La corsa a sviluppare un’economia di guerra costa e impatta sulle finanze pubbliche. Figuriamoci quanto può costare quella tesa a trasformare un Paese in una “Super Sparta“, come Benjamin Netanyahu ha detto a settembre circa la possibile evoluzione di Israele come economia autosufficiente, autarchica e solida. Se poi le due tendenze si sommano, le finanze dello Stato vanno inevitabilmente sotto stress.
Questa è la storia dei budget pubblici di Israele dal 7 ottobre 2023 ad oggi: una storia di grandi spese, pur annacquate dai continui appoggi provenienti dagli Stati Uniti, e di una forte trasformazione economica. A cui il bilancio in via di discussione per il 2026 darà continuità.
Un fardello da 70 miliardi di dollari in due anni
La tregua a Gaza e gli scenari distensivi in Medio Oriente non cambiano la realtà dei fatti: Israele resta un Paese in sostanziale mobilitazione, desideroso di aumentare ulteriormente la propria forza militare e chiamato da Netanyahu a spendere per rafforzare la resilienza industriale e degli approvvigionamenti e chiamato dunque a operare con un profondo disavanzo di bilancio.
Clash Report ha segnalato che il biennio bellico ha avuto finora costi notevoli per un Paese la cui economia vale nel complesso circa 540 miliardi di dollari: la sola guerra con Hamas sarebbe costata tra i 59 e i 67 miliardi di dollari dall’ottobre 2023 a oggi, per un terzo a causa delle paghe dei soldati arruolati e mobilitati, chiamati a lasciare i propri posti di lavoro in un’economia fortemente terziarizzata.
Aggiungiamo a ciò i costi della guerra Israele-Iran di giugno 2025, stimabili in oltre 725 milioni di dollari al giorno in media, e si potrà sommare una rilevante tranche da 8,5-9 miliardi al fardello economico di Tel Aviv. Il totale oscilla, dunque, tra i 67,5 e i 76 miliardi di dollari
La manovra tra emergenza e ritorno alla normalità
Il governo Netanyahu può giovarsi del fatto che nel Paese è prevista una robusta crescita (+3,3% del Pil nel 2025, +4,9% nel 2026), spinta dalla tenuta dei settori tecnologici, dal volo della Borsa e dalla spesa in difesa e sicurezza, ma non può ignorare i dati strutturali dell’economia nazionale nel programmare il bilancio del 2026.
La tentazione di usare la leva della finanza pubblica per fini politici resta. A maggior ragione se si pensa che a guidare le Finanze c’è Bezalel Smotrich, “falco” del sionismo religioso e leader di Giudaismo Unito nella Torah, partito alleato del Likud di Netanyahu, e che nel 2026 ci saranno le elezioni politiche, in vista delle quali il governo dovrà evitare shock di ogni tipo, specie sul fronte del consenso.
Smotrich scrive la manovra
A parole, nota Israel National News, Smotrich sbandiera il fatto che “il bilancio del prossimo anno segnerà una transizione da un periodo di emergenza a uno di routine, e dalla guerra alla crescita, sullo sfondo della fine dei combattimenti a Gaza” e che saranno rimosse misure emergenziali come l’aumento dell’Iva dal 17 al 18% per finanziare la guerra, favorendo inoltre i redditi dei lavoratori con tagli alle imposte. Dall’altro, però, “il ministero intende concedere all’apparato di difesa un quadro di bilancio più ampio di quello stanziato prima della guerra”.
La Difesa chiede un bilancio di 118-130 miliardi di shekel per le forze armate (31-35 miliardi di dollari) nel 2026, Smotrich è disposto ad arrivare a 110 (29 miliardi di dollari), e la partita continua.
Il nodo delle spese militari
Del resto, nota Ynet, “i funzionari della difesa avvertono che l’esercito non è ancora preparato a un conflitto prolungato e su più fronti, a meno che non vengano effettuati investimenti urgenti per ricostruire la struttura delle sue forze armate, le scorte di munizioni e l’industria della difesa nazionale”. Il caso degli Usa, che per puntellare la difesa aerea israeliana nei dodici giorni di scontro con l’Iran hanno sacrificato un quinto dei loro missili intercettori a disposizione mostra quanto in effetti la guerra sia stata logorante e costosa.
Israele sembra destinato ad affrontare un 2026 connotato da alte spese e disavanzi in linea con la fase di più acuta emergenza bellica. Amir Yaron, governatore della Banca centrale d’Israele, in un recente intervento ha ricordato che Tel Aviv dovrà aspettarsi un deficit al 5,1% del Pil nel 2025 e al 4,3% nel 2026.
Lavoro e immagine internazionale, i vincoli per Israele
Il governatore, commentando a settembre la politica monetaria del Paese, ha ricordato che “la guerra ha ampie ramificazioni economiche che continuano a lasciare un segno considerevole sull’attività produttiva”.
Il clima bellico ha reso più difficile per le imprese trovare dipendenti e ridotto l’afflusso di personale qualificato dall’estero, e detta di Yaron “il mercato del lavoro rimane teso principalmente a causa della limitazione dell’offerta di lavoro dovuta al richiamo delle riserve militari e alla carenza di lavoratori non israeliani. Il rapporto tra posti di lavoro vacanti e numero di disoccupati è elevato”.
Per Yaron, inoltre, un rilancio dei conflitti potrebbe avere una ricaduta sul piano economico per “l’impatto negativo sul sentiment nei confronti di Israele” nel mondo. Un quadro estremamente precario che rende i fondamentali della crescita israeliana fragili. La “Super Sparta” ha delle mura ancora tutte da costruire. E l’incertezza geopolitica a cui le stesse scelte di Netanyahu contribuiscono non aiuta sicuramente a gettare fondamenta affidabili.
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