La guerra in Siria sta nuovamente entrando in una fase molto delicata. Dopo mesi di sostanziale stallo sui vari fronti, tanto da far considerare il conflitto oramai a “bassa intensità”, adesso nel Paese si è tornato a combattere. In primis nella parte settentrionale, lì dove i gruppi vicini ad Ankara stanno provando a guadagnare terreno nella regione di Manbij a scapito delle milizie filo curde dell’Sdf.

Si combatte anche ad est dell’Eufrate, con diverse tribù arabe che nelle ultime settimane hanno ingaggiato scontri sempre contro le Sdf. Infine, sono state registrate manifestazioni e proteste contro il governo del presidente Bashar Al Assad nel sud del Paese e, in particolare, nella provincia di As Suweyda. Una regione soltanto lambita dalla guerra civile scoppiata nel 2011 e che ospita una minoranza, quella dei drusi, da sempre neutrale nel conflitto. Un segnale quest’ultimo di una situazione molto critica sotto il profilo economico e sociale, con Assad chiamato adesso a fronteggiare lo spettro di nuove tensioni politiche nelle zone controllate dal governo.

Gli scontri tra filo turchi e curdi

L’area di Manbij è una delle più delicate della Siria. Situata all’interno della provincia di Aleppo, la regione è stata occupata dall’Isis nel 2014. A cacciare i miliziani islamisti sono stati, due anni più tardi, i combattenti curdi delle Sdf. Questi ultimi hanno quindi occupato il territorio, entrando spesso in frizione con una popolazione storicamente a maggioranza araba. Le tensioni nell’area non sono mai state quindi del tutto azzerate. Anche perché Manbij si trova a pochi passi dal confine turco, con Ankara da sempre contraria all’idea della creazione di una macro regione sotto influenza curda lungo le proprie frontiere meridionali. Il presidente turco Erdogan ha spesso minacciato un intervento armato volto a piazzare a Manbij le milizie arabe e islamiste addestrate da Ankara. Come del resto fatto in altri territori controllati dalle Sdf in Siria.

A partire dalla seconda decade di agosto, nell’area di Manbij sono stati registrati i primi scontri. Non si tratta però della temuta operazione di Ankara. Anche se non è da escludere un appoggio dato da Erdogan alle proprie milizie, la Turchia non ha ufficialmente avviato alcun intervento. Così come confermato da diverse fonti siriane, molti gruppi arabi residenti a Manbij hanno ingaggiato scontri con le Sdf. In tal modo hanno così favorito i tentativi dei filo turchi di entrare nelle zone sotto influenza curda. Le incursioni però sembrerebbero essere state in buona parte respinte, anche se la situazione rimane di difficile valutazione.

A dare manforte alle Sdf ci sono anche i russi. Circostanza che ha creato un quadro paradossale dal punto di vista geopolitico. Le forze curde infatti sono sempre state molto vicine agli Usa, la Casa Bianca nella lotta all’Isis ha infatti sostenuto le Sdf. Tuttavia a Manbij non ci sono soltanto i curdi. Quando nel 2019 l’allora presidente Usa Donald Trump ha annunciato l’abbandono parziale della Siria, le Sdf hanno fiutato il pericolo di una possibile azione turca contro di loro e hanno stretto accordi con il governo di Damasco, sotto la mediazione russa. Mosca, è bene ricordarlo, è il principale alleato del governo siriano. Gli accordi in questione hanno previsto, tra le altre cose, il riposizionamento di uomini dell’esercito di Damasco a Manbij. Gli attacchi dei gruppi filo turchi in quest’area quindi vengono visti dalla Russia come attacchi anche all’alleato siriano. Da qui i raid dell’aviazione di Mosca documentati sui social e sui media locali.

Il tutto mentre proprio in queste ore a Sochi è stato organizzato il vertice tra Vladimir Putin ed Erdogan. I due hanno parlato anche di Siria mentre a Manbij i gruppi da loro sostenuti erano sui fronti opposti delle barricate. Un elemento in grado di dimostrare la delicatezza della situazione a nord di Aleppo.

Le rivolte delle tribù arabe nell’est del Paese

I combattimenti stanno riguardando anche la parte orientale della Siria. E anche qui il contesto geopolitico appare molto complesso e delicato. Se l’ovest del Paese è in mano al governo di Assad e si pone quindi sotto l’influenza russa, a est dell’Eufrate sono invece presenti alcuni contingenti Usa e il territorio è dominato dall’Sdf. Le forze curde qui sono arrivate tra il 2017 e il 2019, negli ultimi anni di lotta contro il califfato islamico. Si è però così riproposto lo stesso dilemma riguardante Manbij: molte aree sono infatti a maggioranza araba.

Per molti analisti, l’esplosione delle tensioni era quindi solo questione di tempo. Anche in questo caso, a partire dagli ultimi giorni di agosto sono state registrate vere e proprie insurrezioni contro l’Sdf. Una tempistica che potrebbe portare a sospetti circa un coordinamento tra i gruppi arabi di Manbji e le tribù arabe di Deir Ezzor. Molti combattenti arabi nelle file dell’Sdf hanno disertato, i vertici della coalizione a maggioranza curda sono stati costretti ad agire per arginare le rivolte. Questo però non è bastato: lungo la fascia che costeggia la riva orientale dell’Eufrate, diversi villaggi sono stati conquistati dalle tribù arabe. Gli scontri sono ancora in corso, con l’Sdf che sta avendo non poche difficoltà a ripristinare lo status quo di agosto.

I drusi in piazza

Da non sottovalutare inoltre quanto sta accadendo nella provincia di As Suweyda. Le proteste iniziate nelle ultime settimane si mantengono al momento pacifiche, ma potrebbero avere importanti conseguenze politiche. In primis perché la minoranza drusa, molto rappresentata nella regione, è sempre stata neutrale. Anzi, diversi membri dell’esercito siriano sono drusi e nel corso della guerra alcuni di loro sono stati annoverati come veri e propri eroi. A partire dal generale Issam Zahreddine, colui che ha difeso la città di Deir Ezzor da un assedio dell’Isis durato tre anni.

In diverse manifestazioni sono apparsi slogan contro Assad, mentre nelle scorse ore una gigantografia di Hafez Al Assad, padre del presidente, è stata rimossa da un edificio governativo di As Suweyda. I cittadini si sono scagliati contro l’eliminazione di sussidi per una parte della popolazione e hanno denunciato casi di corruzione tra le autorità locali. Una scintilla quindi che per Damasco potrebbe rappresentare un ulteriore campanello di allarme.

Stallo economico e inflazione rischiano di far implodere la Siria

L’insofferenza per le condizioni economiche emersa ad As Suweyda è specchio di un Paese che, nonostante un conflitto a bassa intensità e una sostanziale stabilità ritrovata nelle più grandi città in mano al governo, stenta a riprendersi. La ricostruzione nelle città martoriate dalla guerra non è mai decollata del tutto, mentre il Covid prima e la guerra in Ucraina dopo hanno contribuito all’innalzamento dei prezzi e quindi a un ulteriore deterioramento delle condizioni di vita delle famiglie meno abbienti. A questo, occorre poi aggiungere l’effetto deleterio delle sanzioni di Usa e Ue solo parzialmente interrotte dopo il terremoto che ha distrutto il nord della Siria il 6 febbraio scorso.

Un mix letale per un’economia bloccata e impossibilitata a ripartire. La fame e la penuria di generi di prima necessità, ad oggi potrebbero rappresentare le più gravi minacce sia per la tenuta di Assad che per la più generale tenuta della società siriana.

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