Skip to content
Media e Potere

Assange, prima vittoria: potrà fare appello contro l’estradizione negli Usa

Una vittoria giudiziaria: non si potrebbe definire in altro modo il risultato per Julian Assange dopo che l’Alta Corte di Londra ha dichiarato ammissibile il ricorso del fondatore di WikiLeaks contro l’estradizione negli Stati Uniti. Ove rischia di essere processato...

Una vittoria giudiziaria: non si potrebbe definire in altro modo il risultato per Julian Assange dopo che l’Alta Corte di Londra ha dichiarato ammissibile il ricorso del fondatore di WikiLeaks contro l’estradizione negli Stati Uniti. Ove rischia di essere processato ai sensi dell’Espionage Act per una serie di vicende legate all’esordio di WikiLeaks, chiuse da Barack Obama alla fine del suo secondo mandato e riaperte dal Procuratore capo dell’amministrazione Trump, William Barr.

Assange rischierebbe, secondo alcuni calcoli, fino a 150 anni di carcere. Dopo due mesi di rinvio, l’Alta Corte ha deliberato per dare un’occasione all’uomo che tra il 2009 e il 2010 aprì alla stampa gli archivi di WikiLeaks, che mostravano un’enorme pletora di documenti sensibili e di ampia rilevanza strategica circa presunti crimini di guerra, violazioni dei diritti umani e abusi dei governi occidentali, perpetrati soprattutto nella stagione delle guerre mediorientali. L’Alta Corte aveva a marzo rinviato il discorso sull’accettazione del ricorso di Assange subordinando il via libera all’estradizione a tre garanzie che gli Usa avrebbero dovuto porre: primo, avrebbero dovuto assicurare che mai Assange avrebbe ricevuto, qualora condannato, la pena capitale; secondo, avrebbero dovuto garantire un giusto processo ai sensi del Primo Emendamento che tutela la libertà di parola; terzo, non avrebbero dovuto discriminare Assange per la sua cittadinanza straniera, australiana per la precisione.

L’Alta Corte ha ritenuto i requisiti soddisfatti solo sul fronte della mancata applicazione della pena di morte. “Edward Fitzgerald KC, rappresentante di Assange, ha affermato che i problemi relativi alle assicurazioni da parte degli Stati Uniti sono “molteplici” e non escludono la possibilità che un tribunale statunitense sentenzia che il fondatore di WikiLeaks , in quanto straniero, non aveva diritto ai diritti di primo emendamento”, riporta il Guardian.

Julian Assange è incarcerato dall’aprile 2019, dopo essere stato arrestato al termine dell’asilo politico concessogli dall’ambasciata ecuadoregna a Londra, dove si trovava dal 2012. È stato detenuto per sei mesi nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, che in passato Tony Blair aveva considerato di trasformare nella “Guantánamo britannica”. Nello stesso anno, Assange è stato incriminato negli Stati Uniti, che da tempo ne richiedono l’estradizione.

Nils Meltzer, ex relatore dell’ONU sulla tortura, ha criticato duramente questa possibile estradizione, sottolineando come la persecuzione di Assange si sia intensificata. Assange è sotto inchiesta per aver diffuso tramite WikiLeaks centinaia di migliaia di documenti, rivelando le dinamiche interne del potere statunitense, presunti crimini di guerra, e le problematiche nella gestione delle crisi in Afghanistan e Iraq.

Queste rivelazioni, pubblicate anche da testate come il Guardian e il New York Times, secondo Meltzer, potrebbero scatenare una vendetta da parte degli Stati Uniti. Nel maggio 2019, quando era ancora in carica, Meltzer ha descritto l’attenzione crescente degli Stati Uniti su Assange come un processo volto alla criminalizzazione del giornalismo investigativo. Assange, in passato idolo dei progressisti internazionali, è passato nella narrazione da “eroe” a agente manipolatore quando nel 2016 ha osato mettere le mani sugli archivi del Comitato Nazionale Democratico di Hillary Clinton. Tanto da essere definito, senza prove a sostegno, un agente del “Russiagate” che avrebbe favorito la vittoria di Donald Trump. Ora Joe Biden si trova in una situazione difficile: a pochi mesi dalle elezioni, può spingere alla ricerca di un compromesso con Assange, parlare di una fine delle accuse o spingere fino in fondo la partita a rischio di mettere a repentaglio la stabilità dell’immagine Usa di fronte al grande tema della garanzia della stampa internazionale. Un “mea culpa” americano su Assange sarebbe forse la soluzione migliore per riaffermare, per una volta non solo per retorica, i diritti inalienabili della libertà di stampa. Ma ad oggi l’ipotesi che Assange sia prosciolto resta remota. Sarà, con ogni probabilità, un nuovo processo a decidere dell’estradizione. Ma già esserci arrivati, per il fondatore di WikiLeaks, è un risultato.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.