La battaglia del check point Pasta, l’episodio che più clamore ha destato nel nostro Paese essendosi concluso con la morte di tre soldati italiani, altro non ha rappresentato che un’avvisaglia di quel 1993. Un anno terribile per la Somalia, lì dove è avvenuta la battaglia che ha coinvolto il nostro esercito, e per l’intero Corno d’Africa. Una regione del mondo che da quel momento in poi ha cambiato volto. In quello stesso anno, si è avuta l’indipendenza dell’Eritrea dall’Etiopia con il contestuale inizio di un conflitto mai veramente domato. Trent’anni di guerre, di golpe provati o mancati, di nuove rivendicazioni. Ma anche di nuove speranze per una regione in grado di avere ancora adesso al suo interno molteplici potenzialità.
La Somalia come paradigma della regione
Quando si parla di Somalia, spesso oggi si fa riferimento a ciò che rappresenta in ambito internazionale. E cioè l’esempio più drammatico di Stato fallito. Tutto è partito due anni prima di quel 1993, dalla destituzione di Siad Barre. Quest’ultimo, al potere dal 1969, sul finire degli anni ’80 ha iniziato a fronteggiare la progressiva erosione della sua autorità. Nonostante la repressione molto dura contro il dissenso, in particolare nella regione del Somaliland, lì dove da tempo erano attivi movimenti di indipendenza.
Barre alla fine ha dovuto cedere: il 26 gennaio 1991 è stato esautorato dopo l’ennesima ribellione nella capitale Mogadiscio. Mentre si trovava in esilio a Lagos, ai fedelissimi che gli chiedevano di tornare a provare a riprendere il potere ha risposto dichiarando come, da quel momento in poi, la Somalia era destinata a diventare ingovernabile. Una frase che si è rivelata una profezia. Dopo la fine di Barre, a Mogadiscio non si è più avuto alcun governo in grado di esercitare il proprio potere nell’intero territorio nazionale. In un primo momento però il mondo è sembrato non accorgersene. Nei giorni in cui Barre veniva rovesciato, in Iraq era in corso la prima guerra del Golfo. Nessuno quindi prestava molta attenzione al Corno d’Africa.
Foto: EPA/DAI KUROKAWA
L’instabilità somala ha iniziato a destare clamore solo nel 1992, quando le Nazioni Unite hanno autorizzato la missione Unosom con l’intento di riportare ordine nel Paese. L’operazione però non ha avuto successo e nel dicembre 1992 è stata così varata la missione militare Unitaf. Contingenti di Stati Uniti, Italia, Francia, Belgio e altri Paesi entro il gennaio 1993 hanno completato il loro dispiegamento nel Paese con l’obiettivo di fermare almeno le violenze in corso tra clan rivali. Si è così arrivati alle tragedie di quell’anno, le quali hanno evidenziato agli occhi del mondo la reale impossibilità di riportare ordine in Somalia.
Il 5 giugno 1993 si è avuta la prima strage di caschi blu: in un episodio passato alla storia come la “battaglia della radio“, 23 militari pakistani sono stati uccisi dai ribelli somali. Il 2 luglio si ha quindi la battaglia del check point Pasta, dal nome del posto di blocco fissato vicino la sede di un ex pastificio. Si è trattato della prima battaglia che ha coinvolto l’esercito italiano dalla fine della seconda guerra mondiale. Il bilancio grave registrato alla fine di quella giornata, ha reso ancora più evidente la gravità della situazione. A ottobre infine, l’abbattimento di due Black Hawk ha provocato la morte di 19 soldati Usa durante uno degli episodi più cruenti della missione. L’anno dopo i contingenti internazionali hanno optato per il ritiro. Da allora sono seguiti 14 tentativi di ridare alla Somalia l’aspetto di uno Stato sovrano e con un governo riconosciuto da tutti. Nessuno però è andato a segno.
Soltanto nel 2011 la situazione, sotto il profilo della sicurezza, ha registrato un primo miglioramento. L’anno dopo è stata proclamata la Repubblica Federale somala, ma i problemi restano: intere regioni sono fuori dal controllo di Mogadiscio, negli ultimi mesi nel Somaliland sono esplosi nuovi scontri tra forze rivali e sul Paese inoltre rimane sempre lo spettro del terrorismo di Al Shabaab, costola somala di Al Qaeda. Le continue tensioni in Somalia appaiono come lo specchio delle continue destabilizzazioni del Corno d’Africa.
