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	<title>Alessandro giuli Archives - InsideOver</title>
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	<title>Alessandro giuli Archives - InsideOver</title>
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		<title>Tagli al cinema: La falce di Giorgetti affossa l’italianità</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/tagli-al-cinema-la-falce-di-giorgetti-affossa-litalianita.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Nov 2025 05:45:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/giorgetti.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="cinema" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/giorgetti.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/giorgetti-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/giorgetti-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/giorgetti-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Con la legge di bilancio per il cinema italiani si apre una stagione di drastici tagli. e di quel che resta beneficeranno soprattutto...</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/tagli-al-cinema-la-falce-di-giorgetti-affossa-litalianita.html">Tagli al cinema: La falce di Giorgetti affossa l’italianità</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/giorgetti.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="cinema" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/giorgetti.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/giorgetti-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/giorgetti-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/giorgetti-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>E puntuale arrivò la legge di bilancio, a incasinare il già agitatissimo e boccheggiante cinema italiano. La falce del <a href="https://it.insideover.com/economia/austerita-italia-prima-in-europa-per-tagli-alla-spesa-pubblica.html">ministro del Tesoro, il leghista <strong>Giancarlo Giorgetti</strong></a>, si è abbattuta sui <strong>696 milioni di euro previsti attualmente</strong>, già decurtati di <strong>156 milioni per il 2025 per arrivare</strong>, via via nei prossimi anni, almeno stando alle cifre circolate, a un segno meno di oltre 400 milioni nel 2028.</p>



<p>“Tagli devastanti”, secondo Anica, Apa, Cna e altre associazioni di settore. Un vero incubo, per il titolare del ministero della Cultura <strong>Alessandro Giuli</strong>. Questa settimana, fra l’altro, bersaglio dello scoop di Repubblica, che ha pubblicato una mail del suo dicastero inviata agli uffici di Giorgetti in cui si dava appunto conto della maxi-sforbiciata. Ricostruzione faziosa o no, <strong>la riduzione dei finanziamenti è un fatto.</strong> Tanto che Giuli ha cercato di correre ai ripari con un decreto urgente, annunciato pubblicamente in questi giorni, per mettere sul piatto 100 milioni da “fondi inutilizzati”.</p>



<p>Peccato però che <strong>la Ragioneria Generale dello Stato lo abbia stoppato subito</strong>, perché quei fondi sono in realtà stanziati ma non assegnati e, in base alle nuove norme del Patto di Stabilità europeo, non travasabili. La mossa di farli passare come risorse fresche, sostanzialmente una partita di giro contabile, sarebbe stata possibile solo con una deroga da presentare entro il limite fissato per i documenti di finanza pubblica, cioè entro ottobre. Troppo tardi, ormai.</p>



<p>Il comparto rischia la paralisi. <strong>Il cinema nostrano non è infatti in grado di reggersi senza quelli che tecnicamente corrispondono ad aiuti di Stato</strong>, perché i costi di produzione sono schizzati in alto a fronte di un mercato che, specialmente con il sopravvento delle serie pullulanti nelle grandi piattaforme web, si è allargato su scala globale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ai tempi di Franceschini&#8230;</h2>



<p>A complicare il quadro, poi, si è aggiunto l’effetto-bolla di cui hanno beneficiato i piccoli e medi produttori italiani dal 2017 al 2024, nel periodo di vacche grasse della riforma Franceschini. Otto anni fa, l’allora ministro piddino <strong>Dario Franceschini </strong>(noto anche per il clamoroso flop della “Netflix della cultura”) aveva stabilito un credito d’imposta (tax credit) con due aliquote: 40% per i produttori medio-piccoli, 25% per i grandi. Per i giovani autori, una manna dal cielo.</p>



<p><strong>Specialmente dopo il 2021, quando il deserto al botteghino causa Covid ha indotto a semplificare l’erogazione</strong>. Con una logica semplice: più costa il film, più si alza il finanziamento pubblico. Risultato: il boom. Il problema è che, continuando così, il rischio di far scattare la cosiddetta clausola di salvaguardia finanziaria era dietro l’angolo. Stando ai calcoli di IsICult, nell’arco temporale fra il 2017 e il 2024 la direzione Cinema e Audiovisivo del ministero avrebbe fatto circolare 2,1 miliardi di euro, di cui quasi la metà per fiction tv. Con prevedibile contorno di maligne polemiche su <strong>opere costate, poniamo, 700 mila euro che poi al botteghino hanno venduto la miseria di 29 biglietti in tutto</strong>. Buchi nell’acqua che hanno rinfocolato la sete di rivincita della destra oggi al potere contro l’egemonia di sinistra che, fra amichettismi e camarille varie, nella cultura &#8211; settima arte compresa – innegabilmente c’è. Anche se risulta difficile pensare di scalfire con metodi ragionieristici, se non si hanno altrettanti cineasti, sceneggiatori e artisti di “area” da contrapporvi (i quali, presumibilmente, non si comporterebbero in modo diverso).</p>



