La storia della prima guerra del Golfo

Con il termine prima guerra del Golfo si intende un conflitto andato avanti tra il 16 gennaio 1991 e il 28 febbraio 1991 tra l’Iraq di Saddam Hussein e una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Le ostilità però iniziano alcuni mesi prima, con l’invasione dell’esercito iracheno del territorio del Kuwait. Fino al 2003 il conflitto è noto semplicemente come “guerra del Golfo”, ma con la seconda operazione avviata dagli Usa contro l’Iraq in quell’anno la storiografia inizia ad indicarla come prima guerra del Golfo, per distinguerla dal secondo conflitto.

Il 2 agosto 1990 il presidente iracheno Saddam Hussein ordina alle sue truppe di attraversare i confini con il Kuwait, piccolo Stato del Golfo retto dagli emiri della famiglia Al Sabah. L’obiettivo è quello di annettere il suo territorio e farne parte integrante dell’Iraq. In questo modo si avvia una fase di tensione nella regione che vede Saddam Hussein nel mirino.

L’operazione militare irachena dura complessivamente quattro ore. Baghdad dispone in Kuwait di una forza di almeno centomila uomini e 300 carri armati. In tal modo, sfruttando anche il fattore sorpresa, l’Iraq riesce a spegnere subito la resistenza kuwaitiana. La piccola aviazione dell’emirato ripara in Arabia Saudita, l’emiro Jaber al Sabah fugge anch’egli nel regno dei Saud. Durante le operazioni muoiono circa 200 persone tra civili e soldati. A fine giornata Saddam Hussein rivendica la totale occupazione del Kuwait.

Il motivo della scelta di Baghdad di invadere il Kuwait è da ricercare in diversi fattori. Dal 1980 al 1988 l’Iraq è impegnato in una cruenta e devastante guerra con l’Iran, terminata senza vincitori e vinti ma che di fatto dissangua le casse dello Stato. Saddam Hussein vede in quell’avventura militare la possibilità di fare dell’Iraq una potenza regionale e di diventare riferimento del mondo arabo contro la neonata teocrazia insediatasi a Teheran.

Al termine del conflitto però il Paese versa in condizioni drammatiche. Per risollevare la situazione, Baghdad ha un disperato bisogno di incrementare l’estrazione di petrolio, di cui il territorio è molto ricco, e guadagnare dal greggio i soldi necessari alla ricostruzione. Tuttavia nell’estate del 1990 la condizione del mercato dell’oro nero è lontana dalla condizione auspicata dagli iracheni. Si assiste infatti a un surplus della produzione che porta a un crollo del prezzo del petrolio, con conseguente danno per le casse di Baghdad.

Saddam Hussein sospetta che dietro questa situazione c’è la mano del Kuwait. Il 17 luglio 1990 in un discorso televisivo denuncia pubblicamente il governo dell’emiro Jaber di inflazionare il mercato per arrecare danni economici all’Iraq. Il giorno seguente la denuncia diventa anche ufficiale, con il vice presidente iracheno Tareq Aziz che invia le accuse di Baghdad contro Kuwait City alla Lega Araba. Nel documento inoltre, l’Iraq mostra prove di presunti furti di petrolio da parte delle società kuwaitiane compiuti lungo i 120 km di confine tra i due Paesi. Il governo di Saddam Hussein chiede quindi, per compensazione, l’annullamento di un credito vantato dal Kuwait di almeno dieci miliardi di Dollari.

La mediazione arriva dal cartello petrolifero dell’Opec, che decide di aumentare il prezzo del petrolio. Questo però non basta a far recuperare all’Iraq i soldi necessari al proprio fabbisogno e a ripagare i debiti della guerra con l’Iran. A questi fattori economici Baghdad aggiunge anche rivendicazioni politiche: secondo l’Iraq, il Kuwait è da considerare, per ragioni storiche e culturali, una propria provincia.

Subito dopo l’invasione del 2 agosto 1990 la comunità internazionale reagisce duramente contro Saddam Hussein. L’azione viene da più parti considerata come un’aggressione contro uno Stato sovrano. Il rais però dal canto suo, prima di far avanzare le sue truppe in Kuwait, spera in un “lasciapassare” soprattutto da parte Usa. Questo in virtù del sostegno ricevuto da Baghdad nella guerra contro l’Iran. Da Washington e da buona parte dei Paesi della Lega Araba però la condanna è netta.

