Arian Lavrilleux, la giornalista francese che ha svelato i rapporti con il regime egiziano va alla sbarra

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Ariane Lavrilleux, giornalista d’inchiesta di Disclose, sarà convocata il 17 gennaio 2025 presso il tribunale di Parigi. Il rischio è quello di una possibile incriminazione per “appropriazione e divulgazione di un segreto di difesa nazionale”. Una vicenda che rappresenta un nuovo inquietante capitolo nella pressione crescente sui giornalisti che osano investigare sugli affari di Stato.

Il caso ha radici profonde. Nel novembre 2021, Lavrilleux, insieme ad altri tre colleghi, ha contribuito a un’inchiesta che ha rivelato dettagli su un’operazione militare segreta della Francia in Egitto, denominata “Operazione Sirli”. Quella missione, ufficialmente volta al contrasto del terrorismo, si è rivelata essere un’operazione di sorveglianza che ha portato all’esecuzione arbitraria di centinaia di civili egiziani. Sullo sfondo, la solita trama: la vendita di armi francesi a regimi autoritari. Per queste rivelazioni, Lavrilleux rischia fino a cinque anni di carcere e una multa di 75.000 euro.

Sorveglianza da stato di polizia

La vicenda assume toni ancor più gravi quando si analizzano le modalità con cui la DGSI (Direzione Generale della Sicurezza Interna) ha condotto le indagini. Lavrilleux è stata posta sotto una sorveglianza degna di un presunto terrorista. Gli agenti hanno tracciato i suoi spostamenti, sia professionali che privati, geolocalizzando in tempo reale il suo telefono. Hanno analizzato i suoi conti bancari, i suoi acquisti di biglietti ferroviari, persino le sue comunicazioni private sul social network X (ex Twitter). Non solo: la DGSI ha anche sorvegliato gli uffici della redazione di Disclose, un’operazione che non può che essere definita una grave violazione del diritto al segreto delle fonti, pilastro fondamentale della libertà di stampa, come sancito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Un attacco sistematico a Disclose

Questa convocazione non è un episodio isolato. Dalla sua fondazione nel 2018, Disclose è diventata il bersaglio principale dei servizi di sicurezza interna francesi. Ben quattro giornalisti della testata non profit sono stati intimiditi dalla DGSI, con l’obiettivo di identificare le fonti che hanno permesso di portare alla luce fatti di interesse pubblico. Le inchieste più scomode, come “Made in France” nel 2019 e “Egypt Papers” nel 2021, hanno documentato il coinvolgimento della Francia nella vendita di armi a regimi autoritari in paesi come Yemen, Egitto e Libia, armi che sono state poi usate contro civili inermi.

Questi tentativi di intimidazione non sono solo un attacco alla stampa, ma una dichiarazione di guerra al diritto dei cittadini di essere informati. Le rivelazioni di Disclose hanno svelato come il governo francese, dietro la retorica della difesa dei diritti umani, continui a intrattenere rapporti economici con dittature che calpestano quotidianamente quei diritti.

Quando la lotta al terrorismo diventa un pretesto

Il caso di Ariane Lavrilleux mette in evidenza un altro problema cruciale: l’abuso delle risorse destinate alla lotta al terrorismo per colpire giornalisti e dissidenti. Le tecniche investigative utilizzate contro Lavrilleux, comprese la sorveglianza fisica e digitale, appartengono al repertorio delle operazioni antiterrorismo. Ma qui non c’è nessun terrorista, solo una giornalista che ha fatto il suo lavoro: raccontare la verità.

Questo è il paradosso di uno Stato che, da un lato, si erge a baluardo della libertà di stampa e, dall’altro, utilizza gli strumenti della sicurezza nazionale per reprimere chi espone le sue contraddizioni.

Il dovere di resistere

In una democrazia che voglia ancora definirsi tale, la libertà di stampa non è un lusso, ma una necessità. Senza giornalisti come Ariane Lavrilleux e testate come Disclose, scandali come quello dell’Operazione Sirli rimarrebbero sepolti sotto una coltre di silenzio istituzionale.

La convocazione di Lavrilleux, l’ennesimo abuso contro Disclose, deve servire da monito. Non si tratta solo di proteggere un singolo giornalista, ma di difendere il diritto fondamentale dei cittadini a conoscere la verità. Perché un’informazione libera e indipendente è il primo baluardo contro l’arroganza del potere.