<p>Sia come sia, la<strong> pacchia franceschiniana finisce il 10 luglio 2024, con il decreto emanato dal predecessore di Giuli, Gennaro Sangiuliano, e dal vero uomo forte al ministero, la leghista Lucia Bergonzoni</strong>, sottosegretaria già nel Conte 1, ritornata in carica con il governo Draghi, e riconfermata nel 2022 dalla Meloni. La riforma Sangiuliano-Bergonzoni demolisce l’impianto precedente, suddividendo l’accesso al credito fiscale in tre scaglioni (sopra i 3,5 milioni, fra 1,5 e 3,5 milioni, e sotto 1,5 milioni) e prevedendo tutta una serie di misure penalizzanti per la bassa fascia produttiva. In sintesi, il produttore al momento della richiesta deve disporre del 40% di capitali privati, deve già avere obbligatoriamente in mano un contratto con le 20 società di distribuzione, di cui è alla mercé per poter assicurare un numero minimo di proiezioni, e deve sottostare a un tetto per i compensi a registi, attori e autori. </p>



<p>In pratica, una drastica tagliola per chi, non riuscendo ad anticipare sull’unghia 6-700 mila euro considerati la cifra minima per una pellicola decente, non ha santi in paradiso. <strong>Vale a dire esordienti e produttori indipendenti.</strong> Minacciando a cascata l’occupazione dell’intera categoria, una galassia da quasi 200 mila posti di lavoro, fra diretti e indotto, e 9 mila aziende, soprattutto medie e piccole, che nel 2023 avevano festeggiato il primato in Europa per lungometraggi (402, documentari inclusi).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un favore ai colossi</h2>



<p>A trarne un oggettivo vantaggio sono, naturalmente, i colossi privati del settore. Quasi tutti compartecipati da multinazionali straniere, si tratta di potenze economiche che sul budget non soffrono di certo di patemi d’animo. Non casualmente, ad esempio, l’amministratore delegato di Medusa Film, <strong>Giampaolo Letta</strong>, in un’intervista su La Verità del 21 settembre 2024 definiva la riforma di centrodestra “buona” perché non intaccava l’automatismo (“più si basa su strumenti automatici, più un sistema è aderente al mercato”). Anche se, aggiungeva, alcune misure potevano essere “migliorate dai decreti direttoriali”. Come il limite al credito d’imposta per major non europee, di ben 5 (cinque…) milioni all’anno.</p>



<p>I decreti direttoriali si sono poi materializzati, il 26 giugno e il 31 ottobre di quest’anno, ma sono stati subissati, prima e dopo, da una raffica di ricorsi al Tar. In sostanza, per mettere fine a una spesa pubblica andata fuori controllo e con motivazioni politiche comprensibili, benché un po’ pelose, si è finito con il togliere l’ossigeno a chi ha idee ma non i mezzi per raggiungere gli schermi. Ci si piega alla logica di mercato, che coerentemente con sé stessa favorisce gli oligopoli e i soggetti più forti. Ma <strong>concepire il cinema esclusivamente in termini di fatturato </strong>significa negarne il valore che gli è proprio: essere un’arte, non un genere di solo consumo.</p>



<p>E in tutto ciò, difatti, <strong>a farne le spese è il criterio culturale dell’italianità, a parole tanto difesa da Sangiuliano prima</strong> (“privilegiare personaggi, avvenimenti e luoghi rappresentativi dell’identità nazionale”) e da Giuli poi (“c’è bisogno di dare un segno identitario”, proclamava a dicembre ad Atreju, festa giovanile di Fratelli d’Italia). Tanto per capirci: prima del 2017, la maggior parte delle fiction della Rai era delocalizzata in Spagna, Romania, Croazia ecc. Con il credito fiscale, la produzione è tornata nel Belpaese. </p>