Il 4 agosto il presidente statunitense George Bush intima all’Iraq di ritirarsi dal Kuwait. Il 6 agosto il consiglio di sicurezza Onu vota a favore di sanzioni contro Baghdad. Gli unici a votare in modo contrario sono Cuba e Yemen, Paesi però che non hanno il diritto di veto. Anche l’Unione Sovietica si schiera contro l’invasione del Kuwait. Nel frattempo la Casa Bianca fa sapere di aver avviato contatti con almeno 60 Paesi per preparare una dura reazione nei confronti dell’azione di Saddam Hussein.

Il 7 agosto, appena 5 giorni dopo l’invasione del Kuwait, gli Usa avviano la prima operazione militare. Il suo nome in codice è Desert Shield, ossia “scudo nel deserto”. L’obiettivo è contenere le ambizioni dell’Iraq e mettere forte pressione sulle truppe di Saddam Hussein. Formalmente a chiedere l’inizio dell’operazione è il governo dell’Arabia Saudita, preoccupato dalla possibilità che l’esercito iracheno dopo il Kuwait potesse invadere anche il territorio di Riad.

L’intervento Usa però serve soprattutto per “circondare” Saddam. La Desert Shield consiste infatti nell’invio di numerose truppe statunitensi in Arabia Saudita. Uno scudo per l’appunto a difesa degli alleati più fedeli a Washington nella regione. Ai soldati e ai mezzi Usa si affiancano quelli di una vasta coalizione internazionale formata da 34 Paesi. Tra questi figurano alcuni appartenenti alla Lega Araba, tra cui Oman, Qatar, Marocco, Bahrein ed Egitto, oltre ovviamente all’Arabia Saudita. Nella coalizione è compresa anche l’Italia. Il rais a Baghdad sa adesso che lungo i propri confini ci sono diversi eserciti in grado di penetrare nel territorio kuwaitiano e iracheno.

Durante l’estate e l’autunno successivo la battaglia è diplomatica. Gli Usa lavorano per avere dalla propria parte un largo consenso internazionale. Il 9 settembre a Helsinki il presidente Bush incontra il leader sovietico Gorbacev. Mosca si allinea alla condanna statunitense dell’invasione del Kuwait e vengono intavolate trattative in cui l’Urss promette la neutralità in un eventuale conflitto con Saddam, in cambio di aiuti economici. Un gesto figlio della fine della guerra fredda, definitivamente superata negli anni precedenti.

Come risposta, il rais iracheno chiude le frontiere e trattiene all’interno dei propri confini circa diecimila lavoratori stranieri. Tra questi molti sono occidentali. La presenza di cittadini europei ed americani è per Saddam Hussein una delle poche carte diplomatiche da poter usare. Più volte il leader iracheno si fa vedere in Tv con alcuni dei lavoratori occidentali, nel tentativo di far vedere all’opinione pubblica occidentale il trattamento rispettoso avuto nei loro confronti.

A livello mediatico però in occidente la figura di Saddam Hussein esce indebolita. Nei principali network si parla di presunti abusi perpetuati dalle sue truppe in Kuwait e di razzie compiute negli ospedali. Una testimonianza in tal senso viene resa, dinnanzi a una commissione del congresso Usa, da Nariyah, una ragazza kuwaitiana. Davanti ai deputati, la quindicenne dichiara di aver visto le incubatrici dell’ospedale di Kuwait City rovesciate dalle truppe irachene le quali avrebbero poi ucciso i neonati. Nei mesi successivi emerge come la ragazza in realtà è figlia dell’ambasciatore del Kuwait negli Usa e non ha mai messo piede nel suo Paese. La sua testimonianza è frutto di una campagna portata avanti dalla società di pubbliche relazioni Hill&Knowlton, pagata dal governo kuwaitiano in esilio.

La storia però contribuisce a dare dell’Iraq un’immagine molto negativa. Anche se negli Usa e in Europa l’opinione pubblica non si mostra particolarmente incline a una guerra, l’eventualità di un conflitto non trova forte opposizione. L’uso della forza nei mesi successivi appare quindi sempre più probabile.

Si arriva così al 29 novembre 1990: il consiglio di sicurezza Onu vota la risoluzione 678, con la quale per la prima volta si fa esplicito riferimento alla possibilità dell’impiego degli eserciti della coalizione internazionale contro l’Iraq. Viene anche fissato un ultimatum: le truppe irachene devono lasciare il Kuwait entro il 15 gennaio 1991. Diversamente potrebbe essere guerra. La situazione quindi precipita. Migliaia di soldati iracheni vengono spostati in Kuwait, le ambasciate a Baghdad sono chiuse e Saddam Hussein, nell’ultimo tentativo di affrancarsi dalla cattiva immagine prodotta a livello mediatico, rilascia entro il 6 dicembre tutti i lavoratori occidentali. L’Iraq, gli Usa e il mondo intero si preparano oramai al conflitto.

