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Un fulmine a ciel non proprio sereno, l’improvvisa cancellazione di “Giù la maschera”. Il talk di Rai Radio 1 condotto da Marcello Foa è stato cancellato dal palinsesto, e senza nemmeno comunicarlo al diretto interessato, perché stonava un po’ troppo, rispetto al cambio di direzione del canale da Francesco Pionati (antico democristiano da anni in quota Lega) a Nicola Rao, vicino a Fratelli d’Italia. Nella rivalità interna al centrodestra per accaparrarsi posizioni di controllo in Rai, il partito di Giorgia Meloni segue uno spartito molto più attento a non far vibrare certe corde sensibili. E il filo mortale che è stato più volte toccato, dall’apertura di Foa a punti di vista eterodossi, è stato indubbiamente quello degli esteri. Leggi: guerre in Ucraina e a Gaza.

Soprattutto, presumibilmente, quest’ultima. Al di là dello sgarbo nei modi verso un ex presidente dell’azienda, la decisione rappresenta un chiarissimo segnale che in TeleMeloni non si tollerano spazi in cui possano convivere, giusto per fare i nomi di qualche ospite chiamato da Foa, l’ultra-atlantista Natalie Tocci e il ben più disallineato direttore di Limes Lucio Caracciolo, la filo-israeliana Fiamma Nirenstein e Francesca Albanese bestia nera di Israele, per non parlare di analisti evidentemente troppo indipendenti come Gianandrea Gaiani o Giacomo Gabellini.

Come sanno soprattutto reportagisti e inchiestisti che lavorano per viale Mazzini, ogni trasmissione che si occupa di temi geopoliticamente sensibili, questione palestinese in testa, è sotto costante osservazione. Non tanto e non solo dalle strutture Rai, a cominciare dalla direzione Approfondimenti guidata da Paolo Corsini, ma delle stesse ambasciate di Stati che gradiscono molto poco la pluralità di voci, specie se critiche. Ogni riferimento a Israele, notoriamente incline a tacciare di antisemitismo qualunque deviazione dal racconto ufficiale del governo Netanyahu, non è casuale. Non appena esce un servizio sgradito, lettere e telefonate di protesta non sono certo inusuali.

Non è di destra, è vecchia

Con i due anni che oggi separano la Meloni dalle prossime elezioni politiche, Fratelli d’Italia ha tutto l’interesse a “ripulire gli angolini” da ogni tribuna distonica. A riprova del passo accelerato è la freschissima notizia data dal Foglio di un imminente cambio della guardia al Tg1, con Gian Marco Chiocci che lascerebbe il posto di direttore per essere elevato al ruolo di portavoce della premier. Ma in generale la Presidente del Consiglio vuole dare una stretta, sia per togliere il più possibile terreno sotto i piedi ai molesti alleati della Lega, sia per neutralizzare a priori qualsiasi potenziale fonte di incidenti. Specialmente se con Paesi, come Israele e Stati Uniti, con i quali non può permettersi sgarri che, dalla visuale di Palazzo Chigi, risulterebbero del tutto gratuiti. Ed è evidente che il giornalismo alla Foa, che pecca in pericolosa trasversalità (non per nulla un collaboratore fisso, oltre alla sondaggista Barbara Ghisleri e alla firma di Verità e Panorama Giorgio Gandola, era anche Peter Gomez, direttore del Fattoquotidiano.it) non poteva più rientrare nel quadro di una dura e pura melonizzazione.

La vera cenerentola, in tutto questo, resta la qualità. Tecnica, editoriale, giornalistica. Negli ultimi anni, i tentativi in Rai di contrapporre ai talk show marcati a sinistra dei talk di orientamento opposto si sono risolti in una sfilza di flop. Avanti popolo! di Nunzia Di Girolamo chiuso, L’Altra Italia di Antonino Monteleone chiuso, e per la verità già sotto governo gialloverde esperimenti in questo senso, come Povera Patria a cui partecipava l’attuale ministro della cultura Alessandro Giuli, avevano fatto capire che gli ascolti non premiano la tv di destra.

Ma non perché di destra: perché vecchia, fondata ancora sul format primigenio by Santoro, che evidentemente non piace al pubblico a casa che vota Meloni, Salvini & C. L’unico colpo messo a segno dall’attuale Rai è stato il recupero di Massimo Giletti, il quale comunque fa quel che è abituato a fare, e cioè il Giletti. Per il resto, nonostante querele e sollevazioni, Report macina audience ed è arduo toglierla di mezzo, mentre Presa Diretta di Riccardo Iacona compie un lavoro di scavo con taglio sociologico che impensierisce già meno i guardiani del melonianamente corretto. I quali semmai concentrano le mire sui programmi diurni, il cosiddetto daytime, come Agorà.

Un’altra infornata

Farà discutere anche l’accordo, già siglato, fra viale Mazzini e i sindacati (il tradizionale Usigrai e il più recente Unirai, la sinistra e la destra interne del personale aziendale) che avrà come effetto spostare giornalisti dagli approfondimenti ai tg regionali, liberando un’ottantina di posti da arruolare a partita Iva. Le malelingue prevedono un’infornata di nuovi professionisti d’area, naturalmente di centrodestra (magari con qualche quota al centrosinistra, non proprio vivace nell’azzannare alle caviglie, su mamma Rai, la maggioranza).

Perché la vera tara di fondo di TeleMeloni, finora, non è la lottizzazione, operata né più né meno dei predecessori e perfino senza una particolare asprezza: è la scarsità di risorse professionali. Detta semplicemente: non ci sono professionalità all’altezza, sul piano strettamente radiotelevisivo. Per ragioni storiche, senz’altro. Ragioni che spiegano forse un’eccessiva predilezione nel guardare alla quantità di caselle da occupare, più che alla bravura e padronanza di linguaggi da dimostrare. Qualità: che vi sia ciascun lo dice, dove sia, a TeleMeloni, nessun lo sa.

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