<p>E Giuli ora si premura perfino di sottolineare che aveva proposto di mantenere lo “splafonamento” almeno per quello “internazionale”, ossia per le co-produzioni su suolo patrio di film esteri. Morale: <strong>segando pesantemente il tax credit</strong>, e senza un salvagente per l’underground i cui prodotti, belli o brutti, quanto meno non inseguono l’immaginario commerciale globalizzato, si butta via il bambino con l’acqua sporca.<br></p>
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		<title>Giù la maschera, giù il sipario: così la Rai silenzia le voci scomode su Gaza e Ucraina</title>
		<link>https://it.insideover.com/media-e-potere/giu-la-maschera-giu-il-sipario-cosi-la-rai-silenzia-le-voci-scomode-su-gaza-e-ucraina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 13:45:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Media e Potere]]></category>
		<category><![CDATA[Rai]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_2025083011411445_84406b4247326bc2cf2d0e7d564c4cf2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_2025083011411445_84406b4247326bc2cf2d0e7d564c4cf2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_2025083011411445_84406b4247326bc2cf2d0e7d564c4cf2-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_2025083011411445_84406b4247326bc2cf2d0e7d564c4cf2-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_2025083011411445_84406b4247326bc2cf2d0e7d564c4cf2-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_2025083011411445_84406b4247326bc2cf2d0e7d564c4cf2-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_2025083011411445_84406b4247326bc2cf2d0e7d564c4cf2-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Rai di centro-destra silenzia le voci scomode: ecco cosa c'è dietro la cancellazione del programma di Marcello Foa. E non solo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/media-e-potere/giu-la-maschera-giu-il-sipario-cosi-la-rai-silenzia-le-voci-scomode-su-gaza-e-ucraina.html">Giù la maschera, giù il sipario: così la Rai silenzia le voci scomode su Gaza e Ucraina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Un fulmine a ciel non proprio sereno, l’improvvisa cancellazione di “Giù la maschera”. <a href="https://it.insideover.com/media-e-potere/giu-la-maschera-fine-di-un-programma-troppo-libero-per-la-rai-intervista-a-marcello-foa.html">Il talk di Rai Radio 1 condotto da Marcello Foa è stato cancellato dal palinsesto</a>, e senza nemmeno comunicarlo al diretto interessato, perché stonava un po’ troppo, rispetto al cambio di direzione del canale da Francesco Pionati (antico democristiano da anni in quota Lega) a <strong>Nicola Rao</strong>, vicino a Fratelli d’Italia. Nella rivalità interna al centrodestra per accaparrarsi posizioni di controllo in Rai, il partito di <strong>Giorgia Meloni</strong> segue uno spartito molto più attento a non far vibrare certe corde sensibili. E il filo mortale che è stato più volte toccato, dall’apertura di Foa a punti di vista eterodossi, è stato indubbiamente quello degli esteri. Leggi: <strong>guerre in Ucraina e a Gaza</strong>. </p>



<p>Soprattutto, presumibilmente, quest’ultima. Al di là dello sgarbo nei modi verso un ex presidente dell’azienda, la decisione rappresenta un <strong>chiarissimo segnale che in TeleMeloni non si tollerano spazi in cui possano convivere</strong>, giusto per fare i nomi di qualche ospite chiamato da Foa, l’ultra-atlantista Natalie Tocci e il ben più disallineato direttore di Limes Lucio Caracciolo, la filo-israeliana Fiamma Nirenstein e Francesca Albanese bestia nera di Israele, per non parlare di analisti evidentemente troppo indipendenti come Gianandrea Gaiani o Giacomo Gabellini.</p>



<p>Come sanno soprattutto reportagisti e inchiestisti che lavorano per viale Mazzini, ogni trasmissione che <strong>si occupa di temi geopoliticamente sensibili, questione palestinese in testa, è sotto costante osservazione</strong>. Non tanto e non solo dalle strutture Rai, a cominciare dalla direzione Approfondimenti guidata da Paolo Corsini, ma delle stesse ambasciate di Stati che gradiscono molto poco la pluralità di voci, specie se critiche. Ogni riferimento a Israele, notoriamente incline a tacciare di antisemitismo qualunque deviazione dal racconto ufficiale del governo Netanyahu, non è casuale. Non appena esce un servizio sgradito, lettere e telefonate di protesta non sono certo inusuali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Non è di destra, è vecchia</h2>