Nei giorni precedenti alla scadenza dell’ultimatum dell’Onu la diplomazia non riesce a fare passi avanti. Il dispiegamento delle forze Usa e della coalizione internazionale in Arabia Saudita fa presagire l’inizio delle operazioni militari vere e proprie. Quando nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1991 l’ultimatum è oramai archiviato, le prime sirene antiaeree svegliano gli abitanti di Baghdad. Peter Arnett, inviato della Cnn, è tra i primi a chiedere la linea per far ascoltare i rumori delle esplosioni causate dai bombardamenti. È questo l’inizio della prima guerra del golfo. Non si parla più di Desert Shield, bensì di Desert Storm, ossia “tempesta del deserto”, nome in codice dato all’azione militare contro l’Iraq. Da Washington, quando a Baghdad è notte mentre negli Usa è piena ora di cena, il presidente Bush conferma l’inizio dell’attacco. Soltanto al mattino Saddam Hussein si fa sentire in radio, promettendo resistenza. Il rais iracheno si mostra anche in tv nel pomeriggio prima in preghiera nel suo studio, successivamente in una riunione con i propri collaboratori più stretti. Appare chiaro, dopo le prime ore di conflitto, che nessuna delle parti in causa vuole cedere.

Le operazioni militari a guida Usa vengono pianificate in due fasi. La prima consiste in una massiccia campagna di bombardamenti. L’esigenza del Pentagono è quella di impedire agli iracheni un’immediata risposta alle azioni della coalizione. Vengono dunque bersagliate caserme, siti di lancio dei missili, basi aeree. A Baghdad sono presi di mira alcuni palazzi del governo e altri luoghi strategici situati in pieno centro. Secondo le prime informazioni emesse dai responsabili della difesa Usa, le prime ondate di bombardamenti hanno successo. Questo perché all’Iraq vengono meno diverse infrastrutture difensive e di risposta. Soprattutto i primi attacchi sono molto violenti e lasciano Saddam Hussein con poche carte da giocare.

Alla campagna aerea partecipano tutti gli alleati Usa. Un primo incidente riguardante la coalizione internazionale si ha nel secondo giorno di guerra. Un tornado italiano con a bordo il maggiore Gianmarco Bellini e il capitano Maurizio Cocciolone viene abbattuto dalla contraerea irachena. Il 20 gennaio la Tv irachena mostra Cocciolone intervistato, con il volto tumefatto e con evidenti ferite da percosse. Il video fa il giro del mondo. I due, assieme ad altri prigionieri di guerra, vengono rilasciati nelle settimane successive. La campagna aerea va avanti per circa un mese. Oltre alle infrastrutture vengono colpiti anche centri di comunicazione militare. La risposta irachena è resa meno efficace dalle diserzioni avvenute a partire da febbraio. Durante la prima settimana di guerra infatti l’aviazione di Baghdad, tramite i propri piloti più esperti, riesce ad effettuare alcune importanti sortite. Ma l’intensità dei bombardamenti Usa mette fuori gioco diversi mezzi. Da qui la fuga di numerosi equipaggi verso l’Iran. Si parla di più di 100 aerei iracheni atterrati nel Paese confinante in pochi giorni.

Non mancano episodi controversi, come quello del 13 febbraio in cui alcuni missili centrano a Baghdad un rifugio antiaereo. Si contano, secondo le autorità locali, più di 400 civili morti. Per gli Usa l’area è utilizzata come centro di comunicazione e non invece come raduno per la popolazione. La strage, riportata anche dalla Cnn, è forse una delle più gravi del conflitto. Secondo gli iracheni è la dimostrazione dell’inefficacia delle bombe intelligenti, i missili a guida laser che costituiscono il più recente vanto dell’industria bellica Usa, adoperati però (come si scoprirà a fine conflitto) soltanto nel 7% delle incursioni.

Con l’avvio della campagna di bombardamenti appare chiara anche la composizione dell’alleanza contro l’Iraq. In totale sono 34 i Paesi che mettono a disposizione mezzi e uomini, a cui si aggiungono alcuni governi, quali quello di Israele, che appoggiano politicamente l’azione bellica. Ne fanno parte diversi Stati della Lega Araba, eccezion fatta per la Libia e lo Yemen, mentre la Giordania si dichiara neutrale. Dall’Europa arriva l’appoggio di Regno Unito, Francia, Italia, Spagna, Grecia, Danimarca, Belgio, Paesi Bassi, Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria. All’interno della coalizione è compreso il Pakistan, il Canada, l’Australia, oltre che altri Paesi minori dell’Africa e del medio oriente.

