storicamente insufficiente. Lo Stato sovietico fu una costruzione nuova, con un sistema economico, ideologico e sociale radicalmente diverso da quello zarista. Ma negli anni Trenta recuperò funzioni tipiche della grande potenza russa: centralizzazione, controllo dello spazio eurasiatico, subordinazione delle periferie, forza militare e primato dello Stato. Di fatto, <strong>la Russia divenne una potenza borghese a capitalismo di Stato:</strong> un’interpretazione anticipata da Amadeo Bordiga la cui analisi della natura dell’URSS si rivelò più efficace di quella di Trotsky.</p>



<p>Come testimoniano le recenti pubblicazioni di Prospettiva Marxista, che riprendono le analisi di Arturo Peregalli e dello storico britannico Gregor Benton, <strong>analoga dinamica avvenne in Cina dove i trotskisti vennero duramente repressi.</strong> Chen Duxiu, fondatore del Partito Comunista Cinese, fu espulso e poi perseguitato; Zheng Chaolin, più radicale, elaborò una critica allo stalinismo come capitalismo di Stato simile a Bordiga e restò in carcere per quasi trent’anni. Ancora oggi molte delle loro opere teoriche restano di difficile accesso, trattenute negli archivi o pubblicate solo in forma parziale e controllata.</p>



<p>Solo così si comprendono le grandi purghe staliniane: l’eliminazione della corrente rivoluzionaria in favore di un nuovo nazionalismo di Stato, di cui Putin è oggi, con un’altra ideologia, l’erede. <strong>Victor Serge </strong>prima e Arrigo Cervetto poi in Italia definirono questo processo come una reazione controrivoluzionaria, parallela alla repressione nazista, fascista, socialdemocratica e democratico-borghese.</p>



<p>Le critiche di Putin al passato sovietico colpiscono soprattutto Lenin e i bolscevichi della prima ora, accusati di aver posto le premesse della futura disgregazione dello Stato. Nel 2021, parlando della propria lettura dell’unità storica fra russi e ucraini, Putin definì una «bomba a orologeria» la struttura costituzionale sovietica, indicando soprattutto il diritto delle repubbliche a separarsi dall’Unione.</p>



<p>Il bersaglio è la generazione bolscevica che, distruggendo l’Impero zarista, costruì una nuova architettura territoriale destinata in parte a sopravvivere fino al 1991. <strong>Nella lettura putiniana, l’URSS era formalmente una federazione ma sostanzialmente uno Stato centralizzato;</strong> quando il Partito comunista perse la capacità di tenere insieme il sistema, le repubbliche poterono utilizzare quelle strutture per trasformare la dissoluzione dell’URSS in una serie di indipendenze nazionali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">E l’Ucraina è il caso più importante</h2>



<p>Putin ha più volte sostenuto che la moderna Ucraina sia stata in larga misura una costruzione bolscevica, criticando soprattutto le decisioni di Lenin sull’assetto dello Stato. La polemica contemporanea sull’Ucraina diventa così anche una polemica sulla rivoluzione. È anche per questo che Trotsky resta oggi un bersaglio degli intellettuali europei vicini a Mosca.</p>



<p><strong>La biografia di Trotsky lo rende però nemico anche nella pedagogia nazionale di Kiev:</strong> nato nell’attuale Ucraina, internazionalista e tra i più odiati rivoluzionari dai nemici del bolscevismo, combatté ogni nazionalismo, compreso quello ucraino emergente di <strong>Simon Petliura</strong> e quello piccolo-borghese dei contadini benestanti.</p>



<p>E qui entra Makhno. Il movimento anarchico contadino del Sud-Est rappresentò un’altra traiettoria della rivoluzione ucraina. <strong>Trotsky, dirigente dell’Armata Rossa, ne sostenne la repressione:</strong> la rivoluzione doveva cancellare tanto il nazionalismo di Petliura quanto le aspirazioni delle classi rurali proprietarie, imponendo il potere dell’avanguardia operaia guidata dai soviet.</p>



<p>Dinamica analoga per la guerra polacco-sovietica del 1919-1921, uno dei momenti in cui il progetto bolscevico entrò direttamente in collisione con uno Stato nazionale europeo. Trotsky era alla guida del Consiglio militare rivoluzionario dell’Armata Rossa; <strong>Michail Tuchačevskij </strong>comandava il fronte occidentale durante l’offensiva del 1920. La sconfitta davanti a Varsavia fu una battuta d’arresto decisiva per l’idea di portare la rivoluzione oltre i confini russi.</p>



