Julian Assange, dopo circa quattordici anni di privazione della libertà, compreso il periodo di asilo presso l’ambasciata ecuadoriana di Londra, è tornato a far sentire la sua voce, per la prima volta da quel fatidico 25 giugno.
Lo ha fatto a Strasburgo, il primo ottobre scorso, nel corso di un’audizione dinnanzi alla Commissione affari giuridici e diritti umani dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, che riunisce deputati e senatori dei 46 stati che fanno parte dell’organizzazione.
L’occasione è stata la presentazione di un rapporto elaborato dalla Commissione, e successivamente votato dal plenum dell’Assemblea, incentrato sulla sua vicenda, in stretta connessione con le tematiche dei diritti umani e della libertà di stampa.
Uno dei passaggi più interessanti del suo intervento è quello nel quale il fondatore di Wikileaks definisce di se stesso un uomo non completamente libero, visto che ha ottenuto la scarcerazione solamente dopo essersi dichiarato “colpevole di giornalismo”; Assange ha voluto ribadire quel che tutti sappiamo, vale a dire di essersi limitato a ricevere e pubblicare informazioni ricevute dalla sua fonte, Chelsea Manning, un ex soldato transgender dell’esercito americano, a sua volta condannata, e poi graziata dal presidente Barack Obama.
Non entreremo nel merito della vicenda, di pubblico dominio, per soffermarci su alcuni ulteriori e significativi passaggi dell’audizione. Assange ha chiamato in causa, tra gli altri, la CIA, accusando l’intelligence a stelle e strisce di averlo ripetutamente preso di mira, e accennando più in generale all’esistenza di entità e poteri – un altro chiaro riferimento agli Stati Uniti – che ricorrono a prassi e comportamenti del tutto contrari ai diritti umani e alle libertà fondamentali. La sua vicenda, ha aggiunto Assange, dovrebbe costituire un monito per la salvaguardia della libertà di espressione, questione quanto mai delicata, alla quale Inside Over ha già dedicato un approfondimento.
La decisione di Assange di accettare l’invito del Consiglio d’Europa non può dirsi casuale: non solo si tratta di un’organizzazione chiamata a vigilare sui diritti e le libertà fondamentali, ma soprattutto aveva preso una chiara posizione sulla vicenda del giornalista australiano, parlando apertamente di persecuzione nel mese di gennaio del 2020. Non meno significative le conclusioni al termine del dibattito: l’assemblea parlamentare del Consiglio, come leggiamo sul portale istituzionale, ha “…espresso grande preoccupazione per “il trattamento sproporzionatamente duro” cui è stato sottoposto Julian Assange e ha dichiarato che questo ha avuto un “pericoloso effetto dissuasivo” che mina la protezione dei giornalisti e dei whistleblower in tutto il mondo.”
Un monito che non lascia adito a dubbi, specie nel momento in cui – con alcuni provvedimenti che presentano aspetti molto discutibili – l’Unione Europea, organizzazione diversa e distinta dal Consiglio d’Europa, ha varato alcune misure che sono state criticate in quanto ritenute lesive della libertà di espressione, specialmente in quei passaggi che, in nome di un imprecisato pericolo di “disinformazione”, vorrebbero sottoporre al vaglio di non meglio identificati organismi di segnalazione e verifica l’attendibilità e veridicità delle notizie.
Non sono mancate le voci critiche circa le parole espresse da Assange, a cominciare da coloro che hanno giudicato troppo timido il suo intervento. Consentiteci di non essere d’accordo. A non voler considerare la situazione personale e umana di un uomo che è stato sottoposto, senza uno straccio di condanna, a uno dei regimi detentivi più duri e restrittivi che si possano immaginare, è importante sottolineare come le dichiarazioni che già abbiamo riportato, al pari di altre, siano state tutt’altro che remissive o edulcorate.
Non solo egli ha denunziato l’esistenza di piani per la sua eliminazione, facendo nomi e cognomi di alcuni dei potenziali responsabili, ma ha parlato delle misure messe in atto per spiare lui e i suoi legali, addirittura ricorrendo al DNA del figlio in fasce. Inoltre, Assange si è detto rammaricato per aver creduto che diritti e garanzie potessero salvaguardare il suo operato di libero divulgatore, asserendo, senza tanti giri di parole, come molte delle libertà che ci illudiamo di possedere possano rivelarsi evanescenti.
Non meno severo potrebbe essere il giudizio sui media, specie il cosiddetto mainstream, che lungi dal prendere le difese del giornalista, hanno in diversi casi sposato la causa del più forte. E non dimentichiamo che, per lo meno per alcuni di loro, parliamo di personaggi che a suo tempo incensarono Wikileaks per il suo lavoro, senza il quale – giova sottolinearlo – molti fatti, a cominciare da una serie di crimini e atrocità commessi in Afghanistan o in Iraq, non sarebbero venuti alla luce.
Il senso delle parole e del lavoro di Assange è proprio questo: se in un assetto che si presume democratico il giornalismo non svolge quella fondamentale funzione di controllo e denuncia, facendo il “cane da guardia” del potere, e limitandosi a riportare notizie “certificate” (non si capisce bene come o da chi), possiamo ancora parlare di libera informazione?
E a chi dovrebbe spettare la determinazione di presunti e/o superiori interessi, che giustifichino la messa a tacere delle voci critiche o la diffusione di fatti e circostanze, magari solo perché troppo inclini a fare il proprio lavoro, cercando di portare all’attenzione del grande pubblico vizi e malefatte del potere?
Visto in questi termini, il caso di Assange, prendendo a prestito le dichiarazioni del Consiglio d’Europa, potrebbe rivelarsi ed essere letto come l’applicazione di una nota massima: “punirne uno, per educarne cento”.
Per dirla con Nelson Mandela: “la libertà è una sola: le catene imposte a uno di noi pesano sulle spalle di tutti.” Di tutti…
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