L’Ucraina è ciò che in geofilosofia si suol definire un “luogo del destino”. Luogo che, in questo caso specifico, ha storicamente compiuto il proprio nome fungendo da crocevia di civiltà, culture e imperi. Ucraina, antidiluviana ambizione delle genti d’Europa, mela rossa della Sublime Porta e culla dell’Impero russo; la prima grande guerra della competizione tra grandi potenze non sarebbe potuta scoppiare che qui.
Nelle terre insanguinate della vena scoperta del Vecchio Continente, all’ombra del confronto tra Alleanza Atlantica e Russia, stanno svolgendosi una pluralità di sotto-guerre. Guerre tra ceceni. Guerre tra turchi. Guerre tra cinesi. Guerre tra identità, dove le forze politiche giocano sull’attaccamento dei popoli ad un’idea con l’obiettivo di attrarre combattenti volontari e di magnetizzare il consenso di talune opinioni pubbliche. Una guerra civile spagnola al cubo.
L’Ucraina è il luogo in cui, dietro il materialismo delle armi, pope ortodossi, imam e rabbini lanciano anatemi al nemico, catechizzano i fedeli sulla giusta causa e sulla natura escatologica della guerra e reclutano con più ardore degli arruolatori militari. In Ucraina è guerra santa mondiale.
Il jihād ai tempi della guerra in Ucraina
Gli imperi non hanno religioni, hanno instrumenta regni. Il loro credo è la missione civilizzatrice. Il loro mezzo è la violenza redentrice. Il loro fine è la grandezza. Ciò vale per gli Stati Uniti, evangelica città sul collina dal manifesto destino, come per la Russia, biblico katéchon, Terza Roma e Seconda Mecca.
Impossibile era, dato il coinvolgimento della Russia – impero messianico –, che l’Ucraina non si trasformasse in un huntingtoniano scontro di civiltà. Scontro della cui dimensione metafisica si parla frequentemente in riferimento ai sermoni guerreschi di Cirillo, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, ma più raramente in merito al fattore Islam.
In Ucraina è guerra santa mondiale. Fratricidio tra popoli ortodossi – dai tempi delle battaglie, nel post-Euromaidan, tra l’Armata ortodossa russa e il Battaglione Azov. Fratricidio tra popoli turchici e turanici – ceceni contro ceceni, tatari contro tatari, turchi contro turchi. E fratricidio tra membri della umma – con alcuni musulmani schierati con Kiev e con altri allineati con Mosca. Jihād in salsa ucraina.
A fianco di Kiev è possibile trovare i ceceni dei battaglioni Džochar Dudaev e Sceicco Mansur – peraltro impegnati nell’organizzazione di un’insurgenza nella loro terra natia – e i tatari della divisione Crimea, nonché elementi radicali e terroristici di Stato Islamico, Fronte al-Nusra, Esercito siriano libero, Hizb-ut-Tahrir e Hayat Tahrir al-Sham. Sullo sfondo delle segnalazioni di volontari albanesi, azeri, bosgnacchi, centrasiatici e kosovari.
Dalla parte di Mosca combattono i ceceni fedeli a Ramzan Kadyrov, ossia i kadyroviti, ma anche curdi, libanesi, libici e siriani – più di 500. E circa 16.000 volontari, secondo il Cremlino, sarebbero pronti a partire da tutto il Medio Oriente se chiamati.
Nell’attesa dell’Al-Malḥamat Al-Kubrā
Il dār al-Islām si è mobilitato massicciamente per l’Ucraina, inviando nella fonte battesimale del Mondo russo un numero inquantificabile di combattenti, sicuramente nell’ordine di migliaia, che potrebbe fare la differenza più a guerra finita che a guerra in corso. L’amaro ricordo di uno scenario afgano, innesco della primavera di separatismo etno-religioso del Caucaso settentrionale, turba i sonni del Cremlino.
I soldati dell’islamosfera sono motivati da una profonda convizione: è una causa giusta, una guerra santa. Chi muore in Ucraina combattendo per i russi è un martire sulla strada di Allah, parola del consigliere di Kadyrov, Adam Shakhidov, e di Kadyrov in persona. Chi muore combattendo contro i russi riceve ricompense nell’aldilà, parola del filoqaedista Abu Maria al-Qahtani. Appoggiare la causa ucraina è un dovere per ogni musulmano, parola di Akhmed Zakayev, primo ministro dell’Ichkeria, di Said Ismagilov, muftì dell’amministrazione religiosa dell’umma ucraina, e di Ayder Rustemov, tra i capi religiosi dei tatari crimeani. Lo stesso credo, ma una visione contrapposta del conflitto.
Alla luce della pronunciatezza del lato musulmano della guerra in Ucraina, è curioso, ma non sorprendente, che lo stesso Cremlino abbia introiettato termini propri del vocabolario islamico. Nell’aspettativa di aumentare gli arruolamenti di volontari dall’islamosfera. E allo scopo di accattivarsi il consenso dei musulmani di casa e di tutto il mondo.
I cambiamenti contenutistici della propaganda di guerra russa, con l’eloquente passaggio dalla denazificazione alla deshaytanizzazione – Shaytan, Satana nell’Islam – e i richiami a Iblīs – l’equivalente coranico di Lucifero –, sono le lapalissiane evidenze dell’interesse di Mosca verso l’islamosfera. Non segnali di deliri da regime agli sgoccioli, come certa stampa ha titolato, ma indicazioni del pubblico al quale Putin si sta rivolgendo: i musulmani. I musulmani di casa, di cui è fondamentale evitare che cedano alle lusinghe nemiche, dell’estero vicino, in fibrillazione e crescentemente vicino alla Turchia – come esplicitato dal recente semaforo verde del Consiglio Turco all’ingresso di Cipro Nord –, e del resto del mondo.
La denazificazione per mobilitare l’opinione pubblica domestica, allevata al culto della Grande guerra patriottica sin dall’era staliniana. Le denunce contro il neocolonialismo occidentale per fare breccia nel Sud globale. E i riferimenti a Shayṭān, a Iblīs e alla Geènna e le proclamazioni di Jihād per vincere il consenso della umma, sottintendendo che sia la Russia quell’enigmatica ar-Rūm, descritta nel Corano, con la quale si coalizzeranno i musulmani alla Fine dei tempi.
Investire la guerra santa d’Ucraina di una dimensione escatologica percepibile dall’Islam, oltre che legata all’Ortodossia, per il Cremlino è indispensabile. È un balzo in avanti nell’inevitabile ibridazione della Russia, dettata da ragioni demografiche, in Terza Roma e Seconda Mecca. Ed è una semina che, si spera, dovrebbe dare frutti un domani, quando l’ar-Rūm potrebbe avere bisogno del dār al-Islām per affrontare ciò che entrambi ritengono sia il ventre dal quale sorgerà il Dajjāl: l’Occidente.