<p>Oggi quella guerra è letta attraverso memorie opposte. Per la Polonia fu la difesa dell’indipendenza contro la Russia bolscevica; nella memoria russa, l’invasione polacca, preceduta dall’intervento delle truppe alleate a sostegno dei Bianchi, fu un’aggressione alla Russia, resa possibile anche dalla rivoluzione, che aveva esposto il territorio dell’ex Impero all’intervento straniero.</p>



<p>Anche sul sionismo la sua posizione fu nettamente ostile. <strong>Trotsky rifiutò il nazionalismo ebraico e difese una prospettiva universalista e di classe. </strong>Negli anni Trenta, di fronte all’antisemitismo nazista e sovietico, modificò le proprie posizioni sull’assimilazione, senza però aderire al progetto sionista della Palestina. Storici israeliani sionisti come Joseph Nedava e Robert S. Wistrich hanno analizzato criticamente questo universalismo e il suo distacco dall’identità ebraica. È in questo contesto che torna il celebre aneddoto attribuito al rabbino capo di Mosca Jacob Maze: «I Trotsky fanno le rivoluzioni e i Bronstein ne pagano il conto».</p>



<p>Trotsky non era nazionalista russo, ucraino o sionista: era, fino alla fine, un rivoluzionario internazionalista</p>



<p><strong>Per Stalin era il principale rappresentante dell’opposizione rivoluzionaria alla burocrazia sovietica. </strong>Per i conservatori occidentali, uno degli uomini che avevano contribuito alla distruzione dell’ordine russo e alla nascita del bolscevismo.</p>



<p><strong>Winston Churchill</strong>, che durante la guerra civile russa aveva sostenuto l’intervento contro i bolscevichi e detestava profondamente Trotsky, apparteneva a quel mondo politico che vedeva nella rivoluzione una minaccia strategica e ideologica. Churchill attaccò duramente Lenin e il bolscevismo; Trotsky gli rispose nel 1929 contestandone la difesa dell’ordine imperiale britannico. Ma l’odio per Trotsky sopravvisse alla sua caduta, anche per il timore che una nuova guerra mondiale potesse riaccendere la rivoluzione internazionale: nel 1937 Churchill lo definì, parlando con l’ambasciatore sovietico Ivan Maisky, «un diavolo perfetto», «una forza distruttiva, non creativa», dichiarando: «Sono interamente con Stalin».</p>



<p>Il trotskismo sopravvisse come galassia internazionale frammentata e minoritaria, perseguitata tanto dai regimi comunisti quanto dalle dittature anticomuniste. Ma una parte di quella tradizione sarebbe approdata in luoghi imprevedibili.</p>



<p>La genealogia fra trotskismo e neoconservatorismo americano viene spesso caricata di semplificazioni: i neoconservatori non furono semplicemente «trotskisti diventati di destra». Esiste però una storia documentata di uomini e correnti provenienti dall’ambiente trotskista o vicino ad esso che approdarono all’anticomunismo e poi al conservatorismo americano.</p>



<p>Max Shachtman è una figura centrale di questo percorso. <strong>Irving Kristol </strong>ebbe una breve fase trotskista e divenne poi uno dei padri del neoconservatorismo.</p>



<p>Se lo stalinismo saccheggiò il leninismo per mascherare con la retorica rivoluzionaria una politica di potenza sovietica, stravolgendone il messaggio, qualcosa di analogo fecero i neoconservatori con Trotsky: trasformarono la «rivoluzione permanente» in una sorta di diffusione permanente, anche militare, dei valori americani nel mondo, dall’Iraq e dall’Afghanistan fino all’Ucraina.</p>



<p>L’internazionalismo rivoluzionario poteva così trasformarsi in un internazionalismo democratico fondato sulla potenza americana. Non una continuità ideologica, ma una metamorfosi.</p>



<p>È nella geopolitica di <strong>Aleksandr Dugin</strong> che Trotsky viene trasformato nel paradigma di un nemico storico della Russia. Nei suoi testi e interventi, Dugin presenta il trotskismo come incarnazione dell’atlanticismo, del cosmopolitismo e della «rivoluzione permanente»: una forza distruttiva e anti-russa, contrapposta a Stalin, che nella sua lettura rappresenta invece la stabilizzazione eurasiatica e nazionale dello Stato sovietico.</p>



<p>Ma il punto più interessante è la genealogia che Dugin costruisce: i trotskisti che abbandonarono la rivoluzione non avrebbero rinnegato davvero il suo universalismo, ma lo avrebbero trasferito su un nuovo terreno. Dal trotskismo internazionale sarebbe così emerso, attraverso una radicale metamorfosi, il trotskismo atlantico: antirusso, anti-identitario e globalista, fino a incontrare il liberalismo e il neoconservatorismo americano. La «rivoluzione permanente» diventerebbe allora una sorta di diffusione permanente dei valori occidentali attraverso la potenza americana.</p>



