Non è un mistero che i media «mainstream» si siano dimostrati poco obiettivi nel raccontare il genocidio di Gaza. Troppo indulgenti nel giustificare Israele, troppo restii nell’attribuire le responsabilità a Tel Aviv. Il giornalista Raffaele Oriani ne ha scritto nel suo prezioso saggio Gaza, la scorta mediatica. Come la grande stampa ha accompagnato il massacro. E perché me ne sono chiamato fuori (People, 2024). Sulle colonne di questo giornale ne abbiamo parlato in varie occasioni, nel silenzio generale della maggior parte dei media.
A gettare ulteriore luce – con numeri alla mano – su quello che molti definiscono un «sistema di complicità mediatica» ha pensato Adam Johnson, giornalista investigativo di The Intercept, che nel suo nuovo libro “How to Sell a Genocide: The Media’s Complicity in the Destruction of Gaza” ha analizzato oltre 12.000 articoli provenienti da New York Times, Washington Post, CNN, Politico, Axios, Usa Today e Associated Press, più 5.000 servizi televisivi di Cnn e Msnbc. Il verdetto è impietoso: la copertura americana della guerra a Gaza è stata «unilaterale, razzista, disumanizzante e spesso al limite dell’incitamento».
Ecco i sette dati statistici che, secondo l’inchiesta, dimostrano il bias pro-Israele dei media mainstream.
Il “diritto a difendersi” – 94 volte più per Israele che per i palestinesi
La formula magica usata dai media per legittimare l’uccisione di civili è nota: “diritto a difendersi”. Secondo l’analisi di Johnson, su CNN e MSNBC ospiti, anchor e reporter hanno invocato il diritto all’autodifesa per Israele 94 volte più che per i palestinesi. Nella stampa, il divario supera le 100 volte. Un numero che, da solo, racconta quale narrazione abbia plasmato il dibattito pubblico americano.
“Scudi umani”: un termine usato solo contro i palestinesi
L’accusa di usare “scudi umani” – un termine rigettato dalle organizzazioni per i diritti umani quando applicato in modo generico – è piovuta incessantemente su Hamas e sugli altri gruppi armati palestinesi. I media l’hanno ripetuta centinaia di volte, contribuendo a giustificare la morte di civili. Al contrario, l’analisi dei servizi Tv non ha trovato una sola menzione dell’uso israeliano di scudi umani, nonostante i casi documentati in cui le tattiche dell’esercito israeliano soddisfano la definizione legale.
Parole che uccidono: “massacro”, “barbaro”, “selvaggio”
Nei primi cento giorni di guerra, quando a Gaza sono stati uccisi circa 24.000 palestinesi, l’uso di termini emotivamente carichi come “massacro”, “barbaro”, “selvaggio” e “strage” è stato interamente sbilanciato in favore di Israele. Johnson ha escluso le citazioni dirette di funzionari o commentatori, conteggiando solo la voce editoriale dei media. Il risultato: parole che evocano orrore e condanna morale sono state riservate quasi esclusivamente alle vittime israeliane del 7 ottobre, mentre le stragi di Gaza venivano descritte con un lessico asettico, tecnico, spersonalizzante.
“Gestito da Hamas”: l’etichetta che svilisce le vittime
Dopo il bombardamento dell’ospedale al-Ahli Arab del 17 ottobre 2023, i media hanno adottato in massa le qualifiche dispregiative “gestito da Hamas” o “controllato da Hamas” per descrivere i dati sulle vittime palestinesi. Prima di quella data, né CNN né MSNBC usavano il termine. Poi il suo utilizzo è impennato, diventando persino una policy ufficiale alla CNN. Eppure, lo stesso Dipartimento di Stato americano, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e Human Rights Watch utilizzano da anni i dati del Ministero della Salute di Gaza senza tali qualifiche.
Due guerre, due pesi: il confronto con l’Ucraina
Le vittime “simpatiche” – bambini, giornalisti, operatori umanitari – ricevono tradizionalmente più attenzione mediatica. Ma non a Gaza. Durante i primi cento giorni dell’assalto israeliano, la copertura dei bambini palestinesi uccisi è stata drasticamente inferiore a quella dei bambini ucraini nei primi cento giorni dell’invasione russa. Stesso discorso per i giornalisti caduti: quelli ucraini hanno avuto decine di volte più spazio di quelli palestinesi. Una disparità che, secondo Johnson, rivela un implicito giudizio sul valore della vita umana a seconda della nazionalità.
Antisemitismo sì, islamofobia no
Nonostante l’impennata sia degli episodi di antisemitismo che di islamofobia nei mesi successivi al 7 ottobre, la copertura mediatica si è concentrata quasi esclusivamente sul primo, ignorando in gran parte i pregiudizi anti-musulmani e le ripercussioni del massacro di Gaza sui palestinesi negli Stati Uniti. Sulle universitá, gli studenti che protestavano contro la guerra sono stati sistematicamente dipinti come antisemiti, mentre le discriminazioni subite da studenti musulmani, arabi e palestinesi hanno ricevuto un’attenzione irrisoria.
Claudine Gay e Hind Rajab: il paradosso dell’umanità
Forse l’esempio più crudo di questa gerarchia implicita del dolore viene dal confronto tra due storie parallele. Da un lato, la copertura ossessiva delle polemiche sulla Harvard president Claudine Gay, accusata di antisemitismo e poi dimessasi per accuse di plagio. Il New York Times le ha dedicato servizi in 15 giorni su un mese. Dall’altro, Hind Rajab, una bambina palestinese di cinque anni uccisa insieme alla sua famiglia dall’esercito israeliano mentre cercava di fuggire. Il suo corpo è stato ritrovato giorni dopo, accanto a quello dei soccorritori uccisi mentre cercavano di salvarla. Nel mese successivo alla sua morte, il New York Times non le ha dedicato una sola volta la homepage.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