Per Saddam Hussein la coalizione anti Iraq è destinata a sfaldarsi. Questo soprattutto per via della sua eterogeneità, dimostrata ad esempio dalla presenza di Siria e Israele, due Paesi da sempre formalmente in guerra. Lo Stato ebraico però non partecipa attivamente al conflitto. L’obiettivo di Baghdad è trascinare Israele in guerra, in modo da far ritirare l’appoggio alla coalizione dato dagli altri Stati arabi.

Ecco perché da subito c’è il forte sospetto che l’Iraq voglia lanciare missili contro Israele. I bombardamenti Usa mirano da subito a distruggere le rampe di lancio degli scud per prevenire questa minaccia. In effetti già a gennaio sono diversi i missili inviati sopra i cieli israeliani. In alcuni casi la contraerea non riesce ad intercettarli. Nonostante gli attacchi, il governo di Israele decide comunque di non entrare in guerra, facendo così fallire i piani politici del rais.

Altri attacchi missilistici iracheni sono diretti anche verso l’Arabia Saudita, Paese che ospita la maggior parte delle truppe e delle forze internazionali. Il sistema patriot statunitense riesce a schermare i cieli sauditi, ma il 25 febbraio 1991 un missile scud centra la base di Dahrahn, causando 25 vittime militari.

Dopo più di un mese di bombardamenti aerei l’Iraq è allo stremo. Il Paese si presenta con infrastrutture militari in gran parte inutilizzabili, mentre l’economia è ferma. Nelle città non si trovano generi alimentari, scarseggiano i farmaci, la popolazione inizia a patire le più tragiche conseguenze sociali del conflitto. Tuttavia Saddam Hussein non rinuncia alla difesa del Kuwait. Il 24 febbraio però, notando le difficoltà irachene, la coalizione a guida Usa decide di lanciare l’operazione Desert Sabre, “sciabola del deserto”. Si tratta dell’azione di terra volta a prendere Kuwait City.

L’Iraq, temendo un’invasione dal mare, nelle settimane precedenti fortifica le difese costiere del Kuwait. Ma i comandi Usa decidono, assieme alle truppe saudite, di penetrare via terra proprio dall’Arabia Saudita.

L’avanzata della coalizione verso Kuwait City non incontra ostacoli durante le prime ore dei combattimenti via terra. In parte questo è dovuto all’effetto sorpresa dato dall’incursione via terra, in parte dal fatto che soldati americani, francesi e inglesi operano anche in pieno territorio iracheno per impedire controffensive da nord.

La risposta della Guardia Repubblicana irachena, corpo d’élite dell’esercito di Saddam, appare inefficace. Molti soldati disertano, altri si arrendono. Soltanto il 26 febbraio le truppe di Baghdad riescono ad offrire un’importante resistenza nella cosiddetta battaglia di “Phase Line Bullet”. Qui, non lontano da Kuwait City, gli iracheni grazie anche a una tempesta di vento e alla visibilità resa scarsa dagli incendi appiccati in alcuni pozzi petroliferi, bloccano per alcune ore i soldati Usa. Soltanto il giorno dopo i marines riescono ad avere ragione delle truppe di Baghdad e riprendono l’avanzata.

A quel punto, nella tarda mattinata del 27 febbraio, Saddam Hussein ordina il ritiro dal Kuwait. La Guardia Repubblica viene chiamata a difendere Baghdad. Il messaggio del presidente iracheno non viene però recepito da alcune brigate concentrate nella difesa dell’aeroporto di Kuwait City. Attorno lo scalo gli ultimi soldati rimasti organizzano una forte resistenza contro la coalizione a guida Usa. Gli statunitensi, assieme ai sauditi e a reparti kuwaitiani entranti nel Paese, riescono a prendere il controllo della zona solo dopo diverse ore di battaglia. Il 28 febbraio gli alleati entrano definitivamente a Kuwait City, ponendo fine alla guerra. La coalizione internazionale piange in totale 1.100 vittime, gli iracheni invece 35.000. Lo stesso 28 febbraio il presidente Bush dichiara lo stop delle ostilità e l’avvenuta liberazione del Kuwait.

Poco prima della definitiva fine della guerra, in territorio iracheno si assiste a un altro degli episodi più controversi. Il 27 febbraio, durante la ritirata delle truppe di Saddam, un convoglio composto da più di 1.500 veicoli viene bersagliato dagli aerei Usa. Il fatto avviene lungo l’autostrada 80, arteria che collega Kuwait City con Bassora. I soldati, assieme a volontari dell’Olp ed a prigionieri di guerra, sono quindi in procinto di rientrare in Iraq.