<p>È una lettura polemica e geopolitica, non una genealogia ideologica lineare. Ma consente a Dugin di trasformare Trotsky nel simbolo di tutto ciò che l’eurasiatismo considera il proprio opposto: l’abbattimento delle identità storiche, dei confini e della sovranità degli Stati in nome di un progetto universale. L’immagine del «demone della rivoluzione», diffusa nella cultura russa post-sovietica, si sovrappone così alla sua rappresentazione di Trotsky come forza atlantista e distruttiva.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il problema degli eredi politici</h2>



<p>Dopo la Seconda guerra mondiale il movimento trotskista non riuscì a trasformare la teoria della rivoluzione permanente in una strategia di analisi capace di competere con stalinismo, socialdemocrazia e movimenti nazionali. Le divisioni furono continue.</p>



<p><strong>La lettera del 1951 di Natalia Sedova, vedova di Trotsky, alla Quarta Internazionale</strong> testimonia la profondità della crisi. Sedova accusò l’organizzazione di non aver corretto i propri «errori» e di continuare a considerare l’URSS stalinista uno Stato operaio. Per lei lo stalinismo era diventato il principale nemico del socialismo.</p>



<p>E oggi gli eredi diretti del trotskismo si trovano spesso su posizioni opposte proprio sulla questione nazionale. C’è chi interpreta l’Ucraina come una nazione aggredita da difendere, arrivando a evocare la Comune di Parigi come analogia di una comunità pronta a diventare rivoluzionaria. E c’è chi considera la Russia un Paese non imperialista, pur condannando Putin e leggendo la guerra soprattutto attraverso la categoria dell’imperialismo occidentale.</p>



<p><strong>Una dinamica simile si ritrova in Palestina,</strong> dove parte della sinistra radicale ha applicato alla lotta anti-israeliana categorie leniniste e trotskiste come liberazione nazionale, anticolonialismo e rivoluzione permanente, nate per un contesto storico ormai profondamente mutato.</p>



<p>In entrambi i casi emerge la difficoltà di utilizzare Trotsky per una geopolitica diversa da quella in cui elaborò le proprie categorie. È una critica che arriva anche dall’interno della stessa tradizione marxista, da storici e militanti dell’area di Lotta Comunista e Prospettiva Marxista, come Giacomo Cavicchioli e Marcello Ingrao: gli eredi di Trotsky hanno spesso perseguito i suoi errori più delle sue intuizioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il filo torna al presente</h2>



<p>Per Putin, Trotsky appartiene alla rivoluzione che spezzò la storia russa. Per Kirill è il simbolo di una rivoluzione che tentò di cancellare la continuità spirituale della Russia, concepita come Terza Roma dopo la caduta di Costantinopoli. <strong>Nel discorso patriarcale del 2024, Trotsky viene così contrapposto a Putin e alla difesa della «Santa Rus’».</strong></p>



<p>La Russia contemporanea seleziona dell’eredità sovietica ciò che può alimentare una nuova narrazione di potenza: celebra la vittoria sul nazismo e l’industrializzazione, mentre demonizza l’internazionalismo rivoluzionario e il progetto di abbattere l’ordine statale. Tanto è il timore del 1917 che <strong>Gennadij Zjuganov</strong>, leader comunista, evoca il rischio di un nuovo crollo economico. Un comunista che teme la rivoluzione: ironico, ma emblematico.</p>



<p>Trotsky diventa così il perfetto opposto della Russia putiniana: il rivoluzionario senza patria contro lo Stato che rivendica di essere impero; l’internazionalista contro la sovranità; l’uomo che voleva portare la rivoluzione oltre la Russia contro una Russia che oggi rivendica il proprio spazio geopolitico.</p>



<p>La sua figura torna così, con segno opposto, nelle due grandi guerre di memoria del presente. In Ucraina, dove si confrontano l’eredità dell’Impero russo, quella sovietica e la costruzione della nazione ucraina; in Medio Oriente, dove israeliani e palestinesi contrappongono due narrazioni nazionali, due memorie storiche e due rivendicazioni territoriali.</p>



<p>Ottantasei anni dopo la sua morte, Trotsky resta attuale perché le contraddizioni contro cui combatté continuano a produrre conseguenze.</p>



<p>E forse basta ricordare una frase del surrealismo francese a lui vicino, nel 1938, alla vigilia della guerra: <strong>«Ni de votre guerre, ni de votre paix».</strong></p>



<p>Né la vostra guerra, né la vostra pace.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/storia/lev-trotsky-il-rivoluzionario-che-la-russia-di-putin-vorrebbe-ma-non-puo-dimenticare.html">Lev Trotsky, il rivoluzionario che la Russia di Putin vorrebbe (ma non può) dimenticare</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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