La guerra in Siria viene considerata oramai come un conflitto “a bassa intensità”. Nel Paese cioè non si vive certo in pace, ma si spara sempre di meno. Va avanti così da diversi mesi e questo per alcune serie di ragioni. In primis, perché le posizioni dei vari attori sul campo sono consolidate da mesi. Le truppe governative fedeli al presidente Bashar Al Assad, e aiutate dalla Russia, controllano le principali città e gran parte della fascia occidentale del territorio siriano.
A est ci sono invece le forze Sdf, a guida curda e in parte sostenute dagli Stati Uniti. Con Washington che mantiene sparuti contingenti nelle campagne di Deir Ezzor a est dell’Eufrate e nell’area di Al Tanf. Infine c’è la questione della provincia di Idlib, l’unica dell’ovest della Siria fuori dal controllo di Damasco e in cui il territorio è nelle mani dell’opposizione, formata qui soprattutto dai gruppi islamisti eredi del Fronte al Nusra. Ossia, per intenderci, la costola siriana di Al Qaeda. Da non dimenticare poi, lungo i confini settentrionali con la Turchia, la presenza di gruppi pagati e addestrati da Ankara in funzione anti curda.

In secondo luogo, gli attori internazionali più influenti in Siria da almeno un anno hanno altre priorità a cui badare. Una Russia impegnata in Ucraina, ha dedicato meno spazio al contesto siriano. Discorso analogo per gli Stati Uniti, mentre per la Turchia di Erdogan l’attuale status quo non rappresenta un dramma. Adesso però qualcosa sembra cambiare. A Idlib nei giorni scorsi l’aviazione russa è tornata a colpire. Mentre a nord di Aleppo, Damasco ha inviato rinforzi in prossimità delle aree controllate dall’Sdf.
Mosca torna a colpire Idlib
Tra lunedì e martedì scorso, nel nord ovest della Siria sono stati segnalati importanti movimenti. Sui cieli di Idlib hanno rifatto la loro comparsa gli aerei dell’aviazione russa. Non accadeva da mesi, almeno da febbraio. Da quando cioè il terremoto con epicentro in Turchia ha devastato intere comunità attorno la città di Idlib. Andando a ritroso in realtà, grandi incursioni coordinate delle aviazioni russe e siriane non venivano registrate da quasi un anno.

Gli aerei hanno colpito alcuni obiettivi sia nell’area del capoluogo che in alcune località limitrofe. Si tratta di zone controllate dagli ex membri del Fronte Al Nusra, gruppo oggi noto con il nome di Tahrir Al Sham. I bombardamenti sono durati parecchie ore e sono stati ripetuti anche nella giornata di mercoledì, quando fonti locali hanno segnalato una massiccia presenza di aerei russi nello spazio aereo della provincia di Idlib. Giovedì invece, a entrare in azione è stata soprattutto l’artiglieria siriana. Un corrispondente di Aleppo Today, in particolare, ha parlato di raid mirati contro le campagne attorno le località di Kafr Nuran e Maarat Al-Naasan. Zone anche in questo caso controllate dagli ex di Al Nusra, anche se ricadenti all’interno degli ultimi lembi di terra della provincia di Aleppo ancora fuori dal controllo di Damasco.
Soldati siriani verso Manbji
Movimenti sono stati registrati anche a nord est di Aleppo e, in particolare, nelle aree rurali del distretto di Manbji. Quest’ultima è la città a maggioranza araba controllata dalle Sdf dall’estate del 2016, quando i curdi hanno cacciato i combattenti dell’Isis. Manbji è una città simbolo anche del passaggio di consegne tra statunitensi e russi in quest’area del Paese: quando nell’estate del 2019 l’allora presidente Donald Trump ha deciso di ridimensionare il contingente di Washington, i militari russi hanno preso possesso di una base militare precedentemente usata dagli americani, qui presenti in aiuto dell’Sdf.
Manbji però è rimasta in gran parte sotto il controllo delle forze curde, nonostante la presenza di soldati russi e siriani. Una fonte militare di Damasco ha parlato su Rojava Network dell’invio di ulteriori truppe siriane nella zona attorno Manbji. Diversi convogli sono stati segnalati negli ultimi giorni. Tuttavia, la stessa fonte militare ha escluso un’escalation tra siriani e curdi.
Cosa potrebbe accadere adesso
Difficile decifrare al momento i movimenti attorno Manbji. Potrebbe trattarsi solo di un ridispiegamento delle forze di Damasco. Ma potrebbe anche significare la volontà del presidente Assad di riprendere definitivamente questa strategica area non così lontana da Aleppo. Diverso è invece il contesto di Idlib: gli ultimi bombardamenti non sembrano di mero avvertimento. Al contrario, potrebbero invece significare l’inizio di una nuova operazione di terra siriana per riprendere la provincia.
Tuttavia questo avrebbe implicazioni politiche non indifferenti. Garante dell’attuale equilibrio a Idlib è Ankara, il cui governo è preoccupato di un’eventuale crisi umanitaria lungo i propri confini causata dalle operazioni militari. Difficile quindi pensare che Erdogan possa aver dato il consenso a un’azione congiunta russo-siriana contro gli ex combattenti del Fronte Al Nusra. A meno di compromessi riguardanti un nuovo via libera di Mosca (e quindi di Damasco) ad operazioni turche contro i gruppi curdo-siriani. Di certo, un contatto diplomatico tra russi e turchi c’è stato. E il tutto a pochi giorni dall’annuncio di una prossima (anche se ancora non ufficialmente fissata) visita di Putin a Erdogan.