<p>Con i due anni che oggi separano la Meloni dalle prossime elezioni politiche, Fratelli d’Italia ha tutto l’interesse a “ripulire gli angolini” da ogni tribuna distonica. A riprova del passo accelerato è la freschissima notizia data dal Foglio di un imminente cambio della guardia al Tg1, con <strong>Gian Marco Chiocci</strong> che lascerebbe il posto di direttore per essere elevato al ruolo di portavoce della premier. Ma in generale la Presidente del Consiglio vuole dare una stretta, sia per togliere il più possibile terreno sotto i piedi ai molesti alleati della Lega, sia per neutralizzare a priori qualsiasi potenziale fonte di incidenti. Specialmente se con Paesi, come <strong>Israele</strong> e <strong>Stati Uniti</strong>, con i quali non può permettersi sgarri che, dalla visuale di Palazzo Chigi, risulterebbero del tutto gratuiti. Ed è evidente che il giornalismo alla Foa, che pecca in pericolosa trasversalità (non per nulla un collaboratore fisso, oltre alla sondaggista Barbara Ghisleri e alla firma di Verità e Panorama Giorgio Gandola, era anche Peter Gomez, direttore del Fattoquotidiano.it) non poteva più rientrare nel quadro di una dura e pura melonizzazione.</p>



<p>La vera cenerentola, in tutto questo, resta la qualità. <strong>Tecnica, editoriale, giornalistica</strong>. Negli ultimi anni, i tentativi in Rai di contrapporre ai talk show marcati a sinistra dei talk di orientamento opposto si sono risolti in una sfilza di flop. Avanti popolo! di Nunzia Di Girolamo chiuso, L’Altra Italia di Antonino Monteleone chiuso, e per la verità già sotto governo gialloverde esperimenti in questo senso, come Povera Patria a cui partecipava l’attuale ministro della cultura Alessandro Giuli, avevano fatto capire che gli ascolti non premiano la tv di destra. </p>



<p>Ma non perché di destra: perché vecchia, fondata ancora sul format primigenio by Santoro, che evidentemente non piace al pubblico a casa che vota Meloni, Salvini &amp; C. L’unico colpo messo a segno dall’attuale Rai è stato il recupero di <strong>Massimo Giletti</strong>, il quale comunque fa quel che è abituato a fare, e cioè il Giletti. Per il resto, nonostante querele e sollevazioni, <em>Report</em> macina audience ed è arduo toglierla di mezzo, mentre <em>Presa Diretta</em> di <strong>Riccardo Iacona</strong> compie un lavoro di scavo con taglio sociologico che impensierisce già meno i guardiani del melonianamente corretto. I quali semmai concentrano le mire sui programmi diurni, il cosiddetto daytime, come Agorà.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un&#8217;altra infornata</h2>



<p>Farà discutere anche l’accordo, già siglato, fra viale Mazzini e i sindacati (il tradizionale Usigrai e il più recente Unirai, la sinistra e la destra interne del personale aziendale) che avrà come effetto <strong>spostare giornalisti dagli approfondimenti ai tg regionali, liberando un’ottantina di posti da arruolare a partita Iva</strong>. Le malelingue prevedono <strong>un’infornata di nuovi professionisti d’area, naturalmente di centrodestra</strong> (magari con qualche quota al centrosinistra, non proprio vivace nell’azzannare alle caviglie, su mamma Rai, la maggioranza). </p>



<p>Perché la vera tara di fondo di TeleMeloni, finora, <strong>non è la lottizzazione, operata né più né meno dei predecessori e perfino senza una particolare asprezza: è la scarsità di risorse professionali</strong>. Detta semplicemente: non ci sono professionalità all’altezza, sul piano strettamente radiotelevisivo. Per ragioni storiche, senz’altro. Ragioni che spiegano forse un’eccessiva predilezione nel guardare alla quantità di caselle da occupare, più che alla bravura e padronanza di linguaggi da dimostrare. Qualità: che vi sia ciascun lo dice, dove sia, a TeleMeloni, nessun lo sa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/media-e-potere/giu-la-maschera-giu-il-sipario-cosi-la-rai-silenzia-le-voci-scomode-su-gaza-e-ucraina.html">Giù la maschera, giù il sipario: così la Rai silenzia le voci scomode su Gaza e Ucraina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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