Le classifiche mondiali di Stati per Pil danno l’Italia oscillante tra il settimo e il nono posto nella graduatoria per Pil nominale e attorno al decimo per Pil a parità di potere d’acquisto: la crisi del coronavirus e la conseguente recessione economica rischiano di impattare sul Paese con una durezza tale da farci sprofondare, alla fine del 2020, in seguito a un crollo del Pil che istituzioni come il Ministero del Tesoro, la Banca d’Italia e l’Ocse prevedono destinato ad aggirarsi tra l’9 e il 14%.

Una recessione talmente tanto dura da portare a un possibile sorpasso da parte di un’altra nazione estremamente provata dalla pandemia, il Brasile, in cui la corsa del contagio e l’insipienza del presidente Jair Bolsonaro non si sono fino ad ora riverberate in uno shock economico pari a quello europeo.

Nonostante alcune notizie confortanti sul fronte dei finanziamenti via Btp, l’Italia rischia. Rischia in primo luogo per la sua intrinseca vulnerabilità legata alla dura prova della pandemia e ai timori di una seconda ondata. Ma anche per l’evoluzione della situazione sul piano politico ed economico in Europa, col Recovery Fund che non dovrebbe arrivare prima del 2021 e il Meccanismo europeo di stabilità che appare sempre più un’incognita da cui stare alla larga.

E se Bruxelles non ci è amica anche all’Eurotower il governo di Giuseppe Conte è tenuto con attenzione sotto osservazione. Il Tempo ha rivelato nella giornata di domenica l’indiscrezione secondo cui “al desk italiano della Bce, orfano di Mario Draghi tutore, il governo di Roma è diventato un sorvegliato speciale e circola un appunto classificato, strictly confidential, che potrebbe guastare per sempre i sogni di gloria di Giuseppe Conte: l’Italia rischia di uscire dal G7, il gruppo delle prime economie del pianeta, aprendo tra l’altro le porte alla troika della UE”. Resta un dubbio se per G7 si debba intendere il consesso che riunisce i capi di Stato e di governo di Usa, Giappone, Germania, Italia, Francia, Regno Unito e Canada o la semplice classifica. La seconda opzione è la più probabile, dato che tra le maggiori economie del pianeta vi sono Paesi non membri del G7 (Cina e India). L’avvertimento è comunque chiaro: il Paese rischia lo schianto e senza una sana politica economica saremo condannati all’irrilevanza.

Il governo Conte brancola nel buio dell’autoreferenzialità. Si pensa decisivo in Europa solo perchè ultra-europeista, goffamente si barcamena tra il confronto con l’Europa del Sud e il tentativo di inseguire l’asse franco-tedesco; tergiversa sui Btp e sulle loro propsettive di finanziamento; annuncia piani con una “potenza di fuoco” senza pari e non riesce a trovare garanzie per la liquidità o a esprimere una linea strategica per il Paese; avendone delegato l’attuazione a una task force, assurdità delle assurdità, finisce per polemizzare anche con quest’ultima e il suo capo, Vittorio Colao, senza avere spazi di mediazione.

Infine, Conte ha convocato a Roma gli Stati generali per raccogliere proposte e idee da parte degli attori sociali ed economici, ma li ha infarciti con una serie di ospiti internazionali tra cui non si può non notare la presenza della Troika al completo, nelle figure di Ursula von der Leyen (Commissione), Christine Lagarde (Bce) e Kristalina Georgieva (Fmi). Ironicamente, la cerimonia costruita a uso e consumo della figura del premier ne potrebbe mostrare il sostanziale “commissariamento”: in autunno i nodi della mancata ripresa odierna potrebbero venire al pettine e il rischio di un crollo economico definitivo in caso di riproposizione del Covid-19 non è da escludere. Allora per l’Italia sarebbe davvero difficile riprendere la marcia verso una rinascita economica per cui la politica non riesce a esprimere adeguate idee.

Nel campo comunista di Goli Otok
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