Skip to content
Letteratura

Chi era Goffredo Fofi, il maestro scomodo della critica italiana

Fondatore di riviste, scopritore di talenti, recensore prolifico e spietato, è stato un talent scout che sapeva fiutare i palloni gonfiati.
Goffredo Fofi

Non era facile piacere a Goffredo Fofi. Ho ricordato più volte il nostro primo incontro, ormai quasi vent’anni fa, in una calda giornata romana. Mi accolse nella sua casa angusta e ombrosa, tra colonne di libri e un basilico sul davanzale. Dopo pochi minuti mi diede dell’egocentrico e mi apostrofò tre volte come “testa di cazzo”. Un disastro, ma anche un’iniziazione: così spesso cominciava il rapporto tra scrittori e uno dei più importanti critici italiani, odiati ma anche venerati per la loro schiettezza.

Nato nel 1937 a Gubbio, Fofi era soprattutto un’attivista. Anche quando faceva cultura “da pochi a pochi”, come amava dire lui. Fondatore di riviste, scopritore di talenti, recensore prolifico e spietato, è stato sulle palle a tantissimi intellettuali e musicisti ma anche un talent scout che sapeva fiutare i palloni gonfiati, e una figura morale che rifuggiva il potere e gli onori dei festival progressisti. Dalla Sicilia con Danilo Dolci negli anni Cinquanta agli scioperi a Torino nei Sessanta, dalla Mensa per i bambini proletari a Napoli a Linea d’Ombra, dai Quaderni piacentini a Lo Straniero, Fofi ha incarnato una “vocazione minoritaria”, sempre in opposizione alle mode culturali e al conformismo.

Eppure la sua intransigenza, la sua critica al narcisismo e alle “marchette” del sistema culturale italiano, il suo rifiuto della mediocrità non hanno mai impedito agli autori di cercare la sua benedizione. Col suo bastone e la sua lingua caustica, Fofi è rimasto per decenni un punto di riferimento: l’uomo che metteva in guardia contro la corruzione etica del centro e invitava a stare “ai margini”, dove si rischia la solitudine ma si resta liberi.

Una figura carismatica non esente da contraddizioni. Più di un collaboratore gli ha rimproverato di essere paternalista, narcisista a sua volta, e di aver spesso promosso opere mediocri per tattica o per mantenere la sua posizione di pedagogo delle minoranze. Tiziano Scarpa, che gli era legato, gli rimproverava di non farsi scrupolo a promuovere o condannare qualsiasi cosa spuntasse sotto il cielo, sulla base della sua “autorità assertiva”. Lo accusava di autoritarismo culturale. Altri hanno notato come le sue riviste, da Lo Straniero in poi, siano diventate sempre più “d’autore” e meno collettive, meno radicali e più compromesse col sistema.

Una figura divisiva

Nonostante le belle parole che lo accompagneranno da morto, Fofi resterà una figura divisiva. Per alcuni, le sue bastonate erano indispensabili per smascherare il servilismo culturale italiano. Per altri, Fofi non ha saputo aggiornare la sua critica al narcisismo alla “cultura-oppio”, continuando a recitare il ruolo del pedagogo in un’epoca in cui le riviste culturali hanno perso la loro funzione di avanguardia e si sono ridotte a clan e brand.

Non c’è dubbio che Fofi, pur avendo incarnato la lotta contro la corruzione della cultura di massa e la finta militanza, abbia finito col diventare un guardiano delle soglie che pretendeva deferenza, che giudicava e co-optava, che accusava gli altri di narcisismo senza guardare al proprio. La sua ansia di restare rilevante l’avrebbe spinto, secondo i critici, a promuovere figure discutibili, a mantenere il suo ruolo più per rappresentazione che per sostanza. Eppure, è difficile liquidarlo: pochi hanno saputo come lui creare reti, scoprire talenti, tessere comunità, anche quando queste non erano più politicamente vitali.

Forse la chiave per capire il suo attivismo sta nella sua ambiguità: un pedagogo che ha smascherato gli inganni della cultura e al tempo stesso li ha abitati; un militante che ha sfidato il sistema ma non ha mai voluto uscirne del tutto; un critico che ha dato voce a chi non l’aveva e che, per farlo, ha accettato di giocare anche lui la commedia dell’impegno. In un mondo culturale istituzionale, mainstream dove la critica negativa è pressoché scomparsa e si vive di bolle amichettiste, un personaggio così è difficile anche solo da immaginare.

Il vero dissenso, in fondo, è anche questo: godere della propria posizione minoritaria, anche quando è diventata un ruolo. E se, come scrisse una volta, “ogni 25 anni bisognerebbe cambiare nome e identità”, forse gli eredi di Fofi abitano non più il mondo delle riviste e dei giornali, ma quello di Instagram e TikTok.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.