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Media e Potere

Caso Carlson, i neocon lo vogliono in prigione. Greenwald: “Il Mossad lo ha spiato per conto della Cia”

Laura Loomer, lobby israeliana e neocon vogliono che il giornalista Tucker Carlson vada in prigione: ecco perché.
Tucker Carlson CIA Iran

«Non vedo l’ora di vedere Tucker Carlson in prigione». La notizia, riportata dallo stesso giornalista conservatore in un post su X, secondo cui la Central Intelligence Agency (Cia) starebbe preparato una segnalazione di reato da consegnare al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (Doj) per via dei contatti avuti con persone in Iran prima dello scoppio della guerra scatenata da Usa e Israele, sta facendo molto discutere negli Stati Uniti, con i neoconservatori e gli esponenti della lobby filo-Israeliana che chiedono che Tucker Carlson venga incriminato e processato.

Non è un mistero, infatti, che Carlson sia in rotta con l’amministrazione Trump dopo l’aggressione illegale di Usa e Israele contro l’Iran e che, negli ultimi mesi, si sia fatto non pochi nemici negli Stati Uniti dopo le durissime critiche nei confronti di Benjamin Netanyahu e della politica israeliana in generale, anche nei confronti dei cristiani. Una delle voci più esplicite è quella di Fleur Hassan-Nahoum, ex vice-sindaco di Gerusalemme e figura di spicco in varie entità israeliane. In un post su X (ex Twitter), ha dichiarato: «Tucker Carlson dovrebbe essere arrestato e processato per tradimento». Una richiesta, proveniente dal funzionario di un Paese straniero, che mette in luce un’interferenza che molti osservatori negli Usa ritengono inaccettabile.

Tra questi, il giornalista Premio Pulitzer per l’inchiesta su Nsa e sorveglianza di massa, Glenn Greenwald: «Chi diavolo sono gli israeliani per dettare legge e pretendere che i giornalisti americani vengano arrestati e processati per “tradimento”? Come sempre, questi israeliani non sono soli. Hanno una schiera di lealisti negli Stati Uniti che ne condividono le idee. Per “tradimento” intendono: parlare e riferire in modo critico su Israele».

Come può un rappresentante israeliano dettare i termini della lealtà americana? Eppure, invece di indignazione, tale dichiarazione ha trovato eco tra influenti americani noti per la loro fedeltà incondizionata verso Israele. Come l’influencer Laura Loomer, figura controversa vicinissima al presidente Donald Trump e alla Casa Bianca, tanto da aver parlato con il presidente Usa la notte dell’attacco all’Iran.

Questo a riprova del clima da «guerra civile» che si respira nel mondo Maga dopo la decisione del presidente Usa Donald Trump di attaccare Teheran e sostenere la guerra di Tel Aviv. «Il fatto che gli agenti stranieri più sovversivi di Israele stiano cercando di imprigionare giornalisti americani per il crimine di aver criticato il loro Paese sacro è già di per sé disgustoso. Il fatto che stiano facendo tutto questo accusando ALTRI di essere agenti stranieri sotto copertura rappresenta un livello di sfrontatezza finora sconosciuto», accusa Greenwald commentando il post della stessa Loomer.

In passato, Laura Loomer ha manifestato apertamente la sua ammirazione per il controverso rabbino Meir Kahane, fondatore del movimento kahanista, invocando addirittura il ritorno del gruppo militante fondato dal rabbino e in passato classificato come organizzazione terroristica dall’Fbi, affermando che «ebrei armati che non scherzano dovrebbero pattugliare le strade d’America» e che la Jdl dovrebbe essere rilanciata in ogni città per proteggere gli ebrei da minacce antisemite e terrorismo.

Loomer ha ribadito posizioni analoghe in altri interventi, come quando, nell’ottobre 2025, disse che gli ebrei di New York avrebbero presto riconosciuto la lungimiranza di Kahane. Sebbene non vi sia un’affiliazione formale con Kahane Chai (l’organizzazione designata come gruppo terroristico globale dal Dipartimento di Stato Usa), queste dichiarazioni dell’influencer la collegano ideologicamente al kahanismo e a questa visione radicale che la colloca tra le più ferventi sostenitrici del sionismo in America.

Greenwald: “Vogliono intimidire i giornalisti”

Nel suo articolo su Substack, Greenwald si dice scettico rispetto a una possibile incriminazione di Tucker Carlson da parte del Dipartimento di Giustizia sotto l’amministrazione Trump. Scrive: «Forse sono ingenuo, ma continuo a ritenere piuttosto improbabile che Tucker Carlson venga incriminato dal Dipartimento di Giustizia di Trump per i suoi articoli. Tuttavia, il fatto che la cosa venga promossa in modo aggressivo – non da account casuali online, ma da alcune delle voci più influenti di Washington – è, quantomeno, finalizzato a creare un clima di paura e intimidazione nei confronti di chiunque abbia criticato aspramente sia Israele che la guerra di Trump/Netanyahu e, soprattutto, nei confronti di coloro che denunciano come le affermazioni trionfalistiche del governo statunitense non corrispondano alla realtà».

Quante alle chat di Carlson “spiate” dalla Cia, Greenwald spiega che «l’unico modo per ottenere tali conversazioni sarebbe stato attraverso intercettazioni operate dalla Nsa o da agenzie alleate come il Mossad, che le avrebbero fornite alla Cia – un meccanismo già documentato nei leaks di Snowden per aggirare i limiti costituzionali sulla sorveglianza interna ai cittadini americani». Greenwald sottolinea che non è la prima volta: anche nei tentativi di intervistare Vladimir Putin, le comunicazioni di Carlson erano state intercettate da spie statunitensi.

Ipotesi altamente plausibile, quella evidenziata da Greenwald: fosse vero, l’intelligence Usa non solo consentirebbe a un apparato straniero di spiare un cittadino americano, ma si presterebbe attivamente a collaborare con esso per aggirare i limiti costituzionali sulla sorveglianza interna sanciti dalla legge. In pratica, si configurerebbe uno scandalo di dimensioni enormi: lo Stato profondo americano non solo tollererebbe, ma faciliterebbe una interferenza straniera (israeliana) per reprimere il dissenso interno, usando strumenti di intelligence nati per combattere terrorismo o minacce estere contro un cittadino americano che – in teoria – dovrebbe poter esprimere la sua opinione liberamente e fare il suo mestiere, che prevede anche il fatto di parlare con persone di Paesi considerati “nemici”. Ah, la democrazia a stelle e strisce…

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