Il convoglio viene colpito sia in testa che in coda, bloccando di fatto tutti i veicoli nella catena centrale. A più ondate l’intero gruppo di mezzi viene preso di mira. Quando qualche ora dopo sul posto giungono i giornalisti, si ha la prima vera immagine di guerra proiettata nelle case dei telespettatori. Lo spettacolo è drammatico. Lunghe file di veicoli sono ammassati al centro e ai lati della carreggiata. Non c’è contezza del numero esatto di morti. Gli iracheni e alcuni commentatori parlano di più di 1.000 deceduti, altri invece sostengono che molte persone a bordo dei mezzi bersagliati sono riusciti a mettersi in salvo prima dei bombardamenti. Sta di fatto che l’episodio suscita non poco clamore. Specialmente perché a parte dell’opinione pubblica statunitense l’azione compiuta contro mezzi in ritirata e dunque inoffensivi appare inopportuna.

Subito dopo l’inizio delle operazioni terrestri, anche il territorio iracheno viene coinvolto nel conflitto. Nel tentativo di evitare incursioni da nord, le truppe della coalizione circondano le parti settentrionali del Kuwait e dunque si muovono nel sud dell’Iraq. La ritirata dei soldati di Saddam e la poca resistenza offerta, permette un’avanzata in profondità nelle province meridionali irachene. Truppe Usa arrivano a circa 150 km da Baghdad. Tuttavia da Washington giunge l’ordine di cessare i combattimenti dopo la liberazione di Kuwait City. Nel giro di poche ore i mezzi americani tornano in territorio kuwaitiano e saudita, lasciando l’Iraq. Saddam Hussein perde la guerra ma vede il proprio governo rimanere al potere.

La prima guerra del Golfo è anche la prima ad essere quasi interamente coperta dalla televisione. Il conflitto entra costantemente nelle case e nei palinsesti, ogni giorno vengono trasmesse ore di diretta sia da Baghdad che dagli altri punti caldi del conflitto. L’uso della tecnologia satellitare permette collegamenti dalla capitale irachena durante i bombardamenti, il telespettatore segue la campagna aerea dalla stessa prospettiva di chi si trova sul posto. Ma paradossalmente la crudeltà della guerra è più nascosta che in altre occasioni. Gli spettatori, soprattutto quando negli Usa è sera, hanno in quei giorni un vero e proprio appuntamento fisso con i collegamenti dall’Iraq e con le immagini dei bombardamenti, ma non si vede né la distruzione e né il dramma creato dalle bombe. L’unico vero episodio che dà la dimensione del conflitto è legato ai video della strade dell’autostrada 80. Tra i network internazionali, un ruolo di primo piano è rivestito dalla Cnn. Anche per questi aspetti mediatici la guerra in Iraq del 1991 può essere considerata un punto di svolta.

Dopo la guerra il Kuwait riacquista la sua sovranità e la famiglia reale torna a governare il Paese. Le conseguenze peggiori sono ovviamente a danno dell’Iraq. Saddam Hussein conserva il potere, ma il prezzo pagato è molto alto. In primo luogo le condizioni economiche ed infrastrutturali appaiono drammatiche. Ponti, centrali elettriche ed aeroporti sono fuori uso. Sotto il profilo politico, Baghdad è sottoposta a un grave regime di embargo. Il governo non può vendere il petrolio e anche gli scambi commerciali sono ridotti al minimo. Ben presto sugli scaffali dei supermercati e dei negozi scarseggiano i beni di prima necessità.

A livello politico poi la coalizione internazionale impone a Saddam Hussein due no fly zone: una a nord e una a sud. L’obiettivo è evitare l’uso dell’aviazione contro possibili ribellioni nelle province curde o sciite, nemiche del rais. In tal modo la sovranità dell’Iraq è limitata. Curdi e sciiti provano comunque a ribellarsi e per diversi mesi dopo la guerra il Paese è sconvolto da ondate di proteste, represse da Saddam con l’occidente che anche in questo caso preferisce comunque non intervenire direttamente contro Baghdad.

Gli Usa dal canto loro si consolidano nel ruolo di “iperpotenza solitaria”, termine coniato dall’ex ministro degli Esteri francese Hubert Védrine, emerso con la fine della guerra fredda. Si apre una fase, a livello internazionale, dominata soprattutto dalle velleità politiche e militari di Washington.