ENI si è aggiudicata una licenza per l’esplorazione offshore di idrocarburi nella provincia petrolifera della Sirte, in una regione della Libia controllata dalle forze del generale Khalifa Haftar. La concessione è stata assegnata a un consorzio guidato da ENI ma in partnership con QatarEnergy, segnando un significativo passo avanti nel rafforzamento della posizione upstream nazionale in Libia.

Con una superficie di circa 29mila km², il blocco della concessione offre un notevole potenziale esplorativo, comprese ampie aree ancora inesplorate che potrebbero ospitare ulteriori accumuli di idrocarburi. Secondo i termini dell’accordo, ENI gestirà la concessione, con il consorzio che deterrà una quota del 100% durante le fasi di esplorazione e sviluppo. I partner prevedono di condurre attività di esplorazione con metodologie sismiche a 2 e 3 dimensioni e di perforazione durante il primo periodo esplorativo quinquennale. Si prevede che l’accordo venga firmato formalmente a Tripoli entro la fine di febbraio, alla presenza dei rappresentanti della NOC (National Oil Corporation) e dei partner del consorzio.

Dalla destabilizzazione della Libia è la prima volta che ENI torna a ottenere concessioni nella zona del Paese controllata dal generale Haftar, che si oppone al governo di Tripoli internazionalmente riconosciuto, ma la compagnia petrolifera nazionale, proprio in Tripolitania, ha ripreso l’attività esplorativa alla fine dello scorso anno quando il 7 ottobre, dopo 5 anni di stop, ha riaperto l’attività di perforazione onshore e offshore. In altre zone della Libia controllata da Tripoli, ENI nel 2023 ha revocato la “dichiarazione di forza maggiore” del 2014 a seguito del completamento di una valutazione del rischio di sicurezza. Il 26 ottobre 2024, la NOC ha dichiarato che ENI aveva avviato l’esplorazione dell’area B del bacino di Ghadames. ENI è attiva in Libia dal 1959 ed è attualmente il principale operatore energetico internazionale del Paese, con una produzione di idrocarburi di circa 162mila barili di petrolio equivalente al giorno nel 2025.

La compagnia, con l’accordo per lo sfruttamento nel Golfo della Sirte, fa segnare un importante e ulteriore passo diplomatico di normalizzazione dei rapporti con Bengasi e torna in una realtà geopolitica molto complessa e caratterizzata dalla ingombrante presenza di attori internazionali anche ostili agli interessi nazionali.

Sappiamo che la Libia di Haftar è in stretto contatto con la Russia, che da anni ha inviato le sue truppe paramilitari dell’Africa Corp (già Gruppo Wagner) insieme a mezzi e aerei da caccia per sostenere il generale. Tali contatti sono proseguiti con continuità sino a oggi: proprio la scorsa settimana un volo di un aviogetto privato è stato osservato tra Mosca e Bengasi. Ma la Russia non è l’unico attore presente nel Paese da tenere sotto osservazione.

La Bielorussia ha avviato un’importante collaborazione con la Libia di Haftar: l’11 novembre scorso, una delegazione bielorussa capitanata dal vice ministro dell’Interno Dmitry Korzyuk è stata accolta a Bengasi per discutere sulla revisione degli accordi esistenti, sul rafforzamento dei legami bilaterali e sull’individuazione di nuovi ambiti di collaborazione, in particolare nella formazione e nello scambio di competenze in settori di sicurezza rilevanti. Nel quadro della lotta alla criminalità, e della modernizzazione delle istituzioni di sicurezza è stato siglato un accordo per sviluppare una formazione specializzata nella sorveglianza con telecamere e per la cessione di moderne tecnologie di sicurezza informatica. I contatti si sono anche avuti nei mesi precedenti, e come diretta conseguenza dal punto di vista militare, unità delle forze speciali libiche di Haftar hanno completato esercitazioni di paracadutismo ad alta quota in Bielorussia.

Ci sono anche il Pakistan e la Cina

La scorsa settimana il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito pakistano, generale Asim Munir, ha incontrato Haftar in Pakistan – ricambiando la visita a Bengasi di dicembre – per discutere soprattutto del recente accordo di forniture militari pakistane per un valore di 4 miliardi dollari, che comprende anche caccia JF-17 – costruiti dal Pakistan insieme alla Repubblica Popolare Cinese (RPC).

Parlando di Pechino, a giugno 2024, le autorità doganali italiane hanno intercettato due droni militari di fabbricazione cinese nel porto di Gioia Tauro. Spedito da Yantian e diretto a Bengasi, il carico era stato occultato come componenti di turbine eoliche nel tentativo di aggirare l’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite alla Libia.

Il recente assassinio di Saif al-Islam Gheddafi, figlio di Muhammad Gheddafi, nel suo confino a Zintan, nella Libia occidentale, ha aggiunto instabilità a un’instabilità fomentata da attori internazionali che potrebbe avere ripercussioni in tutta la Libia, non solo nella Tripolitania già percorsa da diversi assassini politici – tra cui quello di Abdelghani al-Kekli, comandante della più grande milizia di Tripoli, l’Apparato di Supporto alla Stabilizzazione (SSA) avvenuto lo scorso anno. Nonostante Saif fosse sempre rimasto al di fuori del sistema di alleanze e contrasti della Libia odierna, venendo tollerato, contenuto e sorvegliato, ha vissuto sotto il rischio costante di essere assassinato almeno sin dal 2017 per via dell’eredità che portava: quella della famiglia Gheddafi che gode ancora di simpatie tra diversi clan libici della Sirte. Il sistema libico, compreso quello di Haftar, è infatti clientelare, transazionale, e l’eliminazione di Saif ha sostanzialmente eliminato un possibile rivale di Haftar che avrebbe potuto raccogliere consenso tra i clan libici.

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