Mentre i riflettori sono tutti puntati sull’Iran, a Gaza si continua a morire. Si muore di fame, per mancanza di cure mediche e di aiuti, oltre che nei raid dell’esercito israeliano. L’ONU, attraverso un comunicato della FAO, ha evidenziato un netto peggioramento della crisi alimentare nella Striscia, dove, entro l’inizio del prossimo mese, prevede che inizierà ufficialmente la carestia.
Una crisi non immaginabile
Non c’è modo di quantificare la sofferenza a Gaza. E’ questa la conclusione di un recente rapporto della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite sulla grave crisi umanitaria in cui riversa la popolazione della Striscia. Nell’articolo, pubblicato su Haaretz, si leggono dati che superano ogni più oscura immaginazione: i palestinesi a Gaza rappresentano l’80% di tutte le persone che, attualmente e nel mondo, “si trovano ad attraversare una grave carestia”. Ma c’è di più, perché, al di là della disumana situazione alimentare, altri numeri descrivono bene la portata della catastrofe umanitaria in corso: sono 14mila i bambini uccisi, mentre 17mila sono rimasti totalmente soli.
Gli orrori della guerra
In un profondo e accorato articolo di Haaretz, lo storico Ofri Ilany, pone un quesito scomodo: “Tutti gli israeliani devono chiedersi: è legittimo uccidere 100mila gazawi?”. Una riflessione addolorata, che intende fare leva sulla coscienza dei suoi concittadini. E Ilany lo fa tirando in ballo i tragici fatti del 7 ottobre, poiché da quel giorno in poi “sembra che l’opinione pubblica israeliana si sia fissata nel perseguire una guerra illimitata”, come ha commentato il giornalista. Certo, prosegue Ilany, “Israele è stato brutalmente attaccato nel suo territorio sovrano” e “Hamas sta facendo un uso manipolativo delle vittime della guerra a Gaza, per isolare Israele a livello internazionale”. Tuttavia, è altrettanto certo che “dall’inizio della guerra, le autorità israeliane hanno negato o fortemente limitato l’ingresso di molti beni salvavita nell’enclave assediata. I bombardamenti in corso – prosegue lo storico – hanno ucciso finora oltre 33.700 palestinesi, hanno fatto crollare il sistema sanitario e causato sfollamenti di massa”. Alla fine di questo drammatico quadro, per Ilany resta solo una domanda da porsi: “Quanti civili palestinesi è giusto uccidere per raggiungere gli obiettivi della guerra?”. E la risposta che dà lo storico è perentoria: “Chiunque pensi che un numero di vittime del genere (100mila) sia legittimo, sta effettivamente sostenendo il genocidio”.
All’arrembaggio dei terreni in Cisgiordania
Mentre acuta e pubblica è la situazione di Gaza, più nascosta, ma quasi altrettanto dura, è l’oppressione che si registra nelle altre aree palestinesi. Ogni giorno si registrano arresti più o meno arbitrari, uccisioni, scontri.
In questo clima, e in totale sordina, Israele sta realizzando un’annessione senza precedenti di nuovi territori palestinesi. Infatti, come riportato dalla giornalista Hagar Shezaf su Haaretz, Tel Aviv ha dichiarato di proprietà statale una quantità record di acri in Cisgiordania. Il tutto è avvenuto in soli tre mesi, a partire dall’inizio del 2024. Un’annessione silenziosa di terre che apre, di fatto, la strada a potenziali nuovi insediamenti. Come si legge nel dettagliato report di Haaretz, il blocco più grande dei nuovi appezzamenti si trova nella Valle del Giordano, e ammonta a 8mila dunum (circa 2mila acri), mentre le altre aree si trovano nella Cisgiordania meridionale.
Si tratta di acquisizioni da record: mai, dal 1998 ad oggi, Israele si era accaparrato tante terre. L’anno in cui tale attività è stata più intensa, stando ai dati della ONG Peace Now, fu il 1999, quando furono acquisiti 1285 acri, ovvero meno della metà delle acquisizioni succitate.
A tale attività si sta dedicando assiduamente Bezalel Smotrich, leader del partito di estrema destra Sionismo religioso e ministro delle Finanze del governo Netanyahu, che sta applicando massivamente uno schema semplice. Una volta che i nuovi terreni palestinesi passano ufficialmente allo Stato israeliano, si apre la strada per chiedere fondi per la costruzione di nuovi insediamenti. Così, se a Gaza gli ultraortodossi sperano di realizzare il sogno messianico della grande Israele in punta di baionetta, in Cisgiordania si affidano ad altri mezzi, più subdoli, ma non meno costrittivi.
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