Eritrea-Etiopia, un conflitto mai domato
Sempre nel 1993 è arrivata anche l’indipendenza dell’Eritrea. Il 27 maggio gran parte della popolazione ha votato a favore del distacco dall’Etiopia. Sembrava l’inizio di un processo di pacificazione della regione ma, al contrario, proprio come in Somalia si è assistito all’inizio di un conflitto destinato a durare interi decenni. Tra Asmara ed Addis Abeba i rapporti da subito sono stati molto tesi. In Eritrea il potere è stato da subito preso da Isaias Afewerki, ancora oggi a capo del governo di Asmara. La sua viene considerata come una delle dittature più dure dell’intero continente, tanto che in ambito internazionale si parla dell’Eritrea come della “Corea del Nord africana”. In Etiopia invece, dal 1994 in poi si è assistito alla presa di potere del Tplf, il partito dei Tigrè etiope destinato a dominare la scena fino al 2018.
Dopo anni di tensione lungo i nuovi confini, nel 1998 si è arrivati a un conflitto armato vero e proprio. La disputa ha riguardato la cittadina di Badme, rivendicata da entrambi i Paesi. I combattimenti sono andati avanti fino al 2000, quando ad Algeri le parti hanno firmato un cessate il fuoco. Tuttavia, i due eserciti hanno continuato a fronteggiarsi per due lunghe decadi. Soltanto nel 2018 a Gedda i due governi hanno siglato un vero e proprio accordo di pace, con l’Etiopia che si è così ritirata dalle aree contese. L’accordo è stato mediato soprattutto dai Paesi del Golfo, interessati a ottenere una stabilizzazione del Corno d’Africa. I rapporti diplomatici sono stati ripristinati, i confini riaperti. Ma sulla pace si è addensata l’ombra di un altro conflitto, questa volta tutto interno all’Etiopia e che ha riguardato la regione del Tigray. Ad ogni modo, dal 1993 in poi l’intera area ha vissuto, tra Somalia, Etiopia ed Eritrea, all’interno di più conflitti. Circostanza che ancora oggi pesa sulle speranze di sviluppo di questi Paesi.
Lo spettro del terrorismo
Come accennato in precedenza, il Corno d’Africa deve affrontare anche i problemi legati al terrorismo islamico. Al Shabaab, nato in Somalia, non minaccia solo Mogadiscio. Al contrario, diversi attentati sono stati portati avanti in Kenya, come nel caso dell’attacco al campus universitario di Garissa avvenuto nel 2015. Il gruppo, erede delle Corti Islamiche, ha approfittato dell’instabilità somala per ramificarsi sul territorio e dilagare nella regione. La sua influenza e la sua pericolosità è quindi direttamente figlia del caos mai del tutto domato in Somalia.
Tra nuove speranze e vecchi problemi
Eppure, l’inizio del nuovo decennio ha portato nel Corno d’Africa molteplici speranze. L’accordo tra Asmara e Addis Abeba ha consentito il ripristino di relazioni diplomatiche prima interrotte. E non solo tra i due Paesi, ma anche tra altri attori della regione. Anche Somalia ed Eritrea hanno ripreso il loro dialogo, con l’apertura delle rispettiva ambasciate e con l’incontro tra i rispettivi rappresentanti di governo.
Sotto il profilo economico, l’Etiopia è tra i Paesi con la maggiore crescita in Africa e in grado di registrare incrementi nell’ordine del 10% del Pil. Il governo è impegnato nella costruzione di infrastrutture, come la cosiddetta “Diga della rinascita“. Gli ultimi anni sono stati anche quelli dell’inaugurazione del moderno aeroporto di Addis Abeba, oltre che della nuova ferrovia che collega la capitale con Gibuti. La posizione strategica del Corno d’Africa accende speranze e mette in risalto le potenzialità della regione. Potenzialità che però potrebbero rimanere tali se le tensioni e l’instabilità non verranno definitivamente debellate.